Liturgia: Faggioli e le ambiguità ermeneutiche del Vaticano II

di:

bose

Novalesa, 6 agosto 2026

Caro Andrea,

ho letto la tua risposta al testo di Massimo Faggioli e mi permetto, brevemente, di invitare a riprendere il dibattito proprio a partire dalla conclusione della sua riflessione: «Resta da vedere come Leone affronterà la questione del tradizionalismo radicale interno. Nei decenni passati, il Vaticano ha tollerato critiche tradizionaliste al Vaticano II − e non solo alla liturgia. Ora, i membri della SSPX che desiderano tornare alla comunione con Roma sono tenuti a firmare una “formula di adesione” che riconosca l’obbedienza al papa e alla gerarchia cattolica, nonché l’accettazione di tutto il Concilio Vaticano II. Sarebbe interessante vedere cosa accadrebbe se a ogni cattolico (dai vescovi ai fedeli laici) fosse chiesto di fare lo stesso».

Mi sembra proprio questo il problema che ci riguarda e che andrebbe affrontato con urgenza e chiarezza: come uscire finalmente dall’ambiguità ermeneutica sul Concilio Vaticano II in cui la Chiesa Cattolica ha vissuto per un lungo trentennio. Quest’ambiguità ha raggiunto il suo culmine con Summorum Pontificum sotto il pontificato di papa Benedetto XVI. Il cuore del magistero di papa Francesco è stato proprio quello di uscire da questa palude di ambiguità ermeneutica chiarendo, in modo deciso, la centralità del Concilio Vaticano II come “evento” vissuto dalla Chiesa e culminato nella Traditionis Custodes.

Il coraggio di papa Francesco

Con un atto coraggioso e sicuramente “costoso” a livello pastorale, papa Francesco ha preso una decisione resasi necessaria e improrogabile per superare in modo inequivocabile l’ambiguità ermeneutica circa l’importanza e l’ineludibilità di ciò che la Chiesa cattolica ha vissuto nel momento di grazia del Concilio Vaticano II.

In questi anni c’è stata una crescente e pericolosa ambiguità circa l’importanza del Concilio Vaticano II: da alcuni relativizzato come un semplice “Concilio pastorale” e da altri “demonizzato” come tradimento della “tradizione”. Un simile atteggiamento spesso si è manifestato a partire dalla possibilità concessa di celebrare i sacramenti secondo i libri liturgici preconciliari. Giunti ad un punto critico di confusione tra una “concessione” misericordiosa e un cedimento pericoloso, papa Francesco ha esercitato il suo ministero petrino di conferma e di correzione in merito a tutto ciò che può minare la comunione nella Chiesa di Cristo.

Ciò che era stato concesso per aiutare il graduale riavvicinamento alla piena comunione ecclesiale di quanti desideravano essere oggetto di compassione e di rispetto per la loro sensibilità in materia liturgica, è diventato purtroppo il pretesto per sconfessare ciò che lo Spirito ha compiuto, attraverso i Padri conciliari, come incremento di intelligenza evangelica e disponibilità alla conversione di stile e di linguaggio per assicurare la trasmissione dell’unico tesoro della Chiesa che è il Vangelo. Ciò che era stato offerto come balsamo si è trasformato in sale sparso sulle ferite della Chiesa in cammino verso la piena realizzazione delle intuizioni, delle proposizioni e delle deliberazioni del Concilio Vaticano II.

Dal Concilio non si torna indietro

La carità ecclesiale non può supportare alcuna ambiguità ermeneutica: dal Concilio non si torna indietro. Papa Francesco lo ha ribadito più volte e non ha potuto esimersi dal metterlo proprio in chiaro senza nessuna ambiguità possibile. Chi vuole capire, capisca. Chi non vuole capire deve decidersi. Papa Francesco ha cercato di porre fine all’ambiguità ermeneutica sul Concilio Vaticano II dopo un trentennio di tentennamenti e qualche rigurgito circa quell’evento che fu – a detta di papa Giovanni – frutto di un «incitamentum divinum».

La prima grande eredità di papa Francesco, che si è rivelata spesso come una pietra di inciampo, è il ribadire che ciò che lo Spirito ha suggerito alla Chiesa raccolta in Concilio ecumenico nel Vaticano II non fu un semplice adattamento o aggiustamento della vita ecclesiale, ma una conversione della Chiesa sempre desiderosa di crescere nell’intelligenza del Vangelo per mettersi ai piedi dell’intera umanità in spirito di servizio alla gioia di tutti.

Segno autenticante del frutto è un’eccedenza di compassione secondo l’icona del Samaritano la cui figura fu evocata da Paolo VI alla chiusura del Concilio. Dal Concilio Vaticano II non si torna indietro come non si torna indietro dalle decisioni del primo Concilio di Gerusalemme che sancì – non senza fatica – l’apertura incondizionata a tutti coloro che volevano diventare discepoli del Signore senza dover prima passare per la Sinagoga.

