
Ho letto con vivo interesse la quantità di articoli apparsi su Settimana News – da quelli a firma di Andrea Grillo, Giuseppe Savagnone, Giuseppe Villa, Marco Vannini, Marco Vergottini, fino ai ben cinque articoli di Antonio Staglianò[1] e la risposta di Mancuso a quest’ultimo[2] – che ha preso in considerazione il saggio di Vito Mancuso Gesù e Cristo, edito per i tipi della Garzanti e che, sebbene uscito nel novembre del 2005, vede già la quarta ristampa nel gennaio del 2026.
Le varie recensioni al saggio hanno sottolineato importanti elementi di criticità. Diversi passaggi sono apparsi ambigui e molte critiche hanno colto similitudini con questioni del passato – gnosi, pelagianesimo, docetismo – evidenziando come Mancuso non tenga sufficientemente conto di alcuni orizzonti interpretativi della teologia del Novecento. Eppure, nonostante ciò, sono convinto che si possa salutare il saggio di Mancuso con entusiasmo perché – al di là, ma forse proprio grazie a questi elementi di discussione – l’Autore sa porre domande che colgono il cuore di molti lettori affascinati, affettuosamente colpiti proprio da quell’uomo vissuto duemila anni or sono.
Il saggio di Mancuso ha il pregio di fondarsi su importanti domande che la teologia, quella accademica soprattutto, sembra aver dimenticato. Non intercettarle o, peggio, eluderle, arroccandosi più su risposte da manuale anziché condividerne lo stesso spazio pensoso, rischia di lasciar cadere nel vuoto un’importante occasione per la teologia stessa. La ricerca che Mancuso prova a portare avanti non domanda solo di ripensare dei contenuti ma vuole esplorare anche differenti modalità con cui approcciarli. Uno stile in cui si percorre un cammino in dialogo con differenti maestri più che assicurare il lettore in monologhi assertivi.
La ricerca di Mancuso è autenticamente personale e pertanto deve essere accolta e trattata con rispetto. La sua, più che un’esposizione di un pensiero codificato è una inquieta ricerca: prendere ciò che è stato tramandato mai per assodato o vero una volta per tutte, ma porsi invece in ricerca, lasciandosi guidare dal dubbio.
Lo stile di Mancuso per questo intercetta i pensosi, i travagliati dalla persona di Gesù, dal suo messaggio. Avere risposte e poche domande è, a mio avviso, ciò che sta rendendo sempre più marginale la ricerca teologica, che non osa più percorrere sentieri che si aprono al limitare dei nuovi orizzonti, in cui l’uomo contemporaneo vive. La teologia oggi preferisce compendiare: lo dimostra una semplice ricerca sui titoli delle tesi di dottorato. Il teologo si fa censore o interprete del pensiero altrui, ma non sembra voglia abitare le falde freatiche del dubbio o della critica poste dal suo atto credente.
Se da un lato comprendo che molte recensioni sottolineino quanto sia lontano il pensiero di Mancuso da una certa teologia normata e codificata, tuttavia mi sembra più fecondo frequentare le domande ingaggianti che si pone e che sono comuni a chi alla propria fede lascia il compito di porre interrogativi anziché rassicurare offrendo risposte.
Gesù è nostro?
L’impressione che suscita il saggio di Mancuso è di trovarsi di fronte ad una narrazione differente rispetto a quella canonica su Gesù. Ha un ché di estraniante la narrazione di un Gesù che non è quello a cui siamo abituati, interrogandosi su quanto abbiamo dato per conosciuto e certo. Di fatto per molti altri lui è già narrabile e narrato in modo differente!
Da qui la prima questione a mio avviso interessante: quando pensiamo a Gesù siamo sempre di fronte al rischio di incontrarne una sua codificazione o di ridurlo a ciò che vale per noi stessi. Se l’esito è solo personale, come nell’approccio di Mancuso, come può Gesù essere riconosciuto all’interno di una tradizione? È questa la domanda del saggio di Mancuso: «Gesù» e «Cristo» sono termini che rimandano ad una identità che non può essere presa per buona senza essere vagliata e ricostruita. Mancuso si propone di farlo all’interno della sua personale esperienza spirituale del «divino», che se non è sovrapponibile a quella cattolica, forse non lo può essere per nessuna esperienza comunitaria.
Anziché soffermarsi sull’esito personale della ricerca del nostro autore – sul quale non ci permettiamo di esprimere alcun giudizio – riteniamo importante, invece, non lasciar cadere la questione posta: è mai possibile che Gesù sia mai stato nostro o, forse, proprio la sua domanda – «ma voi chi dite che io sia?» (Lc 9,20) – invita a verificare l’idea del divino promuovendo itinerari individuali a partire dall’incontro con lui?
