
Pubblichiamo l’intervento di Francesco Caruso, magistrato di lungo corso[1] ora in pensione, una tra le voci più lucide e serie ascoltate in questi giorni convulsi.
Filmati, ragionevolmente attendibili, riprendono diverse fasi dell’azione della polizia che sfociano nella morte della vittima.
I primi risultati delle indagini autoptiche e delle consulenze medico-legali vanno nello stesso senso.
I video riprendono l’omesso doveroso intervento di operatori della CRI e l’incisivo concorso nell’azione di cittadini comuni.
Nel fatto non ci sono oscurità, luoghi isolati, tempi di notte, mancanza di testimoni, ricostruzione degli eventi sulla parola degli agenti.
Salvo l’accertamento medico legale di cause di morte occulte o dipendenti dallo stato di agitazione psico motoria precedente all’intervento, la morte di Fakir sembra conseguire a un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia.
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Siamo di fronte a una evidenza del fatto che sembra escludere subito la presenza di una causa di giustificazione, per cui affatto condivisibile appare l’iniziale iscrizione degli agenti nello speciale registro introdotto dal c.d. “scudo penale”, nuovo art 335 comma 1-bis.1. c.p.p.
Mi piacerebbe essere smentito, ma sembra inoltre che le prime indagini, coordinate dalla procura, siano state affidate alla squadra mobile di Bologna, in contrasto con la sentenza CEDU del 15 gennaio 2026, Magherini, che ha condannato l’Italia per non avere garantito la vita di un soggetto fragile e in difficoltà psichica e per non avere assicurato indagini indipendenti.
Che non vi sia evidenza che l’immobilizzazione violenta e l’arresto della vittima siano stati compiuti nell’adempimento del dovere emerge dall’evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima.
Risalenti sentenze della Cassazione affermano che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica, a qualsiasi causa dovuta, l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Il calcio a una saracinesca, a una autovettura, le minacce agli agenti e ai passanti da parte del “matto” non giustificano la punizione del soggetto con la sua immobilizzazione violenta.
In situazione simili l’intervento deve essere compiuto da personale medico, non intervenuto nonostante ve ne fosse stato il tempo. La forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione. Il pericolo per la vita del soggetto non va accresciuto con azioni, improvvide e contrarie ai protocolli adottati dall’Amministrazione sulla falsariga della giurisprudenza.
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Comprendo la condizione degli agenti, mandati allo sbaraglio, senza formazione, e senza adeguate direttive. Ancor più in un contesto professionale e politico che alimenta nella polizia ideologie e atteggiamenti mentali che sono ancora oggi e in prevalenza quelle che osservammo 25 anni fa (straordinaria coincidenza) al tempo della “notte dei manganelli” di Genova.
Per questo credo che a venticinque anni da quei fatti, le indagini della procura dovrebbero salire di livello.
Agli agenti non si possono negare ragioni, ma consiglierei di non alimentare la sfida degli apparati di polizia alla giustizia e al diritto, e il vittimismo interessato. Gli agenti devono essere messi in condizione di garantire la sicurezza pubblica senza attentare ai diritti, alle libertà e alla vita dei cittadini. La libertà dalla paura deve essere per tutti: per gli onesti e per gli emarginati, poveri e deboli, maggiormente esposti, per ragioni sociali, all’inevitabile intervento della forza pubblica.
Piuttosto rivolgerei l’attenzione alle autorità politiche e amministrative di cui sono vittime sia gli operatori di polizia che coloro che restano sul selciato delle strade.
La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti, competenze, formazione, organici adeguati, soprattutto di totale adesione ai principi e valori della Costituzione e non alle ideologie fascistoidi che circolano in certi ambiti delle forze dell’Ordine e che a Bologna hanno già prodotto il mostro della Uno bianca.
[1] Francesco Maria Caruso magistrato per 43 anni. Giudice del c.d. processo ai “mandanti” per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e presidente della Corte nel maxiprocesso Aemilia (dibattimento a Reggio Emilia). In precedenza: Giudice al tribunale di Modena; Giudice alla Corte di appello di Caltanissetta, dove ha presieduto e redatto sentenze per stragi e omicidi di mafia (Borsellino bis, Cosa nostra, Stidda, omicidio Saetta, strage di Pizzolungo, strage di via Pipitone a Palermo); Presidente del tribunale di Ferrara (settore penale) dove ha guidato il processo a carico di agenti di polizia per la morte del giovane Federico Aldrovandi; Presidente dal 2010 del tribunale di Reggio Emilia, dove prima di Aemilia ha guidato il processo Edilpiovra sulle infiltrazioni mafiose nel territorio. Nel 2016 è stato nominato Presidente del tribunale di Bologna, incarico che ha tenuto fino al collocamento a riposo nel 2022.