A papa Francesco dobbiamo il coraggioso ribadire che il Concilio Vaticano II, con le sue decisioni e con il suo slancio di rinnovamento, non solo non fu un errore, ma rimane per la Chiesa il punto di partenza per ulteriori processi di ascolto del mondo contemporaneo per annunciare la salvezza in Cristo Gesù. Come testimoniò il segretario di papa Giovanni – il cardinal Loris Capovilla – questi sul letto di morte ebbe a dire: «Non è il Vangelo che cambia, ma è la Chiesa che comincia a capirlo meglio».

Le tendenze giovanili e la accoglienza del Concilio

Bisogna riconoscere la tendenza attuale anche in molti giovani – dei pochi che si accostano alle nostre comunità celebranti – del crescente fascino esercitato dalla liturgia non solo in lingua latina, ma nella forma del Messale emanato da Pio V e rivisto nel 1962 da papa Giovanni XXIII. Il tentato cammino di riconciliazione e di pacificazione avviato, non senza qualche ambiguità ermeneutica sul Concilio Vaticano II da parte papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in realtà non ha sortito l’effetto desiderato e che era stato dichiarato tale.

La concessione liturgica era pensata come una semplificazione del processo di graduale accoglienza del Concilio Vaticano II. Sulla spinta di una carità pastorale, che talora non viene analogamente usata in situazioni diverse, si è cercato di andare incontro alla «sensibilità liturgica» senza troppo indagare sul limite con la deriva di una sensibilità estetica che talora maschera una concezione del mondo e delle relazioni legate ad un mondo che non esiste più e ad un modo che non è più accettabile oltreché, talora, poco evangelico.

L’insistenza, talora ossessiva, sulle forme liturgiche e consuetudinarie recepite come Lex vitae che producono un giudizio negativo sul modo di vivere e di sperare della stragrande maggioranza dei nostri fratelli e sorelle in umanità fa sorgere qualche domanda circa la compatibilità evangelica di un simile modo di percepirsi all’interno e di percepire l’esterno. La Liturgia come luogo di apertura alla trascendenza, sempre eccedente su ogni sua formalizzazione dogmatico-rituale, ha prodotto in questi ultimi sessant’anni grandi esperienze di autentica spiritualità oltre ogni forma di ghettizzazione con il conseguente rischio di lasciarsi tentare dal senso di esclusività che, spesso, genera l’esclusione per coltivare l’esclusivismo.

Traditionis custodes alla luce di Evangelii Gaudium

Per capire la scelta di papa Francesco bisogna leggere Traditionis Custodes alla luce di Evangelii Gaudium.

Il cuore della fatica di comprensione con i “tradizionalisti” sta nel modo in cui si vive il proprio discepolato come testimonianza nel mondo così come è realmente e non come dovrebbe essere e come non sarebbe mai dovuto diventare. Il Concilio Vaticano II è stato un momento ineluttabile in cui la Chiesa si è riposizionata spiritualmente facendosi evangelizzare per assumere una postura meno sacrale e più fraterna con tutti e verso tutti: dalla Sacrosanctum Concilium a Fratelli tutti!

La Liturgia ha recuperato per così dire il suo compito di fonte e di culmine dell’esperienza spirituale che, per sua natura, si lascia toccare dalla vita concreta per trasfigurarla in quel processo di «admirabile commercium» che permette di divinizzare la realtà e la storia e non, al contrario, di demonizzarla con atteggiamenti «angelicati» stigmatizzati più volte da papa Francesco.

È necessario resistere alla fascinazione del sacro per entrare, con decisione e generosità, in un processo di purificazione della fede. La fascinazione del sacro è assai potente nella vita degli uomini e delle donne non solo del passato, ma anche del presente. Questa fascinazione del sacro sta alla base di molti atteggiamenti e posture tradizionaliste che confondono, appunto, l’attrazione sacrale con il cammino di santità dimenticando che questo è il punto fondamentale dell’annuncio escatologico di Gesù di Nazaret e del suo conflitto con la classe sacerdotale. Alla domanda «di uno dei suoi discepoli» mentre «usciva dal tempio», Gesù risponde in modo secco: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta» (Mc 13, 1-2).

Papa Francesco non ha voluto misconoscere gli elementi di rispettabile gusto spirituale di quanti si sentono a loro agio nel Vetus Ordo, ma non ha avuto paura a smascherare ciò che si può nascondere dietro un’apparente semplice sensibilità liturgica. Spesso, più o meno consciamente, la sensibilità liturgica diventa copertura ad un modo di pensare il mondo non raramente legato al potere, al denaro e ai privilegi con poca attenzione alla complessità, alla povertà e alla diversità.

Il fallimento di Summorum Pontificum

Uno dei cavalli di battaglia, per così dire, in questa questione è l’insistenza sul fatto che la pubblicazione del Messale post-conciliare da parte di papa Paolo VI non ha coinciso con l’abrogazione di quello di Pio V.

Con il suo consueto stile diretto papa Francesco ha abrogato – pur con tutta una serie di concessioni – il dettato di Benedetto XVI nella Summorum Pontificum e questo, proprio per ribadire l’unità della “lex orandi” come espressione della “lex credendi”. Visto che l’unità sostanziale non è cresciuta come auspicato e sperato nella concessione di una diversità rituale, papa Francesco ribadisce il principio dell’unità formale nella speranza di una crescita in unità o comunque per evitare ogni forma di ambiguità.

