Prete e presidenza: accanimento terapeutico

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Partecipo, in queste giornate torride, al funerale del papà di un caro amico – morto sazio di giorni e ricolmato di amore da una vita che è stata una benedizione. Non riescono a esserci tutti coloro che lo avrebbero desiderato, dato che siamo nel cuore del periodo delle vacanze estive.

Una chiesa di città, con aria afosa e surriscaldata – come quella che si respira fuori. Causa incidente, arrivo qualche minuto dopo l’inizio della celebrazione: a presiederla un anziano prete, che fatica a muoversi ed è evidentemente oppresso dal caldo come tutti i partecipanti. Lo coadiuva un diacono.

La celebrazione dell’eucaristia di congedo dalla vita, che la consegna all’abbraccio benedicente di Dio, è letteralmente tragicomica. Il prete dimentica cosa deve fare, allora con gentilezza interviene il diacono. Salta pezzi della liturgia, e il diacono delicatamente gli fa riavvolgere il filo della celebrazione. Non trova le pagine nei libri liturgici, e il diacono si appresta a farlo cercando di non essere troppo invadente.

L’elenco potrebbe andare avanti… ma direi che questo basta per farsi l’idea del problema. Che non è l’anziano sacerdote in sé, a cui si deve una profonda gratitudine per la disponibilità a celebrare il rito. Il problema mi sembra il seguente – e riguarda il ruolo del diacono e la questione della presidenza delle nostre liturgie cattoliche. Da un lato, il diacono è stato una sorta di badante liturgico del prete. Dall’altro, è stato un vero e proprio presidente di colui che presiedeva l’eucaristia – senza di lui, la liturgia sarebbe impazzita nella fatica dell’età del celebrante, aggravata dal caldo opprimente di questa lunghissima estate italiana.

La domanda seria è: chi ha presieduto? Certo, de iure è stato il prete – si è seduto nella sedia centrale, ha letto la preghiera eucaristica, ha benedetto la bara al termine della celebrazione (non senza qualche rischio per la sua incolumità e lo sguardo stupito quando l’accolito gli ha passato il turibolo). De facto, ossia nel senso rituale e liturgico pratico, a presiedere è stato il diacono – senza di lui non ci sarebbe stata liturgia alcuna.

Si tratta di un episodio contingente, che rivela però una radicata – e talvolta perversa – mentalità ecclesiastica. Questa celebrazione ha pienamente corrisposto ai documenti della Chiesa cattolica sul tema, formalmente. Quello che è accaduto, la celebrazione reale a cui ha preso parte la gente, è andata in tutt’altra direzione.

Che formulerei nei seguenti termini: la presidenza di una comunità cristiana, finanche quella della celebrazione liturgica, è un fatto concreto – che si vive e si sente sulla propria pelle. E qui la realtà dei fatti cristiani dice qualcosa di molto diverso dalla teoria dei documenti. Appunto, che nella realtà di quella celebrazione eucaristica delle esequie cattoliche il presidente è stato il diacono e non il prete.

Ma questo apre un altro versante problematico. In ragione del centralismo clericale abbiamo finito per eucaristizzare tutte le possibilità liturgiche della celebrazione cattolica nella pastorale di tutti i giorni. Dimenticando che la liturgia non è solo la messa – ci sono molte altre forme liturgiche possibili, a cui però non ricorriamo quasi mai: perché se c’è il prete, qualsiasi sia il suo stato, si deve dire la messa.

D’altro lato, abbiamo pretizzato tutte queste altre possibilità liturgiche, per le quali è assolutamente possibile una presidenza non clericale. Dalla liturgia delle ore all’adorazione eucaristica. E nelle quali è altrettanto possibile, già ora, una parola pubblica e comunitaria della fede che non è quella del prete.

Gli episodi dicono lo stato delle cose. Se guardiamo alla vita concreta delle nostre comunità cristiane, si può vedere che la loro presidenza di fatto non solo non è tutta clericale, ma è anche plurale. La presidenza diventa clericale e univoca solo per ciò che riguarda il potere – quello del prete sulla comunità.

Forse è giunto il momento di iniziare a pensare, teologicamente e canonicamente, la presidenza della comunità cristiana dai fatti della vita pastorale delle comunità credenti – e non di incastrare quest’ultima nel letto di Procuste di una forma della comunità cristiana pensata sul prete quale suo principio assoluto.

Questo potrebbe far bene allo stesso ministero ordinato – ossia destinato a una comunità che lo precede, che già c’è e ha la sua storia.

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