Al di là dell’“esaurimento ecclesiale”

di:

werbick

In un certo qualmodo sembra che il cristianesimo rappresenti il tentativo di limitare un monoteismo che concentri tutto il potere nell’unico Dio e che costringe i credenti a temere e sperare da quest’ultimo Dio il proprio intero destino. Gesù Cristo è invece quell’uomo di Dio che può dire a noi, suoi fratelli e sue sorelle: Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi chiamo fratelli e sorelle (Gv 15,15), amici e amiche che possono condividere quella familiarità con Dio che Gesù stesso vive […]. Gesù Cristo è il referente della fede cristiana perché in lui Dio è diventato presente e concreto in forma umana per la salvezza e la cura degli esseri umani, affinché possano sostenersi a lui nella miseria della loro umanità e nella ricerca di una vita umana in pienezza (Jürgen Werbick, Dio-Umano. Una cristologia elementare, Editrice Queriniana, Brescia 2022, p. 11 e p. 21).

In Germania era stato pubblicato nel febbraio 2023 con un titolo decisamente provocatorio “Christentum – kann das weg? Glauben in Zeiten der KirchenErschöpfung (letteralmente: Cristianesimo – Si può buttare via? Credere nell’epoca dell’esaurimento della Chiesa)” e come copertina una croce buttata in un cestino dei rifiuti.

L’Editrice Queriniana di Brescia ne ha pubblicato recentemente la traduzione in italiano (curata da Fabrizio Iodice), con un titolo meno impattante: “Il Cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale”, con un’innocua immagine di copertina.

Si sta parlando dell’ultimo saggio del teologo tedesco Jürgen Werbick, classe 1946, docente emerito di teologia fondamentale alla Facoltà di teologia cattolica di Münster, già ampiamente tradotto in Italia: un autore capace di dialogare senza complessi con la modernità allo scopo di rendere comprensibile l’Evangelo agli uomini e alle donne di oggi, soprattutto alle molte persone che «hanno depennato le Chiese dalla loro vita» (p. 16).

Del libro, SettimanaNews del 24 luglio 2026 ha già pubblicato una bella presentazione di Duilio Albarello, docente di teologia fondamentale alla Facoltà Teologica di Milano e all’Istituto Superiore di Scienze religiose di Fossano (CN).

Si tratta di una raccolta di dieci contributi riguardanti altrettante tematiche teologiche: (1) la relazione che intercorre tra perdita delle Chiese e perdita della fede cristiana; (2) il concetto di tradizione nella dottrina cristiana; (3) dire oggi redenzione, liberazione e riscatto; (4) e se Dio si stesse allontanando dalla sua Chiesa?; (5) in che modo Dio ci salva?; (6) dire in modo credibile i fondamenti della fede cristiana; (7) il nostro aldilà è Dio; (8) la preghiera nella vita dei cristiani e delle cristiane; (9) l’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana; (10) lavorare con impegno per il futuro di questa nostra Chiesa in rovina.

Ogni contributo può essere letto autonomamente. Tutti hanno in comune il confronto con quello che Jürgen Werbick chiama nel sottotitolo del suo libro «esaurimento della Chiesa» che le catastrofiche (p. 152) conseguenze del grave scandalo degli abusi «da sole non bastano a spiegare» (p. 13); compreso lo scandalo dell’abuso di Dio che può significare non solo servirsi del suo nome per esercitare il potere sacro, ma anche considerare gli uomini e le donne alla stregua di sudditi, mettendo «sotto controllo la loro vita, il loro pensiero e il loro sentire» (p. 119).

Per l’autore, infatti, la prima responsabile della riduzione del cristianesimo ad una spazzatura da smaltire non è la malvagità dei tempi (Ef 5,16), ma l’istituzione ecclesiale afflitta sia da perdita di autorità e di credibilità, sia soprattutto da difficoltà e fatica a svolgere la sua insostituibile missione che è quella di «rendere vive le esperienze, le speranze, gli impegni di vita e le scommesse della fede, così come vengono testimoniate dalle fonti della Bibbia e della tradizione ecclesiale» (p. 18): tradizione da «accogliere e perseguire creativamente» e da mettere in pratica «in modo partecipativo» (p. 53) e coinvolgente (p. 39), superando decisamente la tendenza a congelarla in forme immodificabili e museali e a confonderla – come aveva detto papa Francesco il 22 novembre 2022 incontrando i membri della Commissione teologica internazionale – con il “dietrismo”.

Un libro di non agevole lettura. A causa del suo argomentare a volte piuttosto prolisso e involuto, richiede una lettura attenta e impegnativa, che ha però il pregio di stimolare riflessioni sulle cose che sono davvero fondamentali per riscoprire la vocazione più profonda del cristianesimo in un tempo di crisi, per «mantenere aperto l’orizzonte di Dio» percorrendone la via (p. 296) e per «portare alla luce il potenziale umano della fede» (p. 70): compito, quest’ultimo, non solo della teologia, ma del popolo di Dio nel suo complesso.