Se alla domanda di Gesù non si può rispondere che personalmente, allora è stato lui stesso a consegnarsi alla visione che gli altri poterono farsi di lui. D’altra parte, non c’è fede che non sia personale, così come non c’è spazio per una fede che non creda a partire dalla domanda che l’ha attraversata e di cui essa stessa si fa pungolo.
Parallelamente emerge un’altra certezza: nessuna domanda può esistere senza una comunità che abbia il coraggio di farsene carico, che si lasci interrogare continuando a trasmetterla e invitando così ciascuno a verificarla in ogni tempo. Gesù resta prigioniero di un passato irraggiungibile, della narrazione di una comunità che ne detiene il copyright, o è proprio la comunità a permettere che la verifica continui a definirlo nelle varie epoche? Se da un lato c’è un credere a quanto altri testimoniano – un che cosa si crede – dall’altro c’è un riferimento a chi ciascuno crede.
All’azzardo di conoscerlo affidandosi a quanto tramandato da una comunità e codificato dogmaticamente, si affianca il rischio di cadere nell’autoreferenzialità, laddove è il singolo a dover determinare il che cosa rispondendo alla domanda circa il chi. Mancuso nel suo saggio mostra dove possa portare un’analisi tutta e solo interna all’identità determinata dall’autore. A fondamento di questa operazione egli pone proprio la ricerca della verità e la fedeltà alla propria coscienza, ovverosia quanto di più universale si possa immaginare come orizzonte per l’uomo etico.
A conferma della bontà di questa impostazione vi è l’insegnamento dello stesso Concilio Vaticano II, sia rispetto al tema della libertà religiosa che della salvezza di coloro che non conoscono Gesù. Sollecitati a verificare il criterio con cui identificare Gesù, veniamo posti innanzi ad un bivio: o credere a chi sia Gesù per come una tradizione ce lo ha tramandato o determinare chi egli sia per come lo percepiamo. Personalmente credo che la questione posta in questi termini non tenga conto di un terzo elemento in grado, invece, di non farci cadere in questa polarizzazione ed è stato Gesù stesso a consegnarcelo.
Egli per primo cercò di fuggire le facili definizioni: i Vangeli ci mostrano la sua reticenza ad essere identificato come il Messia, il Cristo, testimoniandoci come avesse chiara la differenza esistente tra ciò che lui sapeva di sé e ciò che gli altri credevano fosse. Rispetto a questa polarizzazione Gesù decide, invece, di lasciare al Padre il proprio riconoscimento. L’identità di Gesù riposa nella relazione che vive con il Padre suo. Chi può riconoscerlo è solo il Padre, nessun altro. Ed è solo il Padre che concede questo riconoscimento (cf. Mt 11,27). Nessuno perviene all’identità di Gesù attraverso una sua autoproclamazione: egli stesso l’ha deposta definitivamente nelle mani del Padre. Gesù non è nostro, è del Padre e di nessun altro.
L’identità di Gesù sta e cade a livello Trinitario. Ricercare l’identità del Cristo, come propone Mancuso, demandandola alla teologia di Pietro e a Paolo e pensarla differente da quella esibita da Gesù, significa non entrare in quel gioco di riconoscimenti che può avvenire solo in un terzo che scardina la logica della polarizzazione. Dove entra in gioco allora la comunità? Paolo, inserendosi nel riconoscimento che Barnaba e i cristiani di Antiochia gli offrivano, coglie come sia lo Spirito di Gesù a far loro gridare «Abba, Padre» (cf. Gal 4,6). Un terzo, per l’appunto. Il riconoscimento è una questione di triangolazioni.
Credere in coscienza o su quanto testimoniato da altri?
Come poter credere alla parola della comunità credente, alla Chiesa, e lasciare ad un terzo la possibilità di questo riconoscimento? Perché mai Gesù dovrebbe essere quello narrato dai Vangeli, dai suoi discepoli? perché dovrebbe coincidere con chi la Chiesa annuncia? Mancuso ha chiaro che se Gesù fosse solo di qualcuno, poterlo riconoscere come il Cristo significherebbe dominarne l’identità: diverrebbe reale e presente per chi lo narra, assente a chi lo dovesse cercare altrove.
