
Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I ha convocato per il 30 novembre i patriarchi dell’antica Pentarchia (Costantinopoli, Alessandria, Gerusalemme e Antiochia) fatta eccezione di Roma in ragione della divisione del 1054. La convocazione, o sinassi, ridà importanza alle sedi più prestigiose dell’antichità cristiana.
La riemersione di un modello pentarcale considerato obsoleto e mai evocato nel grande e santo Concilio di Creta (2016) risponde al dramma contemporaneo della spaccatura fra Chiese ortodosse slave e Chiese ortodosse elleniche in seguito al riconoscimento dell’autocefalia alla Chiesa Ucraina nel 2019 da parte di Bartolomeo.
Il contenuto del confronto è espresso nella lettera di convocazione in termini generici: affrontare le sfide odierne più importanti e urgenti per le Chiese ortodosse. È facile immaginare che i punti da affrontare saranno soprattutto la questione ucraina, la grave situazione delle popolazioni cristiane del Medio Oriente e l’esigenza di dare un segnale di unità dopo alcuni anni in cui i conflitti interni sono esplosi e in crescita.
La pentarchia, che ha «governato» il mondo cristiano nel primo millennio, è stata attiva fin dal concilio di Calcedonia (451) e considerava i patriarchi delle cinque sedi (il vescovo di Roma era il primo della lista, come primus inter pares – primo fra pari) responsabili delle comunità cristiane delle aree allora raggiunte dal Vangelo.
Ciascun patriarcato aveva un proprio territorio e nessuno poteva intervenire fuori di esso, a meno di un ricorso (al vescovo di Roma) come mediatore e non decisore. Nel caso di difficoltà e conflitti la sede suprema di conciliazione sulla verità del Vangelo era il Concilio.
In ordine di importanza dopo Roma vi era Costantinopoli, Antiochia e Gerusalemme. Consumato lo scisma fra Oriente e Occidente nel 1589 Mosca fu elevata al rango di patriarcato ponendosi al quinto posto per importanza.
Risanare l’Ortodossia e aprirsi a Roma
Il richiamo alla primitiva pentarchia e non ai patriarcati e Chiese attualmente ricordate nei dittici (preghiere) all’interno della celebrazione eucaristica permette a Bartolomeo da un lato di sottolineare l’urgenza del dialogo ecumenico con Roma e dall’altro di dare un segnale positivo alla crescente domanda di convocazione ecclesiale da parte di numerose Chiese ortodosse per superare lo sconto fra ortodossia slava (e russa in particolare) e ortodossia ellenica, fra Mosca e Costantinopoli.
Nella difficoltà di convocare un concilio generale dopo quello di Creta a cui quattro Chiese (fra queste la russa) non vollero partecipare e nel pericolo di uno scontro frontale e non gestibile il ricorso alla figura della pentarchia rappresenta una soluzione plausibile.
Nel caso Costantinopoli potrebbe giovarsi dell’appoggio di Alessandria mentre Antiochia e Gerusalemme porterebbero le ragioni di Mosca, sempre che accettino l’invito.
Bartolomeo deve inoltre «controllare» il protagonismo del patriarca di Gerusalemme, Teofilo III che, all’indomani dell’autocefalia e su spinta di Mosca, si propose di convocare ad Amman una riunione di Chiese (fallita) in evidente dissenso rispetto a Costantinopoli (febbraio 2020). In nome della «Chiesa madre» di tutte le Chiese.
Più recentemente Teofilo III, dopo un viaggio a Washington (giugno 2026) ha ricevuto dal presidente Donald Trump una sorta di incarico di pacificazione fra Russia (Putin) e Ucraina (Zelenski) e ha manifestato l’intento di onorare il mandato ricevuto.
Roma presiede alla carità
In un discorso (Budapest, 27° congresso della Società per il diritto delle Chiese d’Oriente; 30 agosto-4 settembre) Bartolomeo ha evocato la pentarchia come istituto utile al mondo contemporaneo e all’avvenire dell’ecumenismo.
La convocazione del 30 novembre è finalizzata a «discernere in maniera conciliare le grandi e pressanti sfide che stanno davanti al popolo di Dio che annuncia il nome di Cristo nel nostro mondo in rapido mutamento».
I quattro «troni apostolici» sono «pilastri indistruttibili e fondamenti intatti della tradizione apostolica che, assieme all’antica Chiesa romana, hanno costituito nel primo millennio la lira a cinque corde della Chiesa universale e della verità». Essi portano la responsabilità pastorale di affermare la continuità storica della fede apostolica.
