Liturgia e teologia: lettera a Massimo Faggioli

di:

bose

Caro Massimo,

come sai da alcuni mesi la discussione sulla liturgia, anche in Italia, ha assunto un certo rilievo pubblico, almeno per le posizioni che Enzo Bianchi, Alberto Melloni e chi scrive hanno messo in chiaro, con argomentazioni diverse. Al dibattito hanno partecipato anche altri soggetti, teologici o pastorali, di cui ho cercato di riferire e di dare la parola nella sezione del mio blog Come se non dal titolo: Dopo lo scisma: la tradizione viva. Questo è stato un passaggio importante e fecondo.

In tutti questi confronti mi sono reso conto di una cosa fondamentale: intorno al tema liturgico non si lavora più sul piano teologico, ma solo sul piano istituzionale, affettivo e, in senso lato, “spirituale”. Questo, a me pare, impedisce al tema di guadagnare quella centralità che ancora merita e che risulta, invece, rimossa, mortificata e incompresa.

Quando stamattina ho letto il tuo ultimo contributo alla rivista Commonweal, dal titolo SSPX and the Popemi sono sorpreso e preoccupato: ho visto che anche nella tua impostazione della riflessione, che ha al centro la relazione tra lo scisma e il papa, la considerazione della liturgia appare molto simile a come ne parla Mons. Cordileone o, per certi versi, al desiderio di riconciliazione che mostra Enzo Bianchi nei suoi testi degli ultimi mesi.

Prima di esaminare nel dettaglio le affermazioni più rilevanti del tuo ultimo testo, vorrei premettere una considerazione più generale, sul compito del teologo in campo liturgico.

La differenza tra scienza storica e scienza teologica

Più di un secolo fa, nel suo primo e ultimo contributo allo Jahrbuch fuer Liturgiwissenschaft, nel 1921, Romano Guardini formulava una distinzione decisiva tra due aspetti dello studio della liturgia che noi ancora troppo spesso confondiamo: la storia della liturgia dice quello che è stato, ma la teologia della liturgia dice quello che deve essere. Questo aspetto “normativo”, che è caratteristico di una visione corretta della tradizione liturgica, non permette di risolvere il giudizio sulla liturgia parlando di “fatti”. Quando valutiamo la liturgia, non possiamo mai fare a meno di prendere posizione su questo “dover essere”. Se non lo facciamo, non stiamo svolgendo il compito teologico che ci è chiesto, ma diventiamo semplici “osservatori” di sviluppi storici.

Questa premessa guardiniana mi sembra importante per esprimere il fondo delle mie riserve, che ho già manifestato nei confronti di Bianchi e di Melloni, e che ora illustro anche nei confronti della tua lettura: nel modo come tu parli della liturgia, mi pare che sia lasciato cadere il profilo squisitamente teologico della questione, per far prevalere istanze certamente rilevanti, ma che non possono avere la forza di orientare una vera soluzione convincente, se non cadendo in una serie di contraddizioni senza fine, che non portano pace, ma ulteriore conflitto. Ora presento i punti-chiave del tuo testo, esaminato da questa angolatura teologica.

La lesa maestà verso il Vaticano II è un criterio di lettura corretto?

La tua ricostruzione dello scisma lefebvriano (primo e secondo) osserva, a ragione, che non è possibile ridurre la questione sollevata da Lefebvre soltanto alla liturgia. Questo è vero. Ma guai se si afferma, sulla base di questa giusta considerazione, che noi potremmo transigere sulla liturgia per ottenere una unità sui terreni decisivi (ecclesiologia, relazione col mondo, dottrina della rivelazione). Questo modo di argomentare, molto spesso, è il preludio ad una bassa considerazione della liturgia dal punto di vista teologico. Questo appare nei tre punti-chiave che tu trai dalla provocazione lefebvriana:

  • una vittoria postuma della impostazione di Benedetto XVI, verso una normalizzazione del tradizionalismo liturgico. Per te questo è talmente vero che arrivi ad affemare: “Dealing with non-SSPX liturgical traditionalism will require pastoral and theological discernment, possibly imagining differentiated solutions in different parts of the world. Ritualized defenses of lèse-majesté of Vatican II will not be sufficient. On the other hand, it is clear that agnosticism toward or a reversal of liturgical reform would not leave the rest of Vatican II untouched”;
  • la chiara identificazione nella influenza di J. Ratzinger (Prefetto e poi papa) di una soluzione “ambigua”, non approfondisce il motivo di questa ambiguità sul piano teologico, ma solo sul piano diremmo amministrativo-istituzionale;
  • il compito che Leone XIV sembra aver assunto, di fronte allo sviluppo del tradizionalismo, si orienta nel modo più chiaro mediante quella enciclica, Magnifica humanitas, che tu definisci un “contro-sillabo”. Perciò la posizione assunta da Leone verso lo scisma dovrà necessariamente tradursi in una posizione chiara verso il tradizionalismo non scismatico, che continua a vivere nel corpo della Chiesa.
La prospettiva teologica che manca

Caro Massimo, molte delle cose che hai scritto, anche in questo testo, sono preziose. Ma restano, per così dire, alla finestra. Chiaramente individuano responsaibilità, ambiguità, strettoie, necessari punti di svolta, ma è come se tu faticassi a dire, esplicitamente, dove sta il problema. Allora permettimi, in conclusione, di replicare ad ognuno dei tre punti che hai indicato nel tuo testo, come questioni aperte dopo il secondo scisma.