In alcuni casi si potrebbe parlare di una sorta di “doppio gioco”: si invoca la fedeltà alla Chiesa evocata come madre di cui si è figli – citando spesso un po’ a sproposito santa Teresa d’Avila – e, al contempo, si vive in un mondo a parte accuratamente coltivato e custodito anche con il sostegno delle classi sociali e politiche che di quel mondo hanno bisogno per portare avanti i propri interesse e difendere i propri privilegi. Di contro, Il Signore Gesù ha rinunciato al “sacro” per contestualizzare la sua offerta pasquale in un dinamismo di santificazione del profano, letteralmente di ciò che avviene fuori dal tempio: un pezzo di pane e un sorso di vino! Il “sacro” privilegia fino a sancire la fissità e l’intoccabilità di persone, cose e gesti. Il dinamismo della santificazione è un processo che anima e trasfigura continuamente le persone, le cose e i gesti della vita quotidiana e, soprattutto, di tutto ciò che favorisce la relazione di cura tra le persone. Il sacro separa e isola, trasferendo, una volta per sempre e per tutte, le persone con le cose e i gesti in un mondo a parte percepito come incomunicabile, oltreché inattingibile.

Il dinamismo della santificazione, di cui i sacramenti sono attuazione, irrompe continuamente nel reale quotidiano e persino banale della vita concreta, conferendole così un’anima, un respiro, una speranza. Un cantiere di riflessione sarebbe necessario per rifondare evangelicamente le convinzioni e le pratiche pastorali e sacramentali. Non è sufficiente fare tutto il possibile per la “salvezza delle anime”. È sempre più urgente offrire gli strumenti rituali muniti di intelligenza spirituale, perché ogni uomo e donna viva personalmente un’esperienza di salvezza anche in modo singolare senza regressioni sacrali tanto fascinose quanto rovinose. Non si tratta certo di relativizzare la grazia del sacramento, ma di renderla efficace in modo più esistenzialmente ampio e profondo attraverso la dilatazione del cuore e nella logica, ineludibile, dell’incarnazione e nella logica delle beatitudini.

La resistenza al Concilio e la liturgia

Nel giorno anniversario della morte di papa Paolo VI bisogna ricordare che, la resistenza al Concilio come per tutti i Concili della storia della Chiesa, non è una novità, ma fa parte del processo. Penso che la sfida oggi sia proprio quella di affrontare senza più minimizzare e vezzeggiare quello che Massimo Faggioli definisce “tradizionalismo radicale interno”, per chiarire, non con semplici sottoscrizioni formali, quali sono le vere e profonde motivazioni che spingono a insistere nel non celebrare secondo i Riti approvati e promulgati dopo il Concilio come espressione, attuazione e continuazione del suo spirito di rinnovamento e di conversione ecclesiale. Ormai non bastano più sottoscrizioni formali di adesione al Concilio, ma la scelta di assumerne realmente le dinamiche e le prospettive. Questa scelta esige una rinuncia senza la quale l’ambiguità resterebbe irrisolta: si tratta di adottare la liturgia così come è stata emanata e rivista dopo il Concilio Vaticano II facendo cadere l’uso dei libri liturgici pre-conciliari. Sono disposti in nostri fratelli che usano il VO a questa rinuncia?

Ciò che non si ha il coraggio di affrontare sono le ragioni per cui alcuni fedeli cattolici chiedono di usare i testi liturgici nella forma che hanno assunto subito prima della celebrazione e della conclusione del Concilio Vaticano II: 1962! La data ha un valore discriminante: non si tratta di fedeltà alla “tradizione”, ma di rifiuto del “rinnovamento”. Se di fedeltà alla “tradizione” si trattasse, allora sarebbe più logico non assumere neanche i “cambiamenti” liturgici occorsi tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine del Concilio. Invece è come se la “data liturgica” del 1962 fosse posta come ultimo argine alla “rovina” della Chiesa inaugurata dal Concilio e da cui costoro si tengono rigorosamente al riparo, sotto l’ombrello della liturgia pre-conciliare, per evitare non semplicemente il rinnovamento liturgico, ma la “rovina” della Chiesa e della sua missione a motivo delle scelte conciliari.

Per riprendere la suggestione di Massimo Faggioli, a conclusione del suo testo, una volta stabilito che per ritornare nella piena comunione con la Chiesa cattolica degli scismatici della FSSPX è necessaria una “formula di adesione”, sarebbe utile chiarire le condizioni e le “forme” compatibili per rimanere e perseverare nella comunione della Chiesa cattolica uscendo decisamente dalla palude dell’ambiguità ermeneutica sul Concilio Vaticano II. Forse è giunto il tempo di scoprire le carte del “tradizionalismo radicale interno” per continuare a giocare la partita della fedeltà alla Tradizione in modo onesto, anzitutto a livello intellettuale. È tempo di scegliere, è tempo di rinunciare!

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