
Ghirlandaio: Natività della Vergine (Cappella Tornabuoni a Firenze).
La casa è in primo piano nelle splendide immagini tardo medioevali e rinascimentali dedicate alla Natività della Vergine. La Vergine è appunto una donna in carne e ossa scelta come casa di Dio.
Variegatissime le scelte iconografiche, tuttavia accomunate da alcune costanti: in un unico ambiente sono in scena la puerpera allettata, le donne che accudiscono lei e la bimba e, a volte, una figura maschile. Poi straordinari particolari che dicono il domestico e la cura per persone e cose.
L’abbigliamento dei personaggi e i colori dei tessuti richiamano i tempi in cui il dipinto è elaborato. In Autunno del Medioevo lo storico olandese Johan Huizinga sottolinea che tra 300 e 400 “la stanza delle puerpere è quella che si presta a un rigido cerimoniale e a una differenziazione gerarchica delle varie manifestazioni. I colori seguivano regole fisse. Il verde era prerogativa di regine e principi”.[1] A questi codici si sono ispirati molti artisti che hanno spesso trasposto la scena della natività della vergine in ambienti di corte che – per lo stesso Huizinga – “è il terreno nel quale le forme estetiche della vita possono svilupparsi pienamente”.[2] Inoltre, gli artisti, avendo attinto dai Vangeli Apocrifi la materia narrativa ricca di colorito romanzesco, hanno lavorato con grande libertà espressiva. A tal proposito la storica dell’arte Eva Tea, descrivendo la scena nella giottesca Cappella degli Scrovegni nota che alla piccola Maria tirano il nasino e commenta che tale particolare sarebbe stato disdicevole nell’icona della nascita di Gesù. Aggiunge che il motivo del bagno all’infante scompare dal presepe sin dal principio del secolo XIV, ma si conserva nella Natività della Vergine sino al ‘600.[3]
Elementi realistici sono numerosi e rivelano la familiarità e la concretezza degli ambienti domestici. Ci riferiamo all’ asciugamani delle due ancelle dipinto da Pietro Lonrenzetti in un quadro del Museo dell’Opera del Duomo a Siena, dove troviamo anche la servetta che agita il ventaglio, proprio dell’iconografia bizantina. Non mancano splendidi disegni di utensili come brocche, piatti e stoviglie per alimentare la neo-madre. Ammiriamo, seppure in miniatura, la finezza dei deschi da parto, vassoi usati per portare vivande alla nuova madre, dipinti da abili artisti e visibili in grandezza naturale in alcune collezioni museali.

Nell’olio del Maestro della Vita di Maria (attivo a Colonia tra il 1463 e il 1490) conservato alla Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, appare un paio di deliziose ciabattine tra i piedi del letto e il cassone nuziale, arredo indispensabile nella camera degli sposi. In questo brano pittorico notiamo una straordinaria corrispondenza tra la descrizione essenziale della stanza e la compostezza dei gesti che compiono le donne intorno a Maria. Tutto è silenziosamente misurato e accudente: una mano femminile controlla la temperatura dell’acqua nel catino disposto per il bagno della piccola. Un’altra mano estrae un panno dal cassone con biancheria. In un letto a baldacchino (simile a quello presente nell’affresco di Andrea del Sarto nella basilica della SS.Annunziata a Firenze) riposa l’anziana madre Anna a cui è consegnata la neonata con un gesto lento ed elegante. I preziosi abiti mirabilmente resi nei panneggi contrastano con la nudità di Maria bambina e sottolineano la sua purezza.
Vittore Carpaccio (1455-1525) – che dipinge il quadro ora all’Accademia Carrara di Bergamo per la Scuola degli Albanesi rifugiati a Venezia – posiziona invece la piccolina al centro del quadro, tra le braccia di una nutrice. Sulla sinistra incede, appoggiato a un bastone, l’anziano padre terreno, Gioacchino. La scena si allarga in una serie di porte aperte e una fila di stanze disegna la casa ebrea della Venezia di allora.

Gli scritti apocrifi in cui si descrive la scena del parto e della nascita di Maria sono vagliati dalle più capaci menti pittoriche che hanno restituito il senso di famigliarità e di domesticità all’evento.[4] C’è intimità anche laddove la scena è allestita in uno spazio ampio come l’interno di una chiesa nordica. Così nel capolavoro di Albrecht Altdorfer (1480-1558) dove la navata sinistra è stata trasformata in una sorta di camera per la puerpera. Si associano una solennità irreale, dove una corona di angeli danza tra le alte colonne del tempio, e la raccolta atmosfera borghese con l’immancabile letto a baldacchino e la culla lignea ai suoi piedi. La stanza di casa è incastonata nella chiesa. Evidente il richiamo alla casa di Dio.

Nei suoi Discorsi Sant’Andrea di Creta, vescovo bizantino vissuto tra il VII e l’VIII secolo, in riferimento alla celebrazione della nascita della madre di Dio, festa molto cara alla chiesa orientale, scrive: “Questo è il giorno in cui il Creatore dell’universo ha costruito il suo tempio, oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la creatura diventa la dimora prescelta del Creatore”.
Tutti abbiamo avuto casa in un ventre di donna e da tale donna siamo stati alimentati fin dai primi giorni del nostro concepimento. Il Dio cristiano che sceglie una giovane per nascere ripone alta fiducia a chi si presta a far da casa ai suoi figli e figlie. Un riconoscimento alle donne e a tutti quelli che aiutano a creare una dimora accogliente a chi nasce. Perché l’inizio di una vita richiede cure in cui gesti concreti abbiano forme belle e colori atti a far vibrare una speranza di Bene.
[1] Johan Huizinga, L’Autunno del Medioevo, Newton Compton, Milano 1992, 73.
[2] Ivi, 60.
[3] Eva Tea, La Vergine nell’arte, La Scuola, Brescia 1953, 151.
[4] Libro sulla natività di Maria in I Vangeli apocrifi, Einaudi,Torino 1990.