Lo slogan «Gesù sì, la Chiesa no» di sessantottina memoria già si muoveva nel medesimo solco: sottrarlo alla sola narrazione di alcuni sembrava renderlo reale finalmente a tutti. Fintanto che la sua identità passa per ciò che si deve credere di lui, Gesù rimane ostaggio della narrazione di pochi; liberarlo dal main stream significa ricondurlo alla portata di tutti, libero da inutili paludamenti, accessibile nell’intimo. In questo modo la determinazione dell’altro avverrebbe all’interno di una espressione incredibilmente fragile: quando l’identità dell’altro mi appartiene perché decido io chi lui sia, allora anche la mia sarà là dove un altro mi renderà presente a lui stesso. Essere presente all’altro diventa l’unica via d’uscita alla propria irrilevanza. Il fenomeno social lo ha esplicitato in modo palese attraverso il ricorso ai like.
Come ben mostrava Jessica Benjamin[3], il riconoscimento reciproco, se è fondato su una logica duale, prevede che uno sovrasti l’altro: qualcuno si deve sottomettere alla logica del riconoscimento per vedersi a sua volta riconosciuto. Hegel lo aveva già codificato nella dialettica servo-padrone. C’è bisogno di un terzo.
Se riportato a quanto abbiamo detto poco sopra, l’alterità di Gesù, il suo essere fuori dalla matrice duale è un cambio di paradigma necessario, altrimenti Gesù potrà ben essere un maestro, ma solo quando qualcuno gli si farà discepolo. Mancuso afferma che sono proprio Pietro e Paolo a definire Gesù il Cristo, divenendo i fondatori dell’identità che salda Gesù al Messia. Quando Mancuso vuole ricostruirne l’identità, non ci sembra sfuggire alla sua stessa critica.
A Gesù non interessa dire se stesso, né lasciarsi codificare dagli altri: ha accettato che fosse l’agire del Padre, un terzo, a rendere ragione della sua pretesa. È questa libertà, il lasciarsi dire da un terzo, a spezzare la logica del potere duale. È questa sua libertà a permettergli di scegliere i propri discepoli anziché essere scelto da loro, a procedere sulla strada che lo potrà condurre alla croce anziché esservi condotto dal fato, perché la fedeltà ultima che lo domina è alla parola che gli echeggia dentro anziché rispondere al facile consenso.
Lo stesso riconoscimento non duale sta alla base dell’identità del Padre[4]. Gesù è il Verbo perché è la parola del Padre: il Padre lascia che sia il Figlio a dirlo, donandogli parole terze, umane e filiali, affinché la parola ‘padre’ sulle labbra di Gesù ne riveli l’inaudita prossimità.
Non c’è spazio per un riconoscimento se non entrando in questo gioco di triangolazioni. Lo è per il Padre tanto quanto per lo Spirito e la Chiesa. La prospettiva insita nella domanda di Gesù – ma voi chi dite che io sia? – richiede di deporre ogni logica di potere per lasciarsi dire e riconoscere da un altro, secondo una logica di apparente fragilità ma al contempo fondata sul coraggio ad una fedeltà.
La riflessione cristiana si è raccolta attorno a questa esperienza chiamandola grazia: il libero dono dell’altro e l’impossibilità di appropriarsene, la gioia per il dono dell’ospitalità e della presenza altrui, poterne essere fatto parte condividendola ma senza dividerla fra i partecipanti.
Salvezza: da che cosa, da chi?
L’ultimo spunto Mancuso ce lo offre quando, con coraggio, guarda alla salvezza e a come una certa narrazione avvolge di ambiguità il senso di questo termine. Gesù Cristo è salvatore – addirittura assoluto e unico – dell’uomo e dell’intera creazione; affermarlo rimanda ad una concezione dell’uomo privato o mancante di qualcosa, ferito, malato. Affermare il suo bisogno di salvezza significa percepirne l’inconsistenza interna, il senso del limite e il desiderio di oltrepassarlo.
Porsi la domanda sul senso della salvezza può sembrare banale, ma non lo è. La sua comprensione muta al cambiare dei tempi: in ogni epoca trova una sua precisazione perché l’uomo si interroga in modo diverso circa la propria presenza e non autosufficienza. Il senso del termine «salvezza» si iscrive all’interno di una logica duale, di potere. In questo modo Gesù rischia di diventare un’applicazione dell’umano, di ottenere il proprio posto alla luce dello spazio abitato dall’uomo, dalle sue paure e dalla percezione che egli ha di se stesso.
Mancuso, domandandosi della salvezza di Gesù, sortisce l’effetto di mostrare che il re è nudo: se è un salvatore, dipende dal desiderio di salvezza che l’uomo nutre, se è solo un maestro, sono le scelte poste dalle proprie azioni a definire l’orizzonte spirituale e umano entro cui trasfigurarsi.
