
Foto LaPresse.
La storica e scrittrice Anna Foa, commentando il famigerato video del ministro Ben Gvir con gli attivisti della Flotilla, in un recente articolo su La Stampa, scriveva così: «Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi “l’esercito più morale del mondo”, sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso».
Queste parole – in particolare quell’ultima frase col riferimento all’abisso – mi hanno fatto pensare ad un libro recentemente pubblicato in Italia da Laterza, che si intitola Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele. L’autore è Omer Bartov, un ebreo-americano nato in un Kibbutz israeliano in una famiglia che, come racconta, è sempre stata sionista.
Ragionando di sionismo
Anche Bartov, come Anna Foa, è uno storico. Insegna “Storia dell’Olocausto” alla Brown University ed è considerato, come ricorda il risvolto di copertina, «una delle principali autorità in materia di genocidio».
In una recente intervista al giornale israeliano Haaretz, Bartov ha dichiarato: «Il sionismo è diventato qualcosa che non riconosco. È diventato l’ideologia dello Stato. Ed è diventato non solo militarista ed espansionista, ma anche razzista, estremamente violento e, in definitiva, un’ideologia che danneggia profondamente sia l’individuo che la collettività». Questa è anche, in buona sostanza, la tesi del suo libro il cui titolo originale, non a caso, è Israel: What Went Wrong (Israele, cosa è andato storto).
Bartov non punta il dito contro il sionismo tout court, bensì contro l’involuzione che lo avrebbe snaturato. Un movimento che, nelle parole dell’autore, era «nato per affrancare gli ebrei d’Europa dall’oppressione e dalle persecuzioni, si è trasformato in un’ideologia di Stato di matrice etno-nazionalistica, sempre più orientata all’estromissione dei palestinesi e alla loro brutale sottomissione al dominio israeliano».
Un nodo centrale, nell’analisi dello storico, è l’assenza di una carta costituzionale. A questo tema Bartov dedica il capitolo intitolato La Costituzione mancante. «Se, prima del 1948 – scrive nelle pagine dell’introduzione – il movimento [sionista] aveva posseduto due facce, una di liberazione dall’oppressione e l’altra di colonialismo d’insediamento e nazionalismo etnico, una volta fondato lo Stato, fu quest’ultima a prevalere sulla politica israeliana. In maniera non dissimile da altre concezioni e filosofie politiche, quali, ad esempio, il socialismo e il fascismo che, dopo aver assunto il potere dello Stato, mutarono radicalmente, anche il sionismo cominciò a trasformarsi non appena divenne l’ideologia ufficiale di Israele».
La tesi centrale del libro è che una Costituzione fondata sui princìpi progressisti della Dichiarazione di indipendenza israeliana avrebbe contribuito a contenere gli impulsi peggiori del sionismo e avrebbe aperto la strada verso una società liberale per tutti i suoi cittadini».
Un capitolo molto interessante è quello intitolato La sindrome del mai più. In queste pagine Bartov parte dalla presunta unicità storica della Shoah: questa idea, sostiene, è un’ovvietà, poiché nessun fatto storico è perfettamente identico ad un altro; allo stesso tempo, è una contraddizione, perché «qualsiasi evento storico si verifica in un determinato contesto e può essere compreso unicamente ricostruendone le cause, confrontandolo con gli eventi ad esso correlati ed esaminandone il rapporto con altri sviluppi paralleli».
Questo punto dell’unicità storica o meno della Shoah è un nodo cruciale. Infatti, la politica israeliana, indicativamente dopo il processo ad Adolf Eichmann e dopo gli anni ’70, ha iniziato a coltivare l’ossessione di una nuova Shoah e, di conseguenza, ha sviluppato l’idea dell’unicità storica della Shoah. Questa constatazione conduce Bartov a parlare del «mai più», ovvero di quella «onnipresente promessa diffusasi in tutta l’Europa dopo la fine della guerra».
Il “mai più” affermato dopo la Shoah deve intendersi rivolto a difesa di tutti gli esseri umani, oppure riguarda solo gli ebrei?
Proprio da questa domanda prende spunto l’ultimo libro scritto da Anna Foa, titolato appunto Mai più. L’autrice vi riscostruisce la storia dell’antisemitismo e lo analizza in rapporto all’antisionismo: due cose distinte che, però – sottolinea l’autrice – hanno pure dei nessi che «non possono essere negati; ad esempio, come giudicare la scelta del terrorismo palestinese negli anni Settanta-Ottanta di attaccare la diaspora ebraica, come nel Marais parigino, o come a Roma nel 1982? E che dire dell’attacco terroristico compiuto a Sidney il 14 dicembre 2025 contro un gruppo di ebrei che celebravano il primo giorno di Hanukkah?».