Tante domande che attendono risposte convincenti

Un’analisi – quella di Jürgen Werbick – onesta e coraggiosa: di grande rilevanza soprattutto per credenti dubbiosi, per persone che si sono allontanate dalla Chiesa, per uomini e donne che si pongono domande – come, peraltro, fa l’autore che utilizza per più di 350 volte il punto interrogativo! – e non si rassegnano allo status quo.

Di una cosa il nostro autore è profondamente convinto: «Contro il disprezzo dell’umano da parte del narcisismo di autoaffermazione delle istituzioni ecclesiali, le cristiane e i cristiani vorranno mettere in risalto l’elemento profondamente umano del Vangelo. Dio e il genere umano vanno necessariamente insieme. Ciò caratterizza una fede al cui centro si trova il messia Gesù, uomo Dio, lui che ha vissuto e comunicato Dio in modo profondamente umano» (pp. 25-26).

A dispetto del titolo, dunque, si tratta di un libro incoraggiante, che esplora questioni decisive. Quali risorse di fede non vanno sprecate? Che cosa non funziona più, avendo perduto la sua legittimazione biblica e non riuscendo a farlo comprendere alle persone che prendono sul serio la loro fede cristiana? (pp. 7-8). Che cosa dobbiamo considerare perduto e che cosa in questa perdita può essere un guadagno? (p. 19). «Come la fede si rende percepibile in modo nuovo nel cambiamento attuale delle nostre culture e delle nostre autocomprensioni?» (p. 29). «Una fiducia fondamentale in Dio può ancora riuscire in qualche modo a vincere l’enormità del male che affligge l’umanità intorno a noi, tra i vicini, ai margini dell’Europa e nel mondo»? (p. 58). Come la coscienza di fede ispirata biblicamente può parlare in maniera credibile «della presenza di Dio che redime, che libera e riscatta con potenza impotente»? (p. 85). In un contesto ecclesiale di esaurimento e di fine della cristianità, come può la fede cristiana riempirci di speranza e renderci capaci di agire, evitando di rassegnarci alla «via del declino?» (p. 124).

Lamentarsi dell’esaurimento ecclesiale «non serve a niente. Il pericolo di fondo è quello di esaurirsi nel lamento e di far dipendere la propria fede dall’esperienza di Chiesa, invece di porsi la questione chiaramente più importante e di confrontarsi con essa: ossia se l’esaurimento ecclesiale sia forse il segno di un esaurimento della fede, un esaurimento dello Spirito e di Dio» (p. 56).

«L’imperativo del momento è opporsi a questa prospettiva fatale con tutta la forza della fede e la fantasia creativa che ci sono rimaste» (p. 56), nella profonda convinzione che, anche se alcune forme storiche di Chiesa vengono meno, il messaggio evangelico conserva una straordinaria capacità di parlare alle persone quando viene accolto e vissuto in modo autentico.

Un verbo per inquadrare il libro: oltrepassare

Nel libro di Jürgen Werbick il verbo oltrepassare o andare oltre – che «non significa disprezzare» (p. 8) – rappresenta la categoria interpretativa che attraversa tutto il volume (p. 5).

L’autore parte dalla constatazione che una determinata forma storica di Chiesa sta perdendo forza, credibilità e capacità di orientamento. La sua proposta, però, non è né quella di rimpiangere il passato né quella di abbandonare il cristianesimo, bensì di andare oltre (oltrepassare) questa fase per riscoprire il nucleo essenziale della fede cristiana.

Werbick distingue il Vangelo dalle forme istituzionali che esso ha assunto nei secoli. Se una forma ecclesiale è giunta al termine, questo non implica la fine della fede cristiana. Occorre attraversare questa crisi senza identificare il cristianesimo con il suo assetto storico attuale.

È urgente oltrepassare il clericalismo. La clericalizzazione della fede biblica ha finito, infatti, per imprigionarne la ricchezza. Oltrepassare il clericalismo significa immaginare una Chiesa più partecipativa e più sinodale, nella quale i carismi e la corresponsabilità abbiano un ruolo decisivo. Ciò che affascina nell’immagine della comunità intesa come insieme di carismi che forma un unico corpo (1Cor 12) è il fatto che essi si mettono a servizio gli uni degli altri «non perché si somigliano tra loro, ma proprio perché sono diversi» (pp. 46-47).

Ma vanno oltrepassate anche le immagini inadeguate di Dio e della tradizione. Werbick invita a chiedersi che cosa debba essere conservato e che cosa invece vada purificato. Non propone una rottura con la tradizione, ma un suo discernimento critico: ciò che è autenticamente evangelico deve emergere con maggiore chiarezza.