Nella prospettiva offerta da Mancuso, l’uomo è ri-posto nel confine che abita, chiamato a vivere all’altezza della sfida che il mondo e la storia gli rivolgono perché chiuso all’interno di una prospettiva in cui l’evento, lo storico, non può essere salvifico per tutti proprio perché è solo storico. Così della resurrezione non si può che tacere, come fecero le donne di ritorno dal sepolcro la mattina del giorno dopo il sabato. La resurrezione, intesa come evento escatologico, rimanda ad un oltre, ma indicibile perché metastorico. È impossibile qui non sentire la forza della domanda rivolta alla comunità cristiana, al suo uso della voce «salvatore» o «redentore».
Il termine «salvezza» o viene ad essere articolato a partire da una prospettiva segnata dal negativo, dal peccato, o diventa inefficace, avvolta dalla caligine dell’apofatismo. In entrambi i casi non trova il proprio contenuto in Gesù Cristo.
Concordo con Mancuso quando afferma che ogni riduzione dell’evento pasquale a mera risposta alla croce sia una riduzione amartiocentrica, ma ritengo anche che l’assenza della destinazione ultima posta nell’ascensione al cielo del crocifisso Risorto – se non addirittura la sua derubricazione a mito – sia un indizio di come la domanda sulla salvezza non faccia i conti con l’esistenza di Gesù.
Non si tratta di scampare al morire umano, né di assumere una prospettiva di vita stoica. Gesù ci salva proprio da questi orizzonti, perfino dal senso sacrificale che l’ha blandita: muore proprio a causa di questa svolta anti-religiosa, non venendo riconosciuto da quell’orizzonte cultuale e sacrificale. L’autore della lettera agli ebrei ben lo testimonia.
Gesù ci salva dalla nostra idea di salvezza, inserendoci in quella del Padre, che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (cf. Gv 3,16), l’unigenito, perché fosse il primogenito di una lunga generazione. Gesù ci espose alla sua esperienza, essere l’amato, perché ne divenissimo partecipi quando eravamo ancora peccatori (cf. Rm 5,8), ogni volta che il senso di colpa ci impedisce di considerarci al di là della nostra prospettiva egocentrica.
La salvezza non è la trasformazione dell’umano: non corrisponde neppure ad un suo upgrade ontologico. La magnifica umanità di Gesù è la stessa che egli condivide con ogni uomo, anche se peccatore, ma il vivere filialmente quanto di comune esiste ora tra noi e il Padre suo è quanto di più nuovo potesse essere rivelato nella sua umanità. L’aver vissuto come destinatario di un amore personale unico ha dato una destinazione all’essere umano unica e personale.
L’amato dal Padre (cf. Mc 1,11; 9,7) non dà dall’esterno un senso all’esistenza dell’uomo, al male che lo coglie, al peccato che lo dilania; sposta semmai gli accenti del donare e dell’offrire in un riceversi e accogliersi nell’altro. Non vi è nessuno sforzo da compiere, nulla da sacrificare: resta solo il vivere la vita nuova che vive dentro l’uomo.
Non si tratta neppure di dover essere all’altezza del dono ricevuto: un dono siffatto schiaccerebbe chiunque lo ricevesse, lasciando spazio solo ad un senso di colpa infinito. Gesù ci salva anche in questo: liberandoci dalla logica duale del dono e del donatore, non chiedendo nulla in cambio ma lasciando che sia il nostro vivere il modo in cui lo facciamo proprio, personalmente e non senza l’altro.
L’occasione offerta da Mancuso può essere davvero preziosa se permette di risalire alle sorgenti che le buone domande anelano, anziché lasciarsi trasportare dalla corrente delle risposte che, solo quando vengono fatte proprie, nutrono.
[1] https://www.settimananews.it/lettere-interventi/ateologia-mancuso-1/,
https://www.settimananews.it/lettere-interventi/ateologia-mancuso-2/,
https://www.settimananews.it/lettere-interventi/ateologia-mancuso-3/,
https://www.settimananews.it/lettere-interventi/ateologia-mancuso-4/, https://www.settimananews.it/teologia/lateologia-mancuso-5/.
[2] https://www.settimananews.it/teologia/a-proposito-di-gesu-di-cristo-e-della-mia-teologia/
[3] Cf. J. Benjamin, Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019.
[4] Cf. M. Bracci, Paterologia. Per una teologia del Padre, San Paolo, Milano 2017.





