
Per amore non della polemica ma della verità, esprimo qui, in sintesi, alcune osservazioni critiche sul volume di Vito Mancuso, Gesù e Cristo (Garzanti, 2025).
Tesi centrale del libro è che il Gesù storico poco o nulla abbia a che vedere col Cristo, ossia con la figura del redentore, morto per espiare il peccato di Adamo, quale è stata costruita da Paolo, vero fondatore del “cristianesimo”, e, prima di lui – a parere di Mancuso – da Pietro.
La predicazione di Gesù era l’appello alla conversione in vista dell’imminente avvento del regno di Dio in Israele; egli non voleva affatto morire: che fosse venuto per la morte salvifica è invenzione successiva, quando il regno atteso non venne e i discepoli dettero questo senso teologico alla sua morte, e poi risurrezione. La figura di Gesù si inquadra, dunque, nell’ambito squisitamente ebraico del messianismo, al di fuori di quelle caratteristiche universalistiche, di stampo ellenico, che ha assunto in quanto Cristo redentore dell’umanità.
Il “rinunciare a sé stessi”
Mancuso motiva queste affermazioni con il ricorso a numerosi studiosi contemporanei e con un accurato esame delle fonti neotestamentarie. Si potrebbe obiettare che tali affermazioni sono comunque discutibili, a partire dall’assoluta ebraicità di Gesù, che, ovvia in quanto ebreo, inserito nel suo tempo e nella sua cultura, altrettanto ovvia non parve già ai suoi stessi contemporanei e correligionari, e su questo fatto non mancano certo i riferimenti scritturistici, a partire dai vangeli stessi.
Del resto, la Scrittura è, come dicevano i medievali, un nasus cereus, un naso di cera che si può modellare come si vuole, ovvero da cui si può ricavare il senso che ci interessa sostenere: e, difatti, non solo l’Antico ma anche il Nuovo Testamento sono pieni di affermazioni assolutamente tra loro contraddittorie; ma non è questo il punto. Anzi, siccome è comunque giocoforza partire dall’analisi delle testimonianze scritte, queste osservazioni critiche partono proprio da un’inspiegabile lacuna nella disamina fatta dall’autore sui fondamenti evangelici della predicazione di Gesù.
Essa riguarda l’invito fatto dal Maestro ai suoi discepoli: «Chi vuole venire dietro di me, rinunci a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24; Mc 8,34, Lc 9,23). I tre sinottici lo riportano quasi con le medesime parole, per cui si può a buon diritto pensare che si tratti di un effettivo insegnamento di Gesù.
Chiunque comprende quanto sia essenziale, giacché si tratta della rinuncia alla volontà propria, per lasciare spazio a quella di Dio. Non a caso esso è stato ritenuto il centro del messaggio evangelico da tutta la tradizione spirituale cristiana, che vede in queste parole l’insegnamento fondamentale. Ne potremmo citare infiniti esempi, ma ci limitiamo a uno soltanto: Abnegare semetipsum sibi ut sequatur Christum, scrive san Benedetto nella Regola, IV, 10.
Orbene, questo passo non è preso affatto in considerazione da Mancuso, e neppure quello corrispondente nel Quarto vangelo: «Chi ama la propria anima la perde, e chi odia la propria anima in questo mondo, la salva per la vita eterna» (Gv 12,25).
Entrambi i passi rimandano chiaramente alla morte, in senso fisico, ma anche e soprattutto spirituale. Il primo, infatti, è preceduto dall’annuncio che Gesù fa ai discepoli della sua prossima passione, morte e risurrezione (Mt 16,21; Mc 8,24; Lc 9,21) e poi prosegue: «Perché chi vuole salvare la propria anima la perderà, ma chi perderà la propria anima per causa mia la salverà», in assoluta concordanza col parallelo testo giovanneo che abbiamo riportato, che è preceduto dal celebre versetto: «In verità vi dico, se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24), in un passo tutto rivolto a preannunciare la prossima passione e glorificazione (cf. Gv 12,23–33).
La morte, evento fondamentale della vita di Gesù
Mancuso cita sì una volta Mc 8,34, ma senza toccare affatto il tema della rinuncia a sé stesso e solo per dire che la croce era un supplizio usato dai Romani e «prendere la croce» era espressione usata a quel tempo dagli zeloti. La croce stessa, cui Gesù fa esplicito riferimento, viene così posta in secondo piano, ridotta a un modo di dire di quel periodo.
Trattando poi il tema dell’anima che può morire (cf. Mt 10,28: «non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima») e che si può perdere, correttamente respinge la traduzione di psyché con “vita”, usata dalla CEI, proponibile in alcune occorrenze, ma erronea nel caso di Mt 16,26, Mc 8,36-37, Lc 9,25, ove è necessario tradurre con “anima” («Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria anima? O cosa potrà dare un uomo in cambio della propria anima?»), sottolineando giustamente il carattere duale – corpo e anima – dell’antropologia seguita da Gesù, che attribuiva all’anima l’importanza decisiva (cf. p. 233). Desta perciò sorpresa che non venga preso in esame neppure Gv 12,25, con il davvero potente, sconvolgente, «odiare la propria anima» (inequivocabile il verbo greco misein, odiare), su cui si legga il sermone eckhartiano Qui odit animam suam.
Concentriamoci, comunque, sul fatto che i vangeli sinottici, a partire da quello che viene considerato il più antico, cioè Marco, siano tutti impostati sulla morte di Gesù come evento fondamentale della sua vita: egli doveva morire, come evidente dalla ricorrenza della forma verbale greca dei: è necessario.
