
La settimana che porta alle elezioni nel Land del Sachsen-Anhalt (6 settembre) inizia con una data che finora ha fatto parte della memoria collettiva della Germania: il primo settembre del 1939 il regime nazista di Hitler iniziò la sua invasione della Polonia. E proprio sulla scorta dei sondaggi, che prevedono una vittoria elettorale senza precedenti della Alternative für Deutschland (AfD, che sarebbe attestata intorno al 40%), questa data diventa, più che un simbolo da custodire, un vero e proprio spartiacque.
Tra i suoi punti programmatici a livello di politica estera, infatti, la AfD mira a un riavvicinamento deciso con la Russia di Putin – con tutte le conseguenze che questo avrebbe non solo sui rapporti fra Germania e Polonia, ma anche sulla tenuta complessiva di tutta quell’area europea che guarda verso oriente.
Coltivare un’amicizia politica con Putin significherebbe mettere una pietra tombale sulla difficile e ancora aperta elaborazione di una riconciliazione fra i due paesi, i due popoli, le due storie. Di questa rischiosa riconciliazione, le Chiese cattoliche della Polonia e della Germania sono state non solo l’avanguardia, ma le vere e proprie protagoniste.
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Si chiudeva il Vaticano II quando, con azzardo evangelico e una politica profetica, i vescovi polacchi scrivevano a quelli tedeschi tendendo loro la mano per avviare un processo di riconciliazione fra i popoli e le nazioni. Iniziò così un cammino doloroso, fatto anche di controversie interne a ciascuno dei due paesi nella valutazione critica del proprio passato, che ha portato però a un progressivo avvicinamento e ai necessari chiarimenti.
Se pezzi di Germania politica si avviano a prendere congedo da questo processo, nel tentativo di fare di essa un terreno amico per Putin, è proprio la Chiesa cattolica tedesca che deve assumersi il compito di civiltà e il ruolo politico di non cancellare con un gesto di spugna questa pratica lunga più di mezzo secolo di ricomposizione pacifica delle memorie e dei vissuti.
In questo momento, la Chiesa e il cattolicesimo polacco dovrebbero rappresentare uno, se non il tema centrale dell’attenzione della Conferenza episcopale tedesca. Perché una Polonia circondata da paesi «ostili» come la Russia di Putin e quella che potrebbe essere la Germania a trazione AfD destabilizzerebbe ulteriormente quella soglia che unisce/divide l’Europa occidentale da quella orientale.
Il rischio di una completa integrazione della Polonia nella mentalità e azione politica del «Gruppo di Visegrad» potrebbe esserne uno di quegli esiti contraddittori che solo la politica sa generare e coltivare. In questo momento, bisogna offrire alla Chiesa cattolica polacca non solo appoggio morale o visite di cortesia, ma lavorare con lei affinché possa dare fora a quegli strumenti di valutazione evangelica e storica che impediscano di farla diventare l’asse portante di una integrazione del paese che, allontanandolo dall’Europa, lo farebbe cadere alla mercé del nemico più temuto e odiato – la Russia, appunto.
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Dopo le elezioni del 6 settembre in Sachsen-Anhalt e del 20 settembre nella città-Land di Berlino, inizierà una fase estremamente delicata per la Conferenza episcopale tedesca che sarà chiamata, dalle cose che accadono, a dover individuare con chiarezza quelle che sono le sue priorità più urgenti – anche se questo chiedesse il prezzo di mettere momentaneamente da parte progetti interni da lungo coltivati.
Non c’è in questo momento altra istituzione che possa iniziare a tessere la trama di un’alleanza centro-europea, dentro e fuori il cattolicesimo, per immaginare e costruire insieme una via di uscita dalla crisi della democrazia liberale e rappresentativa che non sia quella della raccolta e implementazione delle paure della cittadinanza, dei suoi egoismi, e dell’essersi ridotta a una marionetta che viene condotta qua e là sulla scena sociale da fili che le sono sfuggiti di mano oramai da lungo tempo. E il Vaticano deve comprendere che, in questo momento, la Chiesa cattolica tedesca deve essere messa nella condizione interna di poter avere la mente libera per mettere mano a questo progetto, pastorale, sociale e politico, di federazione delle migliori risorse spirituali e intellettuali centro-europee.