Bisogna, infine, oltrepassare la paura del declino. La diminuzione del peso sociale delle Chiese non viene letta soltanto come una perdita, ma anche come un’occasione di conversione.

Oltrepassare, dunque, è il verbo che inquadra il libro, perché esprime il suo movimento fondamentale: non conservare semplicemente, non distruggere, ma attraversare una fine per raggiungere un nuovo inizio. Werbick non auspica un cristianesimo “oltre” il Vangelo, ma un cristianesimo oltre le sue forme storiche esaurite, affinché il Vangelo possa essere nuovamente comprensibile e vivibile nel presente. È un’idea che richiama la dinamica pasquale: la vita cristiana non evita la crisi, ma la attraversa. In questa prospettiva, “oltrepassare” non è un gesto di abbandono, bensì un atto di fedeltà creativa al cuore del messaggio cristiano.

Se una persona crede perché si fida soltanto della propria Chiesa, quando quella Chiesa entra in crisi rischia di perdere anche la fede. Se, invece, crede anzitutto in Dio mettendosi alla sequela di Gesù, può continuare a vivere la fede anche attraversando le crisi, i limiti e gli scandali dell’istituzione ecclesiale.

E la fede continua a essere significativa solo se viene incarnata in persone e comunità che rendono visibile l’amore di Dio attraverso la giustizia, la misericordia, la solidarietà e la speranza. Insomma, si tratta di credere al di là della Chiesa, «delle sue pretese, della sua presunzione, del suo narcisismo istituzionale, del fallimento delle sue istituzioni di fede, del suo esaurimento» (p. 57).

Un verbo che delinea il filo conduttore del libro: relativizzare

Un altro verbo attraversa il libro su più livelli: relativizzare. L’autore propone, infatti, di distinguere tra ciò che nel cristianesimo è assoluto e ciò che è storicamente condizionato. Non si tratta di sostenere il relativismo (cioè che tutte le verità si equivalgano), ma di relativizzare tutto ciò che pretende di essere assoluto senza esserlo.

Werbick parte dalla constatazione che il cristianesimo, come realtà storica, non coincide con il Vangelo. Le istituzioni ecclesiastiche, i linguaggi dottrinali, le pratiche liturgiche, i modelli culturali sono tutti prodotti della storia. Essi hanno un valore, ma non sono eterni.

Relativizzarli significa riconoscere che possono cambiare e possono perfino scomparire, senza che per questo scompaia necessariamente ciò a cui rimandano, cioè alla vera missione della Chiesa che, «alla sequela del diacono Gesù (cf. Mc 10,44-45)», è quella di «dare all’umanità la testimonianza di una vita liberata, piena di Dio e dedicata all’umano» (p. 29).

Uno dei punti più importanti del libro consiste nel rifiutare ogni identificazione assoluta tra la Chiesa e il regno di Dio. La Chiesa, «grazia che si è fatta quotidianità» (p. 299), è segno, sacramento, testimonianza, ma non coincide con il Regno di Dio. Questa relativizzazione della Chiesa è profondamente biblica: la Chiesa esiste in funzione del Regno, non viceversa. Alle Chiese «non è permesso di esistere soprattutto per sé stesse e di preoccuparsi soltanto di sé stesse. Se non servono al poter credere, sperare, fidarsi e amare degli esseri umani, non servono a nulla, la loro liturgia resta un orpello e la loro predicazione solo chiacchiere» (p. 292).

La volontà buona di Dio – cioè il Regno di Dio – viene fatta là dove il potere dell’amore è più forte del potere della morte, là dove l’umanità si mette in cammino invece di rifugiarsi nella rassegnazione, là dove le persone osano la convivenza con gli altri invece di pensare solo a sé stesse (p. 262).

Il futuro del cristianesimo non dipende anzitutto dal numero dei credenti o dal prestigio delle Chiese o dalla loro influenza politica, ma dalla loro capacità di essere un segno credibile del Regno di Dio.

Dio va visto non come una polizza di «assicurazione sulla vita, ma come sfida vitale di sperare, credere, vivere proiettati in quella realtà che, nell’annuncio di Gesù, vuol significare la signoria di Dio: questo sarebbe credere secondo Gesù» (p. 97).

Werbick insiste poi sul fatto che il cristianesimo vive della verità di Dio, ma non la possiede come un oggetto. Ad essere relativizzata non è la verità, ma la pretesa umana di possederla definitivamente. La fede è sempre ascolto, interpretazione, ricerca, preghiera, conversione. Per questo anche la teologia deve mantenere un atteggiamento autocritico. Anche il discorso teologico su Dio va relativizzato, poiché la realtà di Dio «supera in modo infinito tutto quello che viene creduto e insegnato di essa in modo troppo umano» (p. 180).