Ancor di più si può dire del Quarto vangelo, contraddistinto dalla frequenza del sostantivo ora (in greco uguale all’italiano), che rimanda all’ora essenziale di tutta la vicenda umana di Gesù, ossia quella della morte.
Assumendo come storicamente vero che Marco riporti il pensiero di Pietro, di cui fu collaboratore a Roma, dopo averlo da tempo conosciuto, e anche di Paolo, di cui fu compagno nei viaggi missionari, e che, d’altra parte, il più tardo Quarto vangelo sia ampiamente influenzato dalla teologia paolina, si può accettare la tesi di Mancuso – peraltro non nuova, e ampiamente corroborata da tanti studiosi – che la figura del Cristo quale redentore, morto per espiare il peccato di Adamo, provenga da questi discepoli.
Ma – ecco il punto – è proprio vero che tale figura è diversa da quella del Gesù storico, tanto diversa da esserne quasi opposta? In altre parole, i discepoli hanno compiuto un’operazione teologica arbitraria, incongrua con l’insegnamento reale di Gesù, che era stato soltanto un maestro, annunciatore di un regno di Dio che non venne affatto e messo a morte contro la sua volontà?
La modesta – anzi, modestissima, ma peraltro concorde con una bimillenaria tradizione spirituale – opinione dello scrivente è che non sia così. Certamente i discepoli dettero forma a una visione teologica andando per così dire oltre il messaggio del loro maestro e amico, che aveva insegnato soltanto (scusate se è poco!) la necessità della rinuncia a sé stessi, della morte della volontà personale, senza ritenersi la vittima da immolare per la redenzione dell’umanità.
Essi espressero, in una forma mitica, rappresentativa, coerente con il loro pensare semitico più per immagini che per concetti, questo medesimo insegnamento: è necessario morire per rinascere a una vita nuova, ossia per entrare nel regno di Dio.
Nella mentalità di allora, percorsa da fantasie escatologiche ed apocalissi di ogni tipo, solo una visione teologica drammatica come quella elaborata da Pietro e Paolo poteva imporsi alla religiosità di quei tempi e di quei luoghi, incapace di muoversi su un piano filosofico.
Solo un’etica del bene e della giustizia?
Lo straordinario dramma cosmico che ha costituito il cristianesimo, ove Gesù è divenuto il Cristo salvatore e redentore dal peccato grazie alla sua morte, descrive perciò in modo plastico e “dimostra” il fatto che solo la morte dell’ego salva dal peccato di Adamo – quello che Agostino chiamerà peccato originale – che è l’amore di sé stesso, della propria anima. Cristo lo ha fatto una volta per ogni uomo – questo il senso preciso del dramma cosmico – e il singolo uomo può farlo credendolo, ossia riconoscendolo come vero per sé stesso.
Che il primo dei vangeli, quello di Marco, sia – come qualche esegeta ha scritto – solo un racconto della Passione preceduto da un lungo prologo, testimonia proprio questo fatto fondamentale: la morte è l’essenziale della vita di Gesù, di cui meglio di ogni altro poteva testimoniare il suo più vicino discepolo: Pietro, l’ispiratore di Marco.
Ciò non significa affatto che dobbiamo accettare questo mito teologico: qui Mancuso ha perfettamente ragione, e, del resto, già Hegel notava che è ripugnante pensare che Dio sia un tiranno che chiede sacrifici, e il sacrificio del Figlio sia per espiare il peccato di Adamo.[1] Però a noi spetta riconoscere la verità che quel mito descrive in forma rappresentativa, riportandolo aus historie ins wesen, da una storia esteriore all’essenza interiore, come diceva Jakob Böhme, comprendendo cioè che esso riguarda l’anima nostra: «nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non nasce sei perduto in eterno», recita Angelus Silesius nel suo capolavoro, sintesi della mistica cristiana.[2]
Mancuso ritiene che un cristianesimo possibile e necessario per il nostro tempo – un neocristianesimo come lo definisce – pur mantenendo l’universalità del cristianesimo stesso, debba tornare all’insegnamento reale di Gesù, da lui definito “gesuanesimo”, che è, a suo parere, essenzialmente un’etica del bene e della giustizia, parallela a quella di altri maestri, laici o religiosi che siano, capaci comunque di condurre a una vita buona, giusta, e con ciò alla “salvezza”, che poi significa l’immortalità (cf. p. 720).
Accettiamo pure, dunque, queste affermazioni, che potrebbero anche essere messe in discussione, per andare alla questione davvero essenziale. Il punto è che il cristianesimo ha fatto di Gesù non solo un maestro di morale, ma il Cristo, il Figlio di Dio e Dio stesso.
Ignorata la dimensione ascetico-mistica
Cosa significa questa paradossale, “incredibile”, affermazione che rende un uomo Dio? Ha solo un carattere mitico, o non è piuttosto un’espressione rappresentativa di una realtà interiore, vera nell’anima nostra? E, soprattutto, non è forse strettamente legata a quell’elemento essenziale della predicazione di Gesù, che è l’invito a rinunciare a sé stessi, a odiare la propria anima, a “morire”, onde rinascere a una vita nuova, vita “eterna”?
Questo è il punto cruciale, vero, a livello antropologico prima che teologico: la divinità di Gesù è dichiarata, riconosciuta, quando è chiara, riconosciuta, la nostra,[3] ove la divinità non va intesa in un senso mitico, antropomorfico, nell’àmbito della potenza di JHWH o di Allah, ma come presenza in noi di qualcosa che va oltre la natura, e che possiamo esprimere in vario modo – luce, grazia – ma che è comunque la vita vera, la vita dello spirito.