È innegabile il fatto che l’antisemitismo è stato assunto dalla politica israeliana come scudo contro qualsiasi critica. È proprio per questo motivo che «l’accusa di antisemitismo, fino ad un secolo fa calzante e aderente alla realtà, è oggi screditata perché viene rivolta, in maniera sistematica e generalizzata, a chiunque accusi il governo israeliano di aver realizzato un genocidio a Gaza e di stare realizzando in Cisgiordania la pulizia etnica dei palestinesi».
Il nodo attorno al quale si sviluppa il libro della Foa è riassunto da queste frasi nelle ultime pagine del libro: «Se non ci si richiama al valore di monito universalistico che questa memoria [della Shoah] deve avere, se le si attribuisce un valore solo ed esclusivamente per gli ebrei, se la si vede come una commemorazione, un risarcimento, e non come un forte strumento volto a combattere i genocidi ovunque si realizzano, questa memoria perde valore, importanza, senso».
Parlando con Anna Foa
Dopo aver letto questi due importanti libri, ho avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande ad Anna Foa per approfondirne alcuni aspetti e ampliare la riflessione.
– Gideon Levy, in un suo articolo sul quotidiano israeliano Haaretz, ha parlato del libro di Omer Bartov. Il giornalista critica la posizione dello storico dicendo che, sebbene molte affermazioni siano condivisibili, il sionismo non è mutato nel tempo, come sostiene Bartov, perché, in realtà, sarebbe sempre stato improntato al razzismo e al nazionalismo. Lei cosa ne pensa?
Su molte cose sono d’accordo con Levy e lo trovo un grandissimo personaggio. Resta il fatto che io sono ancora un po’ dubbiosa – sempre meno ma un po’ dubbiosa – sul fatto che si possa definire comunque, fin dall’inizio, il sionismo in maniera totalmente negativa.
Si sono date possibilità che ora non si danno più. Spero, comunque, che possano tornare, che ci possa essere una rinascita, non tanto del sionismo in sé, bensì dello Stato di Israele e dei suoi abitanti, ma in un altro modo. Spero che ci possa essere un reale cambiamento, non una piccola riverniciatura come si prospetta con le prossime elezioni.
– La prima accusa che viene mossa a coloro che criticano Israele è quella di antisemitismo. Dall’altra parte, si sostiene di essere antisionisti e non antisemiti. A me sembra che oggi siamo giunti ad un livello superiore: il problema del sionismo, quando parliamo della politica in Israele, è stato superato dal fondamentalismo.
Sono totalmente d’accordo; però c’è anche una critica del sionismo affiorata in questi due anni: oggi molti storici, partendo da quello che è successo, stanno riaffrontando la storia di Israele in maniera molto più critica. C’è proprio una rivisitazione della storia di Israele in cui, al di là degli aspetti propagandistici che cercano di salvare l’anima di Israele fin dall’inizio, si analizzano i momenti coloniali, gli eccidi e anche il rapporto con i paesi arabi. In Israele c’è una storiografia accademica molto approfondita e molto impegnata su questo fatto della rivisitazione della storia del Paese.
Certamente, parlare di sionismo oggi in qualche modo non ha senso. Il sionismo ha raggiunto il suo obiettivo che era la costruzione dello Stato, adesso ci sono solo le politiche – lo dico al plurale – dei vari governi di Israele nel tempo, che si possono criticare o accettare. Credo che si debba superare il sionismo, se si vuole salvare Israele e i palestinesi insieme.
Bisogna, dunque, superare il sionismo e pensare che Israele è uno Stato in cui tutti hanno gli stessi diritti di cittadini e in cui non esiste lo Stato degli ebrei, ma lo Stato di Israele o lo “Stato di Palisraele” o “Israelopalestina”, chiamiamolo come vogliamo; ma non deve più essere uno Stato confessionale.
Potrà avere varie forme – ne sono state proposte di straordinarie di cui parla appunto Bartov – che prevedono la cooperazione di due Stati diversi che però si collegano e presentano unità su alcuni aspetti. Sono varie, infatti, le possibilità politiche di uno Stato che non vuole essere uno “Stato del tutto” sotto tutti i punti di vista. Si può dare una confederazione dei due Stati sotto vari aspetti, ma non su tutti, come alcuni osservatori dicono.