In attesa che la Chiesa di Roma riprenda il suo posto per riprendere in pienezza l’antica armonia. Un rinnovato dialogo dentro l’Ortodossia ma che si costituisce come luogo ospitale per il cammino di unificazione ecumenica con Roma. Confermando quanto aveva detto il 9 maggio scorso:
«Questo cammino irreversibile, iniziato nel 1964 con l’incontro profetico tra Papa Paolo VI e il Patriarca Ecumenico Atenagora, ha plasmato profondamente il percorso di riconciliazione che continuiamo a percorrere con speranza, fiducia e perseveranza in Dio. Le numerose tappe raggiunte dai nostri predecessori lungo questo cammino di carità e di verità hanno plasmato una viva consapevolezza di vocazione condivisa e destino comune, che continua a sostenere e ispirare il nostro dialogo ancora oggi».
Una opzione ecumenica confermata anche in un discorso a Vilnius il 16 giugno scorso:
«È venuto il tempo di lasciarsi alle spalle l’illusione di una nostra innocenza storica. Un processo profondamente doloroso per il nostro ego istituzionale presuppone una contrazione cosciente del nostro “io” collettivo, affinché lo spazio vitale della recezione sia assicurata […]. L’obiettivo resta senza dubbio il ristabilimento finale dell’unità nella retta fede e nell’amore. Restiamo al tempo stesso irremovibili sulle questioni che interessano l’essenza del messaggio salvifico, ciò che il santo e grande Concilio della Chiesa ortodossa del 2016 ha proclamato con chiarezza teologica assoluta».
L’iniziativa del patriarca ecumenico troverà probabilmente il dissenso di Mosca che potrebbe indurre Antiochia e Gerusalemme a rifiutare l’invito. Ma con il risvolto di irritare i due patriarchi e di non potere più denunciare l’inazione di Costantinopoli davanti all’ampliarsi della frattura intra-ortodossa.
Fanarion e Halki
Due iniziative di carattere teologico e culturale legate al patriarcato di Costantinopoli meritano una segnalazione: l’avvio del «Fanarion» a Budapest e la incipiente riapertura del centro di teologia di Halki.
In occasione del già citato congresso internazionale della Società per i diritti delle Chiese orientali è stato inaugurato un nuovo centro ortodosso di dialogo ecumenico a Budapest. È previsto come un luogo permanente per incontri intra-ortodossi, inter-cristiani e interreligiosi, un focolare dove uomini e donne di buon volontà di tutte le confessioni cristiane e delle varie religioni possano accedere in uno spirito di dialogo, mutuo rispetto e ricerca.
In particolare è dedicato al dialogo teologico ufficiale fra Chiesa cattolica romana e Chiesa ortodossa, un vero luogo di lavoro per arrivare all’unità. Il congresso era dedicato in particolare al ruolo del vescovo di Roma. È stata ripresa la indicazione di J. Ratzinger: «Roma non può esigere dall’Oriente in materia di dottrina sul primato più di quanto è stato formulato e vissuto nel corso del primo millennio». E Bartolomeo ha ricordato con gioia l’indicazione del patriarca Atenagora che in occasione della rimozione delle scomuniche reciproche ha qualificato il papa di Roma come colui che presiede alla carità.
Ha inoltre sottolineato il suo personale apporto affinché il titolo di «patriarca d’Occidente», scomparso dall’Annuario pontificio, sia riapparso per decisione di papa Francesco nel 2022.
La seconda iniziativa di rilievo è l’avvio della riapertura della scuola teologica di Halki (un’isola nel Mare di Marmara non lontana da Costantinopoli), fucina storica di teologi e vescovi a servizio del Patriarcato. Chiusa nel 1971 per una decisione del Governo turco è stata per decenni al centro delle rivendicazioni del Fanar.
Grazie al personale impegno del Patriarca e al suo buon rapporto con Recep Tayyip Erdogan, che ha incontrato nel giugno scorso, si è finalmente aperta la possibilità di riprendere il cammino. Per ora si prevede, a breve, l’inaugurazione degli edifici ristrutturati, ma resta ancora da chiarire la possibilità di riaprire una scuola teologica in quanto tale, aspetto che confliggerebbe con le indicazioni statali rispetto alla ricerca religiosa.
È più probabile che si aprano corsi di specializzazione post-laurea non ancora regolati dalle normative statali. Essi permetterebbero un ritorno della teologia nel luogo prestigioso da cui è stata bandita oltre cinque decenni fa. Non casualmente all’incontro con Erdogan non era presente il ministro dell’istruzione, ma il presidente del Consiglio supremo dell’Istruzione, Erol Őzvar.