La realtà dello spirito, al di là dei legami di spazio e tempo, al di là della particolarità e finitezza dell’anima – che non è un sinonimo di spirito, ma tutt’altra cosa – emerge infatti solo quando si è compiuto il distacco da noi stessi, quando si è realizzata quella morte dell’anima che la tradizione appunto spirituale chiama mors mystica.[4] È quello che Gesù dice a Nicodemo, che è maestro in Israele, ma non capisce e non può capire (cf. Gv 3,1-10), perché qui siamo fuori dall’orizzonte ebraico, siamo nell’universale della filosofia: non a caso Simone Weil definisce il vangelo «ultima espressione del genio greco».[5]
Il filosofo in cui si compie la tradizione della mors mystica,[6] insegna, perciò, che l’evento fondamentale della «religione dell’età nostra» è la passione e morte di Gesù Cristo, perché la natura di Dio è spirito, per cui la negazione, la morte, è elemento essenziale. Infatti, non la vita che schiva il negativo, la morte, ma quella che in essa si mantiene è la vita dello spirito, che trova sé stesso nell’assoluta lacerazione.[7] È proprio sulla croce, morendo, che Gesù «consegnò lo spirito» (Gv19,30).
Notiamo, di passaggio, che anche un avversario di Hegel come l’ateo – o, meglio, il «mistico senza Dio»[8] – Schopenhauer, trattando dei mistici, da Agostino a Fénelon passando per la grande stagione della mistica medievale tedesca,[9] ritiene che nella rinuncia a sé stessi, alla volontà propria, stia l’essenza del vangelo, ovvero il senso più genuino di quella «alta e redentiva religione» che è il cristianesimo, altrimenti ridotto ad uno «scipito ottimismo» di marca pelagiana.[10]
Si comprende allora come la lacuna segnalata all’inizio di queste pagine sia molto importante. Non una dimenticanza trascurabile, ma un’omissione che esclude prima dal “gesuanesimo”, poi dal proposto neocristianesimo, la componente ascetico-mistica e lo rende così compatibile con la “religiosità” effettiva del nostro tempo, che è quella new age, col suo «tempio politeista»,[11] ove sono presenti molti dèi, ma in realtà nessun Dio. Al contrario, secondo un detto attribuito a Karl Rahner, “il cristianesimo del nostro tempo o sarà mistico o non sarà affatto”.
Con questa considerazione siamo, però, andati oltre il fine propostoci qui. L’argomento richiede un’ampia trattazione e soprattutto una discussione, un confronto, che spero possa esserci presto con l’autore di questo importante libro.
[1]«Il sacrificio della morte [di Cristo] dà la spinta all’opinione che Dio sia un tiranno che chiede dei sacrifici. Questo è falso. Al contrario, la natura di Dio è spirito e allora la negazione è il momento essenziale» (Lezioni sulla Filosofia della Religione, Zanichelli, Bologna 1971, vol. II, p. 369).
[2]Cfr. A. Silesius, Il pellegrino cherubico, a cura di G. Fozzer e M. Vannini, Lorenzo de’ Medici Press, Firenze 2018, I, 61.
[3]Lo rileva con grande finezza Henri Le Saux: «Gesù non avrebbe potuto esser detto theós [dio] dall’uomo, se questi al fondo di sé non avesse sentito la propria theotés [divinità]». Cf. H. Le Saux, Svāmī Abhishiktānanda, Diario spirituale di un monaco cristiano–samnyāsin hindū 1944–1973, a cura di R. Panikkar, tr. di C. Lamparelli, Mondadori, Milano 2002, p. 460.
[4]Non vogliamo appesantire questo articolo, ma non possiamo fare a meno di rimandare agli splendidi distici 26-26 del primo libro del Pellegrino cherubico di Silesius, dedicati appunto alla morte mistica.
[5]Cf. S. Weil, L’ Iliade, poema della forza, in ed., L’attesa della verità, a cura di S. Moser, Garzanti, Milano 2014, p. 113.
[6]Cf. T. Kobusch, Freiheit und Tod. Die Tradition der “mors mystica” und ihre Vollendung in Hegels Philosophie, Theologische Quartalschrift, 164 (1984), pp. 185–203;
[7]Esprimiamo qui sinteticamente qui il pensiero hegeliano, dalla Fenomenologia dello spirito alle Lezioni sulla Filosofia della religione, per cui vedi il mio Dialettica della fede, Le Lettere, Firenze 2011.
[8] Così lo definì felicemente Giuseppe Faggin nella sua monografia: Schopenhauer, il mistico senza Dio (La Nuova Italia, Firenze 1951).
[9]Il filosofo di Danzica ritenne la Teologia tedesca (ovvero il Libretto della vita perfetta, opera di un anonimo cavaliere teutonico di Francoforte), opera immortale, allo stesso livello di Platone e di Buddha. Cf. la mia Introduzione all’opera (Le Lettere, Firenze 2026, p. XXVI).
[10]Cf. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, tr. it. di P. Savj-Lopez e G. Di Lorenzo, Laterza, Roma-Bari 1982, vol. II, libro IV, § 70,
[11]Così Max Weber definiva, ormai un secolo fa, la molteplicità di proposte religiose propria della società contemporanea.






Questo libro o opera omnia di Mancuso rappresenta soltanto una grande demolizione non solo de Gesù storico ma anche del Cristo storico.