Il libro prende molto sul serio la crisi del cristianesimo occidentale. La diminuzione dei fedeli e delle vocazioni al ministero ordinato e/o alla vita religiosa o il venir meno dell’influenza sociale delle Chiese non viene interpretata automaticamente come il fallimento del cristianesimo. Qui Werbick introduce una relativizzazione decisiva: il successo sociologico non coincide con la fedeltà al Vangelo. Una Chiesa più piccola potrebbe perfino essere più evangelica. La sopravvivenza istituzionale non è il criterio ultimo.

Per Werbick la relativizzazione non è soltanto un metodo critico, ma una disposizione spirituale. Essa implica umiltà, disponibilità alla continua riforma, capacità di imparare dagli altri, dialogo con la modernità, dialogo con le altre religioni, rifiuto di ogni forma di trionfalismo ecclesiastico.

In questo senso, la relativizzazione è una forma concreta di conversione permanente all’Evangelo del Signore Gesù, nella consapevolezza che – come scriveva Gregorio di Nissa (IV secolo) nelle sue Homiliae in Canticum – la vita cristiana è un ricominciare sempre, un andare di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine.

Centralità della persona di Gesù

Tutto ciò che nel cristianesimo è umano, storico e istituzionale deve essere continuamente relativizzato, affinché possa emergere con maggiore chiarezza ciò che è veramente assoluto: Dio che si è rivelato in Gesù di Nazaret (Gv 1,18).

È «sulle orme del Figlio dell’uomo» che noi «sperimentiamo la sfida di partecipare a Dio e alla sua vita» (p. 45). «Gesù, il Cristo, è la persona di riferimento della fede cristiana» (p. 151), perché in lui Dio ha voluto abitare in tutta la sua pienezza (Col 1,19). In Cristo Gesù, nostro Signore, Dio, «al quale non resta estraneo nulla di umano» è sceso tra di noi «affinché possiamo accedere e partecipare alla vita divina» (p. 174).

Fondamentalmente la fede cristiana è sempre «un avanzare a tentoni seguendo Gesù» (p. 11). «Ispirarci al nostro fratello Gesù di Nazaret», porci «di quando in quando la domanda come avrebbe parlato, agito, come si sarebbe manifestato lui ora?» (p. 100), vivere con lui, familiarizzarsi con la sua testimonianza, sentirla e crederla dentro di noi (p. 151), sperimentare «come cambia la vita quando viene animata dal grande respiro di Dio», avvertire «cosa ciò comporta in termini di libertà contro l’aggrapparsi a ciò che si ritiene irrinunciabile, di fantasia per amare di più, di sensibilità per il prossimo, di disponibilità al servizio gratuito, di coraggio per staccarsi dalle ovvietà senza fondamento, di fiducia nel fatto che Dio non ci delude se osiamo quello a cui ci sfida il suo Figlio e per cui ci vuole dare la forza con il suo Spirito» (p. 100)… Tutto questo significa essere cristiani credibili oggi.

«Il divenire effettivo di Dio attraverso lo Spirito in Gesù Cristo mette in moto una dinamica che può liberare gli esseri umani dal dominio del potere del peccato. In Cristo Dio ha fatto la cosa decisiva e continua a farla mediante lo Spirito Santo, ossia spezzare la dynamis del peccato, e non permette più che il male trascini con sé gli esseri umani e li spinga a fare ancora più male» (p. 79). «Il male è una forza, una energia che distrugge e rovina, mentre il bene è una energia che guarisce e rafforza» (p. 83).

Peraltro, «il profeta Gesù di Nazaret non aveva pronto un modello alternativo di società, ma aveva parlato di come sarebbero le cose se fossero buone, se corrispondessero alla volontà buona di Dio. Lui ha compreso sé stesso come un seminatore e ha annunciato il Vangelo secondo cui ora si può iniziare quello che porta al bene, poiché Dio è alleato di coloro che lo iniziano, e perché non fa andare a vuoto questo loro cominciare. Avere fiducia in questo vangelo presuppone un’immensa ingenuità, l’ingenuità della fede, ma anche l’ingegnosità della fede» (p. 284).

«L’annuncio di Gesù è, in ogni caso, fondamentalmente frainteso se si pensa che volesse distogliere i suoi discepoli dall’aldiquà, e farli sperare in una prospettiva di paradiso celeste nell’aldilà. Gesù, invece, ha predicato la signoria/il regno di Dio che ha inizio ora, in mezzo a noi. Gesù vuole che si aprano gli occhi sul fatto che la volontà buona di Dio può compiersi ora se le persone si aprono a essa e collaborano con essa: e vedono che la vita fiorisce, che i peccatori si convertono, che le persone si riconciliano tra loro e con la propria vita, che si compiono cose incredibili, che si viene animati dalla ricerca di una vita in pienezza, che si diventa capaci di futuro» (p. 194).

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