
Martin Heidegger, nel secondo dopoguerra, rivede in profondità la differenza ontologica fra gli enti (considerati singolarmente o nel loro insieme) e l’essere, approdando a una sorta di sua remissione.
Poniamoci in ascolto di un passaggio del saggio di Adriano Ardovino dedicato all’opera d’arte nella prospettiva del pensatore tedesco: «Di qui, allora, anche il motivo per il quale Heidegger ritiene insufficiente la connessione tra il sentiero percorso nel saggio sull’opera d’arte e l’esigenza di un ripensamento della differenza ontologica, rimasta sullo sfondo. Le formule della ‘messa in opera della verità’ e dell’‘istituzione dell’essere nell’ente’ rinviavano ancora a un’articolazione tra il movimento dell’apertura e il sito dell’aperto in termini di distinzione e biforcazione tra indeterminato e determinato. Laddove invece, a partire dal pensiero della cosa e dalla ‘fenomenologia dell’inapparente’ (GA I₅, ꝫꝯꝯ; it. Seminari, I₇ꝯ), si tratta di cogliere non tanto il determinarsi dell’indeterminato nell’opera, quanto piuttosto la forza plasmante e determinante dell’indeterminato in quanto tale, che determina proprio svuotando e sottraendo. Verità ed essere non sono semplicemente ‘collocati’ nell’opera in quanto luogo e forma dell’ente. Al contrario, occorre pensare la differenza come deferimento e intersezione di essere ed ente (mondo e cosa), ovvero come una circolazione che non tollera di essere rappresentata e oggettivata in senso trascendentale – l’essere e la verità da un lato, l’ente e l’opera dall’altro –, e che al limite deve condurre a un superamento del residuo ancora ‘dualistico’ della differenza»[1].
Ecco, mondo – corrispondente all’essere – e cosa, che corrisponde all’ente. E gli enti nel loro insieme rimandano all’insieme delle res, delle cose. O, se vogliamo, alla realtà. Ricordo, al riguardo, le discussioni epistolari con Salvatore Veca: il mondo là fuori, da un lato, la nostra rappresentazione di esso, vale a dire la realtà, dall’altro. Nel gergo di alcuni pensatori, inoltre, il mondo, così inteso, viene anche chiamato il reale: la realtà, le res, dunque, e il reale o mondo. Non solo: come è noto, il mondo, come concepito da Veca, è una sorta – lo esprimo con parole mie – di inesauribile “riserva” di possibilità, che, qui e ora, formano l’intorno delle cose, della realtà. Una sorta di atmosfera nella quale sono immerse le cose, nella quale è immersa la realtà. Quasi un alone. Il dominio del mondo, quindi, è assai più vasto di quello delle cose: in termini leibniziani, potremmo chiamare mondo l’insieme dei mondi possibili.
In Heidegger, tuttavia, il mondo è caratterizzato anche dalla trascendenza. Proviamo di nuovo ad ascoltare Ardovino: la questione dell’origine dell’opera d’arte va ricondotta «al più ampio tema della ‘fondazione dell’esser-ci’, che rappresenta la quinta delle sei fughe o disposizioni onto-storiche delineate nel trattato Dall’evento, nel tentativo di far ‘risuonare’ un’esperienza che conduca a un ‘interludio’, a partire dal quale divenga possibile il ‘salto’ in un altro modo di pensare e con esso un diverso modo di ‘fondare’ l’esistenza umana in rapporto al ‘divino’, secondo un’interpretazione preparatoria e predisponente del pensiero dell’altro inizio, che troverà per molti versi la sua formulazione definitiva in un ‘pensiero della cosa’ (GA ₇, 186; it. 123), ovvero del quadrato-del-mondo (Welt-Geviert) – cielo e terra, mortali e divini –, di cui occorre ascoltare la pre-risonanza e insieme il diniego nell’epoca della dispositività tecnica globale»[2].
In una prospettiva dell’immanenza, invece, “cielo” e “divini” potrebbero rappresentare la dimensione dell’altro/a, dell’alterità: dell’altro uomo o dell’altra donna, delle piante, degli altri animali, degli stessi minerali.
Azzardiamo poi una congettura, come la definirebbe proprio Veca.
Immaginiamo da un lato la realtà, popolata dalle res, dall’altro il reale, concepito come “il campo” (si guardi al campo elettrico o magnetico o, in ambito psicoanalitico, alle “teorie del campo” di matrice bioniana) nel quale la realtà stessa è situata. Secondo una visione del genere, il mondo verrebbe a porsi come un “termine medio”, un ponte tra la realtà e il reale. Sarebbe la rappresentazione, sempre mutevole e provvisoria, che noi, come parte integrante della realtà, diamo del reale nel suo insieme. Insomma: il mondo verrebbe inteso come “il reale” (comprendente naturalmente la realtà stessa) per noi, visto da noi.
[1] Adriano Fabris (a cura di), Heidegger. Una guida, Carocci editore, Roma 2023, p. 173, ultimi tre corsivi miei.
[2] Ivi, p. 155.