Separare la figura di Gesù da quella del Cristo è il più grande errore esegetico, ermeneutico, filologico che si possa fare dei Santi Vangeli consegnandoci solo un predicatore come i tanti che attraversavano la Palestina di quel tempo e che fallisce nella sua visione e imminente attesa apocalittica escatologica.
E anche la morte del Cristo alla fine non è una morte redentrice del Figlio di Dio, dela stessa natura e sostanza del Padre, consustanzuale a Dio dall’eternità, ma solo la morte di un giusto come tanti nella storia del mondo.
Né un incarnazione di Dio né una morte di Dio.
E non si accampi che Dio non poteva morire perché la duplice natura presente in Cristo era l’unica via per riaprire agli uomini il paradiso perduto.
Tutta la soteriologia della salvezza cristiana è distrutta e tutti gli insegnamenti conciliari Vaticano Secondo sono diluiti a riguardo del cerchio concentrico di tutte le religioni verso il cristianesimo.
Mancuso dimentica un apoftegma fatto proprio da alcuni studiosi ebraici che afferma:” tutte le religioni parlano di Dio; solo nella religione cristiana è Dio che karma agli uomini “.
Se così è come è per chi non solo ha fede ma affronta criticamente gli studi con una mente scevra dal clericalismo che secondo Mancuso è insito e connaturato al Cristianesimo non gesuanico, né ritiene che il libro già dal titolo Gesù e Cristo rappresenta solo la speculazione e la fuga in avanti di un filosofo e solo di un filosofo che richiama come autentico il Vangelo di Tomnaso definito il quinto vangelo ma dimentica che vi è anche il Vangelo di pietra
che attesta la verità storica e di certo collocabile non intorno al 100 dopo Cristo ma al massimo al 54 dopo Cristo, di un Dio che si incarna e che non è figlio di Giuseppe come velatamente traspare dal ricorso ai fratelli e sorelle di Gesù e che portano la famiglia di Nazareth a nove unità.
Siamo di fronte a un neoarianesimo già battuto nel 325 con il Concilio di Nicea.
E siamo a un sincretismo religioso e a un latente modernismo biblico che fa di questo lavoro solo una capziosa e distorta lettura di un evento e di un uomodio e GesùCristo( tutto senza interruzioni) che ci ha dato martiri e santi che non sarebbero mai morti per una proiezione idealistica di Pietro e Paolo.
Un libro da gettare alle ortiche se si voleva speculare la figura di un Rabbi che sin dalla nascita sapeva esattamente, come ci ricorda uno scrittore davvero alla ricerca di Dio, parlo di Erri de Luca, di essere venuto per fare la volontà del Padre Suo e di essere, Giuseppe, solo “marito e sposo secondo di Maria”.
Un bel libro del sacerdote teologo Giorgio Sgubbi, ” Il Logos è Amore” ( rifacentesi per buonissima parte alla Teologia Ratzingeriana ) confuta con serie impressionante di dati esegetici, biblici , storico- critici, contributi di Autori basilari ed anche talora meno noti, ciò che vorrebbe ANCORA (!!) dopo 2 millenni opporsi al dato Cristiano incontrovertibile: la Divinita di Gesù Cristo fu chiarissima SIN DALL’ INIZIO , non una sognante auto-illusione inventata da poveri illusi incolti – forse come gli Dei o Semidei greci, e non solo. Basterebbe qlc citazione : ” Io e il Padre siamo una cosa sola”; ” Chi ha visto me ha visto il Padre”; ” Prima che Abramo fosse ,IO sono!”; ” Non sapevate che debbo occuparmi delle cose del Padre mio?”—> sconcertante dichiarazione fin dall’ Infanzia ; ” Io sono la Resurrezione e la Vita; chi crede e vive in me non morirà in eterno!”—>attributi ,come pure quello del perdonare i peccati, nel pensiero Ebraico propri solo di Dio . E difatti : ” non per i tuoi atti ti vogliamo lapidare, ma perché tu, che sei uomo, ti fai come Dio”. “;Andate e battezzate ogni creatura, nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo!”. Gesù Cristo ebbe auto- coscienza di essere Divino , fu il Volto del Padre fattosi carne : ” et Verbum caro factum est “. Le cervellotiche supposizioni di Mancuso, e di suoi epigoni, fra cui la presunta ignoranza e opposizione terribile di Gesù Cristo nei cfr.della sua prossima morte, non tengono conto né dei valori di Realtà testimoniate alla base dei Vangeli (storiche, e metaforiche: ma cmq REALTÀ, non favole); né del fondamentale Valore bimillenario della Tradizione Cattolica; né del sacro Principio:” è solo LO SPIRITO che giudica dello spirito”. Questo volumone di Mancuso è invece costruito ” solo di testa”, con la fredda analisi di un meccanico ragionatore- che smonta una enorme Costruzione in 10.000 frammenti, donde poi non sa ritrovare il VERO bandolo della matassa, e vorrebbe creare un Cristianesimo ” per iniziati”( pensiero gnostico), trasformando Xto in un ” povero” Gesù di strada-che però ci salverebbe(!!) vedendo in lui un esempio ( socratico?) di bontà pacifismo mitezza gentilezza pazienza… .Un Xto così non salverà mai NESSUNO !!! , anche xchè non è mai esistito né mai potrà esistere!! Deus Caritas est, non un hippy del buonismo !!!
Libro preoccupante: ignora totalmente il fatto che in Gesù la natura divina è unita alla natura umana, ma in modo distinto e non confuso.