  • Sulla diagnosi di una “vittoria postuma” di papa Benedetto, mi pare che essa sia il frutto di un grande abbaglio teologico. La teoria di una “doppia forma” del rito romano è finita nel 2021. In Traditionis custodes vi è stata la sconfitta decisiva di quel progetto: non si tratta di “limitazioni” all’uso del VO, ma di una rilettura della storia. Il motivo di quella sconfitta è squisitamente teologico: quel modo di impostare il rapporto con la tradizione liturgica era viziato da una grave incomprensione a livello istituzionale e teologico. Perciò mi pare molto grave che tu cada nella trappola di pensare che alla posizione tradizionalistica si possa rispondere senza difendere la scelta di riforma del Vaticano II. Qui c’è un vulnus teologico, che tu contribuisci a nascondere. Nessuno, dopo il 2021, può invocare il ricorso al Vetus Ordo se non per indulto. Questo è, teologicamente, l’unico faro possibile dopo il secondo scisma, che cambia le cose. Se tu non lo riconosci, ma aggiungi, in extremis, che il rifiuto della riforma liturgica non lascia immune tutto l’insegnamento del Vaticano II, è come se ti rendessi conto di ciò che è in gioco, ma volessi ammetterlo solo tra parentesi, a mezza voce. Un teologo, se vuol fare il teologo, non può fare così: non può dare grande valore a cose secondarie, e poco valore ai principi fondamentali.
  • Se questo è vero, il giudizio teologico deve essere consequenziale: dove sta il problema di un “tradizionalismo liturgico” (apparentemente) non scismatico? Nel sopravvivere, in molte curie (non solo romane) di una argomentazione falsa, che il teologo ha il compito di smascherare. Se non basta un secondo scisma, che trova alimento nell’uso reazionario del rito che il Vaticano II ha chiesto di riformare, che cosa dobbiamo ancora aspettare per denunciare il sofisma che, 20 anni fa, ha dato il via a questo universale abuso liturgico? Mi chiedo: che cosa ci impedisce di parlare chiaro e di identificare in questa ricostruzione azzardata di Summorum Pontificum la radice di molte posizioni nella Chiesa di oggi? Se un papa fa proprio l’argomento principale di un vescovo scismatico (“tutti possono continuare a celebrare con la forma rituale preconciliare” è la tesi di Lefebvre, non dimentichiamolo) quale forma di autocensura ci impedisce di comprendere che la soluzione può avvenire solo superando definitivamente quell’argomento falso? In questo il vero profeta è stato papa Francesco e da questa sua decisione dovremmo imparare a non essere troppo teneri con le tentazioni anticonciliari che si presentano come semplice “gusto liturgico”. Decipimur specie recti.
  • Infine, il compito di papa Leone. Qui, a me pare, occorre molto coraggio. Non tanto nel papa, che forse ne ha già abbastanza, ma in coloro che possono, dottrinalmente, aiutarlo nel discernimento. Ma qui le formule del passato non funzionano più. Non dobbiamo chiedere “riconoscimenti formali dei documenti del Vaticano II”, protocolli dottrinali, impegni istituzionali. No, nulla di tutto questo è veramente utile. Questo modo di fare, che ha attraversato 40 anni di cattolicesimo, almeno dal 1988 in poi, ha fatto il suo tempo e ha generato solo divisioni ulteriori. Neppure possiamo più chiedere ai Dicasteri (della fede o dei religiosi o del culto) di proteggere gli anticonciliari. Questo stile ambiguo deve finire, quam celerrime.
Verso una magnifica liturgia?

Che cosa può caratterizzare, allora, lo stile di una “magnifica liturgia”? Di recuperare proprio ciò che nelle analisi di Bianchi, di Melloni, e anche nella tua analisi, manca del tutto: ossia il compito di unità che la liturgia svolge. Non facciamo unità strumentalizzando diverse liturgie conflittuali, ma lasciando la parola alla actio sacra comune. Una sola lex orandi non è una utopia pericolosa, non è un ideale da vecchia Europa, ma la logica elementare della actio sacra. Un messaggio chiaro, che venisse dal cuore della Curia romana, e che dicesse queste tre cose, sarebbe la versione liturgica di “magnifica humanitas”. Ecco le tre cose fondamentali.

  • Uno solo è il rito romano comune a tutti i fedeli cattolici. La acquisizione di papa Francesco (che è semplice ritorno a Paolo VI e Giovanni Paolo II) è la pietra angolare (anche se spesso scartata e derisa).
  • L’unico rito chiede la attuazione differenziata per continenti e per comunità, esigendo che la messa in opera della celebrazione avvenga sempre con un atto selettivo ed elettivo: ogni sensibilità è accolta in questo processo comune. Ognuno può sentirsi riconosciuto nel proprio uso legittimo e ha il dovere di riconoscere altri usi, altrettanto legittimi.
  • Roma e le singole curie si impegnano in questo lavoro comune, riconducendo ad esso ogni “resistenza” su forme precedenti del rito romano. “Andare avanti” è il compito acquisito, almeno dal 1970. Dopo il 1 luglio del 2026, ogni esitazione sarebbe ipocrisia.

Pubblicato sul blog dell’autore (qui).

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