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L’AfD si nutre e organizza proprio queste paure della cittadinanza, le presenta ad arte e, in molti casi, le costruisce ex nihilo come realtà virtuali che di fatto non esistono. E può fare tutto questo perché ci sono ampi ceti della popolazione tedesca che, di fatto, non sono più rappresentati politicamente sulla scena odierna del paese. L’accumulo di «dimenticati», rancorosi a torto o a ragione, ha trovato nell’AfD la sua condensazione politica. La semplice rincorsa mimetica da parte degli altri partiti tedeschi, senza una vera e propria reinvenzione di cosa vuol dire fare politica nella Germania di oggi, non solo è destinata a radicalizzarli omologandoli sulle linee guida dell’AfD, ma finisce per attestarne la necessità e a individuare nell’AfD la vera soluzione ai problemi (presunti e reali) del paese e della sua gente.
Nel programma federale dell’AfD, e in quelli dei Land che si apprestano ad andare alle urne, c’è anche altro oltre ai temi noti della «remigrazione» e all’ostilità esplicita verso tutti coloro che non condividono la «matrice tedesca» così come la intende il partito.
Si potrebbe partire dalla scuola e dal disagio giovanile. In sintesi estrema si decreta la fine delle pratiche socio-pedagogiche in entrambi gli ambiti: prestazioni e disciplina a scuola; criminalizzazione complessiva del disagio giovanile, con l’abbassamento della maturità penale a 12 anni. D’altro lato, sempre a scuola, in nome di una non ancora raggiunta maturità religiosa, si chiede che le ragazze (islamiche) fino a 14 anni non portino il velo. Costituzione omogenea, sulla base delle prestazioni degli alunni, non tanto e solo delle singole classi, quanto piuttosto di interi plessi scolastici. Si trasformerebbe quindi la disomogeneità sociale della Germania di oggi, dovuta alla presenza di culture, lingue, modi di vita diversi, in una speculare disomogeneità sociale dei «veri tedeschi» in base a un merito elitario dal quale rimarrebbe esclusa un’ampia parte della giovane popolazione tedesca.
Questa sarebbe sì esclusa ma non dimenticata, perché verrebbe foraggiata con una serie di sovvenzioni e servizi ad hoc per soddisfarla e renderle accettabile il fatto di non essere lei a decidere di sé e della propria partecipazione alla vita del paese.
All’imposizione della piena integrazione nella «cultura guida tedesca» per coloro che vengono da fuori, i pochi che saranno necessari quali meri ingranaggi della macchina tedesca, da verificare rigorosamente soprattutto per ciò che concerne le competenze linguistiche e la disponibilità a non essere più quello che si è, corrisponde la cancellazione dell’inclusione scolastica e sociale dei bambini e giovani che hanno disabilità di apprendimento, cognitive e di altro genere. Per l’AfD metterli a scuola insieme ai «bambini normali», quelli mandati al macello della competizione interna per selezionare i migliori, significa discriminare questi ultimi – non consentire loro di procedere spediti lungo la via del successo o del fallimento totale.
A parole, anche questo gruppo sociale sarà sì escluso ma non dimenticato: avrà i suoi luoghi certo, le sue sovvenzioni, i suoi privilegi – ma saranno sostenuti in base alla logica del principio che non devono disturbare o rallentare bambini e giovani che possono fornire prestazioni quantificabili che loro non sono in grado di mettere in campo.
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Questa politica economica di soddisfazione degli esclusi, così che non si sentano dimenticati e non diventino a loro volta una forza sovversiva rispetto alle politiche dell’AdF, significa una prassi di assistenzialismo pubblico imperniata su erogazioni liberali da parte degli enti comunali, dei Land e del governo federale. In altre parole, si compra la cittadinanza esclusa per ammansirla sul piano elettorale.
Come detto, l’AdF è creazione di un certo modo di fare politica in Germania dalla riunificazione in avanti – esito della stoltezza sociale e delle politiche economiche selettive dei partiti che hanno fatto la Germania da dopo la fine del nazismo a oggi.
Una sorta di nemesi di quello che avrebbero dovuto essere ma non hanno voluto essere. Continuando ad attingere dai «dimenticati senza rappresentanza» come se fossero dei loro, e fossero con loro, se li ritrovano ora davanti con tutta la rabbia che essi portano in corpo – pronti ad abbattere senza remore il sistema che li ha prodotti. Pronti a rimanere ai margini, a essere irrilevanti, usati ed esclusi dalla Germani che inizia a passare nelle mani del partito che si è costruito sul loro risentimento.