Si omette la terribile notte del Giovedì Santo, quando l’uomo Gesù suda sangue e piange, ma poi, con la sua volontà umana, aderisce al disegno di Dio: “non la mia, ma la tua volontà sia fatta”.
Però mi preoccupa non poco anche l’articolo apologetico, quando afferma che la divinità di Gesù “è espressione di una realtà interiore”.
Quanta superficialità: trattati interi sulla Passione e morte (non oso parlare di resurrezione) e sul rapporto tra Adamo e Gesù allegramente ignorati.
Ma sempre ha dato molto fastidio, la carne di Dio in Gesù: obbliga a scelte personali e sociali scomode.
Altro che “realtà interiore”.
E lui stesso lo diceva: “beato chi non si scandalizza di me”.
Vannini parte da un’osservazione testuale solida (quei versetti ci sono e sono attestati con forte concordanza sinottica) ma poi li fa scivolare rapidamente verso la propria cornice interpretativa preferita — la mors mystica hegeliana e la mistica speculativa tedesca. È un’operazione legittima come lettura teologica, ma non è affatto l’unica possibile: “rinunciare a sé stessi” può essere letto anche in chiave molto più sobria (rinuncia alla pretesa di dominio, discepolato radicale, sequela nella persecuzione) senza scomodare Eckhart o Hegel.
Concordo con il giudizio di Fabio Cittadini sul libro di Mancuso, ma anche la replica di Vannini a quel testo contiene affermazioni che mi lasciano a dir poco perplesso. Accenno a qualcuna. Per Mancuso, ma mi pare che anche Vannucci propenda per questa teoria, la fede cristiana, a partire dai discepoli, avrebbe creato il mito di Gesù come Redentore, morto per espiare il peccato di Adamo. Ma davvero la fede cristiana riduce il senso della croce di Cristo all’espiazione del peccato originale? Mi pare che la riflessione su questo profondo mistero dell’amore di Dio abbia portato e continui a portare anche e ben altri significati. E poi, perché i discepoli, per creare il mito del Redentore sarebbero andati a pescare il tema del peccato originale che, salvo in Genesi, mi pare ignorato nell’ebraismo e del tutto assente nei Vangeli? Inoltre mi pare assurdo pensare che Marco, l’autore del Vangelo più sintetico, asciutto, realistico, sia l’artefice primo di una mitizzazione della vicenda di Gesù, e magari sotto l’ispirazione di Pietro, il pescatore di Galilea, che, dai suoi interventi riferiti dai sinottici, non sembra proprio rivelare un’ indole incline a immaginare miti.
Altra perplessità: si afferma che “la divinità di Gesù è dimostrata e riconosciuta quando è chiara e riconosciuta la nostra, ove la divinità (va intesa) come presenza in noi di qualcosa che va oltre la natura…e che è la vita vera, la vita dello spirito”. Quindi siamo divini per natura e la divinità di Cristo non si distingue dalla nostra? Non confondiamo lo spirito di cui tutti siamo dotati con lo Spirito Santo che è, Lui sì, la Vita che ci divinizza, ma che è un dono (che possiamo accogliere o rifiutare). Siamo figli di Dio per “adozione” ci dice S. Paolo e S. Giovanni nel Prologo afferma: “a quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di DIVENTARE figli di Dio”. Si fa poi riferimento a Le Saux che afferma (nota 3):” Gesù non avrebbe potuto essere detto theòs dall’uomo, se questi al fondo di sè non avesse sentito la propria theotés”. Ma Gesù a Pietro che lo riconosce come Figlio del Dio vivente risponde :”Beato te…poiché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” e S: Paolo proclama :”Nessuno può dire: ‘Gesù è il Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito”.
Mi pare, infine, che la resurrezione di Cristo sia lasciata quasi completamente in ombra, ma si crede o no che Gesù sia risorto o anche questo è un mito? Eppure la resurrezione rappresenta il cuore del kerigma che è l’annuncio della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, vittoria di cui Egli ci rende partecipi e che noi accogliamo nella fede. Non è quindi la nostra vita onesta e buona che ci fa raggiungere la salvezza e quindi (ma qual è il nesso logico ?) l’immortalità.
MI pare, per concludere, che sia Mancuso, sia Vannini e tanti altri teologi à la page, arrampicandosi sui vetri o su fili di seta, ci offrano solo surrogati dell’autentica fede in Gesù Cristo Salvatore, surrogati di cui non si sente la necessità.
La morte di Giovanni scuote Gesù non solo per la perdita di un parente o della persona che stima più di ogni essere umano ma anche perché vede avvicinarsi drammaticamente la sua morte.
Andare nel deserto era il suo modo per prepararsi ad affrontare ciò che lo aspettava e qui, come per incisissima nota, voglio ricordare che il suo ‘Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”» (Luca 24,25-26) è libera condivisione con il progetto del Padre che creando esseri liberi si era eternamente predisposto ad essere rifiutato.
Dal mio commento di oggi del vangelo di questa domenica un’ osservazione sull ‘articolo di Vannini che su Gesù ha un’interpretazione a parte hominis ma la tua storia vive in uno scenario completamente diverso.
Questo essere radicalmente vita del Padre non poteva essere fermato dal suo contrario, il male, e Gesù è l’araldo che in intimissimo accordo con il Padre si accolla a sue spese la libertà di dimostrarlo qui nel deserto con l’abbondanza del pane di comunione e poi con il suo corpo crocifisso diventato vero pane che sfama, sana e fortifica la nostra vita.