Dopodiché, in questo momento, siamo completamente spostati dall’altra parte: siamo di fronte a uno Stato che si prospetta come uno Stato degli ebrei e solo degli ebrei, possibilmente sbattendo fuori il maggior numero di palestinesi possibile.
– Ho notato nel libro di Bartov quelle pagine ove si parla della soluzione confederale avanzando varie ipotesi. Mi sono soffermato perché, per SettimanaNews, lo scorso anno ho intervistato il prof. Riccardo Bocco in merito ad un suo libro dedicato alla soluzione confederale. Ovviamente parlarne in questo momento sembra assurdo, tuttavia il prof. Bocco diceva dell’importanza di parlarne, comunque, affinché l’argomento entri nel dibattito pubblico.
Io penso che anche solo il fatto del riconoscimento dei palestinesi – da parte di più Stati di quanto non siano ora e parlo in particolare degli Stati europei – conferirebbe loro una legittimazione della quale hanno assoluto bisogno. Dopodiché, bisogna andare avanti, evidentemente su altre strade.
– Gad Lerner, in un recente post nel quale criticava le azioni contro la Flotilla, chiedeva di smetterla di considerare ebraico lo Stato di Israele. Ciò mi fa pensare che, nel suo libro, lei evidenzia le profonde divergenze esistenti tra la diaspora in America e in Europa. Tra gli ebrei in America c’è un dibattito culturale e politico vivace. Al contrario, nell’ebraismo europeo il dibattito si è affievolito e appiattito su Israele.
Penso che la diaspora europea abbia perso ogni forma di vitalità, di innovazione e di cultura. Dopo il 1945 è difficile trovare un’autonomia culturale della diaspora europea. Nel mio ultimo articolo su La Stampa ho praticamente detto alla diaspora italiana e alle organizzazioni ebraiche italiane: “se non vi muovete adesso, ne siete responsabili”.
– Quale è il suo parere in merito alle responsabilità della diaspora relativamente ai rischi che ci sono non solo per l’Israele ma anche per l’ebraismo stesso?
Ciò che è successo ai membri della Flotilla – picchiati e torturati – è purtroppo “solo” emblematico della situazione che ai palestinesi tocca quotidianamente. Quando tocca ai bianchi europei, il mondo si muove e mi auguro continui. Gli stessi attivisti della Flotilla, mi sembra che abbiano dichiarato di accettare le torture su di loro perché queste possono servire a sollevare il velo che copre quelle sui palestinesi.
Di fronte alla situazione su cui il velo è stato sollevato, le comunità ebraiche devono dire molto di più rispetto alla semplice affermazione che Ben Gvir è un pazzo. Ben Gvir può anche essere pazzo, ma che dire dei militari che hanno eseguito i suoi ordini? Non possono essere tutti pazzi, come Ben Gvir. E che dire dell’intero governo?
– L’ho ascoltata alla trasmissione “Otto e Mezzo” in cui ha parlato anche di cose positive che ci sono nella società civile israeliana. Ma ho la sensazione, però, che i partiti politici – anche quelli che si oppongono a Netanyahu – non siano all’altezza della società civile. L’opposizione si sta appiattendo sul governo e sta inseguendo le posizioni di Netanyahu: ad esempio, per il solo fatto che Lapid e Bennett, i leaders dell’opposizione, abbiano già annunciato di voler escludere i partiti arabi da qualsiasi futura coalizione di governo.
Certo, questo è un fatto gravissimo, perché l’unica possibilità di cambiare la società israeliana è rinunciare al sionismo, ma per questo c’è paura. Anche Yair Golan, che è quello più a sinistra, recentemente ha detto che non è ancora il momento di riconoscere uno Stato di Palestina. Ma, “se non ora, quando?”.
Io penso che le prossime elezioni, al massimo, potranno mettere fuori gioco il governo di Netanyahu ed eliminare qualche frangia troppo estremista. Forse potrà essere sospesa la legge sulla pena di morte, ma non lo so.
Non penso, tuttavia, che le elezioni possano rinnovare radicalmente la società di Israele. Credo che l’unica spinta, per ora insufficiente, possa venire dal basso, dalle organizzazioni che lavorano con i palestinesi, da quelli che vanno nei territori occupati, dalle organizzazioni come “Standing Together” o “B’Tselem” (*); è solo dal basso che può venire il rinnovamento, non dai politici tradizionali.
(*) B’Tselem in ebraico significa “a immagine di” nel senso di Genesi 1,27, è una ONG che si occupa di diritti umani nei territori occupati.






Come tutti i nazionalismi alla fine. Il sionismo è solo uno dei tanti..