Il “gesuanesimo” Di Mancuso non e’ cge l’ antica eresia ariana riproposta in salsa modernista. Per gli ariani Gesu’ non era altroché una grande maestro spirituale ed etico, uno spirito eletto,certo e come tale degno di essere chiamato “figlio di Dio” in senso metaforico, non ” Dio vero da Dio vero della stessa sostanza del padre”. Nella teologia di Mancuso manca completamente il concetto che Dio e’ Trinita’. Per questo non e’ una teologia cattolica . E non e’ neppure moderna
E’ la vecchia eresia ariana.
Mi fa ridere che uno studioso cme Vannini non colga la radice Kantiana della viiione di Mancuso oltre che Harchiana. Mancuso non è teologo e neanche philosofo, con una superficialità da pelle d’oca. Al comntrario ciò che Vannini propone è un idealismo che cucinato in tante salse non. ha convertito nessuno
quanto a “Oggi, credo, nessuno crederebbe alla riparazione del peccato originale, of any.” invito a pensare come colpa e peccato sia il retaggio del mondo induista con il karma e nelal vita individuale la persecuzione del mondo cinese e giapponese. La Redenzione come Gesù l’ha donata è un problema più serio di quanto non dicano questi studiosi poco edibili
Mancuso vive di quel che distorce
Questo articolo si basa su due presupposti :
1 – Che Adamo sia una “realtà” storica, anziché un mito. La scienza ha smentito completamente questa presunta realtà storica. La logica smentisce il controsenso della “cattiveria” di Dio nel punire tutte le generazioni per un ipotetico peccato di Adamo.
2 – Gesù era anche “vero uomo”. Nessun uomo potrebbe mai mettere la morte violenta come obiettivo della propria vita e per le proprie idee. Un “vero” uomo vuole vivere, non morire.
Quindi tutto l’articolo non ha fondamenti solidi.
Ciascuno di noi deve anche pensare non soltanto con la “fede cieca” nelle scritture, ma anche con la logica, considerando che Dio è onnipotente ANCHE NELLA LOGICA.
Le scritture, in diverse parti, sono state modificate dalle traduzioni e nelle interpretazioni. Quindi occorre meditare bene prima di adeguarsi acriticamente.
Un esempio : nel Vangelo Gesù disse:”Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”.
Nell’ odierna Eucarestia gli si vuol far aggiungere “… Offerto in sacrificio per voi.” Cosa che NON DISSE MAI. È una aggiunta dovuta ad una interpretazione clericale.
Salve a tutti,
Per l’ennesima volta invito a riflettere a 360° su questa considerazione: ma veramente circa 2000 anni fa sulla terra è venuto il figlio di Dio?!
Io credo che se si riflette a fondo su ciò, l’ esito a cui si perviene è, logicamente, necessario.
Rappresento che non sono un ateo.
Ogni religione tradizionale ha sentito la necessità di storicizzarsi, mostrando di trarre origine da figure, o Persone, divine o divinizzate, che abbiano interloquito con il piano umano. Questa esigenza non appartiene a Dio, il quale è al di là della storia e del tempo; appartiene all’uomo, la cui coscienza ha bisogno di riconoscere il Principio attraverso forme percepibili, racconti, immagini e simboli.
La religione, nella sua dimensione exoterica come in quella esoterica, è ordinata all’uomo. Essa costituisce il linguaggio mediante il quale l’essere umano può orientarsi verso ciò che lo trascende. Per questa ragione ogni tradizione ha espresso il rapporto tra il Cielo e la Terra attraverso simboli di straordinaria potenza, capaci di racchiudere in una sola immagine un’intera metafisica.
Fra tutti questi simboli, la Croce occupa un posto singolare. Essa manifesta l’intersezione della verticale e dell’orizzontale: la verticale rappresenta l’Asse del Mondo, la discesa della grazia e l’ascesa dell’uomo verso il Principio; l’orizzontale rappresenta l’estensione dell’esistenza, la molteplicità delle condizioni umane, il dispiegarsi della manifestazione. Nel loro incontro si realizza il punto in cui il mondo metafisico e quello fisico comunicano senza confondersi.
Ogni figura del Cristo, quale che sia la forma religiosa nella quale essa si manifesti, occupa precisamente questo centro. Egli è, simbolicamente, “inchiodato” all’incrocio dei due assi, poiché tiene unite la natura divina e quella umana, l’eterno e il temporale, l’invisibile e il visibile. La crocifissione, letta in questa prospettiva, non è soltanto un evento: è la rappresentazione permanente della condizione dell’Uomo universale, mediatore tra i due ordini della realtà.
Da questo punto di vista, la questione della storicità assume un’importanza secondaria. La domanda decisiva non è se un determinato episodio sia avvenuto esattamente nel modo descritto, bensì quale realtà esso renda presente. La storia appartiene al tempo; il simbolo appartiene all’eternità. L’evento storico, quando esiste, vale in quanto è trasparenza del Principio; quando non è storicamente dimostrabile, il suo valore simbolico può rimanere intatto.
Il pensiero moderno tende invece a identificare il vero con il fatto documentabile. È una riduzione del reale alle sole categorie della cronologia e della verifica materiale. Le civiltà tradizionali seguivano un criterio differente: consideravano vero ciò che partecipa stabilmente al Reale, ciò che manifesta un principio immutabile e lo rende operante nella coscienza dell’uomo.
In questa prospettiva, il mito non è una favola, né un racconto ingenuo. Esso è una forma di conoscenza. Narra nel linguaggio del tempo ciò che appartiene all’eternità, traducendo l’invisibile in immagini che possano essere contemplate e interiorizzate.
Il Cristo, in qualunque forma tradizionale venga contemplato, non appartiene anzitutto alla cronaca, bensì all’ordine dei princìpi. Egli è il punto in cui il Cielo tocca la Terra e la Terra può elevarsi al Cielo. La sua funzione consiste nel rendere possibile l’incontro tra ciò che, per l’uomo ordinario, appare irrimediabilmente separato.
Per questo il Vero non coincide necessariamente con lo storico. Il Vero è il Reale, e il Reale è ciò che permane identico attraverso tutte le epoche, tutte le civiltà e tutte le forme religiose. Le narrazioni possono mutare, i nomi possono cambiare, le immagini possono differire; ciò che esse rappresentano rimane immutabile. È questa permanenza che costituisce il loro autentico fondamento.
Complimenti per le argomentazioni dispiegate.
Tuttavia, per i cristiani e (anche) per i cattolici Gesù Cristo è il figlio di Dio venuto sulla terra.
Senza tale “convinzione”, per molti di loro la fede cristiana e/o cattolica sarebbe … … vuota.
Certo, sul piano meramente exoterico è così… Ma ogni forma exoterica ha una radice esoterica, ed essa può essere raggiunta anche mediante il ragionamento che Lei suggerisce di fare attorno a quanto “accaduto” duemila anni fa. È precisamente ciò che chi scrive ha tentato di fare…
La tesi di Mancuso, che divide l’umano dal divino, secondo me è debole e fallace.
Ma la religione, ha fatto altrettanto al contrario.
Ma Gesù Cristo è vero uomo e vero Dio; è Dio che si incarna in un uomo, in carne e ossa, come noi. Il Cristo, con cui la religione lo identifica, è Spirito Materia, cioè Spirito pienamente concretizzato e manifestato.
Ma se la religione dice il vero, quel vero, o è universale, o non è.
Se in Gesù si è incarnato il divino, ciò deve essere Verità universale, altrimenti resta un’eccezione che non descrive il Principio su cui si fonda il reale.
Noi siamo esseri spirituali incarnati. La differenza tra noi e Gesù, è di consapevolezza, o meglio di Coscienza di sé.
C’è chi parla di evoluzione dell’anima, di un percorso di avvicinamento che compie verso la pienezza dello Spirito.
E sicuramente Gesù era una grande Anima, che aveva già toccato il divino.
Per questo, sì, Dio, attraverso la Sua Coscienza di uomo pienamente identificato col divino, ha toccato terra .
Ma potrà toccare terra anche attraverso ognuno di noi. E sarà così che prenderà l’avvento il Regno. Lo Stato Cristico si farà visibile sulla terra non più come un evento eccezionale, ma come Legge universale finalmente attuata.
Condivido: nelle sue parole l’eco di Theilard de Chardin: “non siamo esseri umani che fanno un percorso spirituale; siamo esseri spirituali che fanno un percorso umano”. Ed altro…
Tuttavia è possibile domandarsi se l’aspirazione umana debba essere quella che il divino si incarni in lui, oppure che egli possa disincarnarsi nel divino. D’altronde ogni percorso prevede un ritorno e ciò che è uscito dal Principio a Lui vuole tornare. Siamo nella fase del ritorno e la nostra disposizione deve essere quella di assecondare quel movimento in coscienza, come Lei sottolinea. Grazie.
Senza voler sostenere un’identità storica o teologica tra cristianesimo e sufismo, ma volendo riconoscere una medesima struttura iniziatica, si potranno trovare significative analogie con i concetti di fana’ e baqa’.
Anzitutto, il fanāʾ è la morte dell’io individuale. L’iniziato vede dissolversi ogni pretesa di esistenza autonoma. Analogamente, la Passione culmina nella Croce, dove l’uomo Gesù attraversa l’annientamento totale: abbandono, umiliazione, sofferenza e morte. La Croce rappresenta il punto in cui ogni affermazione dell’individualità giunge al proprio termine.
Il baqāʾ è invece la permanenza in Dio dopo l’annientamento. Colui che è passato attraverso il fanāʾ continua a vivere, ma ormai come trasparenza dell’Essere divino. La Resurrezione manifesta precisamente questa permanenza. Il Risorto non è un semplice ritorno alla vita biologica: è una modalità di esistenza trasfigurata, sottratta alle limitazioni della condizione ordinaria. Compare e scompare, attraversa le porte chiuse, non è immediatamente riconoscibile dai discepoli. Tutti elementi che indicano uno stato ontologico differente.
Da questo punto di vista, si potrebbe dire che Gesù muore come uomo storico e risorge come Cristo glorioso. Naturalmente, nella teologia cristiana, Gesù e Cristo sono un’unica Persona e non vi è una trasformazione da uno all’altro. Tuttavia, sul piano simbolico e iniziatico, la formula esprime efficacemente il passaggio dall’individuale al Principio manifestato.
L’analogia diventa ancora più profonda se si considera che il fanāʾ conduce alla scomparsa di ogni appropriazione personale, mentre il baqāʾ rende l’essere una perfetta manifestazione della Volontà divina. Così Cristo risorto afferma: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra», esprimendo una piena manifestazione dell’Autorità divina.
Vi è infine un altro parallelismo. Nel sufismo, il fanāʾ precede necessariamente il baqāʾ: nessuno permane in Dio senza essere prima morto a sé stesso. Analogamente, nel Vangelo la Resurrezione è inseparabile dalla Croce. Non esiste glorificazione senza morte. La morte non costituisce un episodio da superare, ma il passaggio indispensabile affinché si manifesti una condizione ontologica nuova.
In questa prospettiva, la Pasqua può essere letta come il simbolo universale dell’intero processo iniziatico: la Croce corrisponde al fanāʾ, la Resurrezione al baqāʾ. L’uomo vecchio viene meno e permane soltanto ciò che partecipa dell’Essere divino. È per questo che molti maestri della Tradizione hanno riconosciuto nella morte e resurrezione del Cristo non soltanto un evento storico, ma anche l’archetipo di ogni autentica realizzazione spirituale.
Attenzione, questa è una via che conduce ad un vicolo cieco.
Si tratta di una strada senza uscita che ognuno è padronissimo di percorrere.
Consiglierei però di memorizzare bene gli incroci, quando si torna indietro facilmente si sbaglia direzione.
Non ho capito. Può rendere più chiaro il suo pensiero?
Chiedo scusa… il mio intervento non vuole essere polemico. Non capisco francamente come si dia importanza (e, quindi, visibilità/pubblicità) ad un libro che non fa altro che presentare tesi scritte da altri diversi decenni fa. I libri di Mancuso nom sono altro che la riproduzione sotto suo nome di idee/tesi scritte da altri.
Anche la mia risposta non vuole essere polemica. Leggendo il Suo intervento mi chiedo se abbia letto interamente i libri del Prof. Mancuso e quali. L’autore è sempre molto attento a citare (basti considerare la ricchezza e la complessità delle note a piè pagina) e riportare in bibliografia ogni minima citazione e riferimento ad altri autori, anche quando la citazione è ripresa indirettamente, perché contenuta in una terza opera. È altresì chiaro che le idee sono ispirate anche da altri e l’autore ne fa propria la visione, arricchendone i contenuti con proprie considerazioni, intuizioni o ulteriori studi personali
Mancuso ripete come un mantra che Gesù non voleva morire. E va bene: chi avrebbe voluto morire così?
Però, Gesù, come tutti gli uomini dotati di Coscienza elevata, se non vogliamo parlare del divino in Lui, ha scelto che cosa fare della propria vita, e nonostante le conseguenze fossero piuttosto chiare, non si è tirato indietro.
Non il volere di un Dio, ma la scelta dell’uomo che riconosce una dimensione che lo supera, e per cui il male non ha l’ultima parola..
Non ha avuto paura di perdere la vita fisica, consapevole dello Spirito in Lui.
Questa stessa considerazione dovrebbe guidare la vita di ognuno di noi.
Ci sono ideali e valori che superano la difesa e la conservazione di ciò che crediamo essere tutti di noi stessi..
Ma ciò che a me fa quasi male, è sentire da M. dire che la vicenda storica di Gesù, sia stata un fallimento.
Per lo stesso fatto di essere stato ucciso non venendo meno a se stesso!
Verrebbe quasi da pensare che allora, tutti i martiri, non solo cristiani, che hanno dato la propria vita, siano stati dei falliti!?! Non credo che Mancuso lo pensi davvero, però la superficialità con cui tocca questi temi, a me un po’ sconcerta.
Non credo c’entri molto la new age. Ci vedo piuttosto un grande materialismo, e forse addirittura un cinismo di fondo che ripeto, mi fa quasi soffrire.
Certo, manca totalmente la dimensione mistica, la considerazione che siamo esseri spirituali, al di là di qualunque appartenenza.
Concordo con Mancuso che la teologia del Sacrificio dell’unico Figlio debba essere rivista, alla luce di una nuova coscienza umana. Ma non per tornare indietro, ma semai dandone un’interpretazione più ampia, che possa comprendere l’agire dell’intera umanità che, come il sale sulla terra, è responsabile per l’avvento del Regno di Dio sulla terra.
Forse, una coscienza immatura umana, che considera tutto dal punto di vista del possesso e del potere, ha interpretato l’avvento del Regno come la fine del mondo terreno a favore del dominio di Dio. Credo che oggi, si potrebbe interpretare il Regno come quella dimensione, o Stato, che deve emergere e maturare dalla trasformazione di noi stessi e del nostro mondo, innanzitutto interiore. Affinché si faccia esteriore, cioè manifestazione piena di Ciò che siamo in Essenza..”il Seme che non muore, non dà frutto”..
Gesù non era il profeta che sbaglia profezia, ma il precursore di quell’impossibile che sta a noi trasformare in possibile.
Mi pare che il centro qui sia la morte di Gesù.
Oggi, credo, nessuno crederebbe alla riparazione del peccato originale, of any.
Vannini insiste sul parallelo con la morte a se stessi così presente nella Parola.
Morte a se stessi=condizione x accedere allo Spirituale. MA… era di questo che aveva davvero BISOGNO Gesù? PEr dimostrare la sua Via non bastava la sua Vita? Ecco perché imo la sua morte è solo il compimento del suo messaggio. Come sta scritto..poteva ricorrere a 4 Angeloni, ecc..ma con quale coerenza??
La rinuncia a sé stessi sembra anche alludere alla piena realizzazione della nostra umanità, “il mio giogo è leggero”, “una misura piena e traboccante”, rinunciare non significa necessariamente accettare la morte, tra l’altro come martirio, ma rinunciare alla pretesa di farci da noi, all’essere “re”, che è una delle più forti tentazioni a cui Gesù viene sottoposto. La necessità della morte “violenta” è respinta da molti teologi.