
Dai movimenti pacifisti degli anni Ottanta ai Peace Studies e alla Rete delle Università italiane per la Pace: un fascicolo degli «Annali di storia delle università italiane» ricostruisce un percorso poco conosciuto e pone una domanda di bruciante attualità sul ruolo della ricerca e della formazione di fronte alla guerra.
In un tempo nel quale la guerra è tornata a occupare stabilmente l’orizzonte europeo e internazionale, parlare di «educazione alla pace» rischia paradossalmente di apparire insieme necessario e inattuale. Necessario, perché il moltiplicarsi dei conflitti impone di interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile una convivenza non violenta; inattuale, perché il linguaggio pubblico sembra essersi rapidamente riabituato alla guerra, al riarmo, alla deterrenza e alla sicurezza pensata prevalentemente in termini militari.
Proprio per questo acquista un interesse che supera i confini della storia universitaria il fascicolo monografico degli Annali di storia delle università italiane (1/2026), curato da Alessandro Breccia e Miriam Turrini e dedicato a Movimenti per la pace e istituzioni universitarie. Non si tratta di una storia generale del pacifismo italiano, ma della ricostruzione di un passaggio più circoscritto e forse meno conosciuto: quello attraverso il quale la riflessione «sulla» e «per» la pace ha cercato di entrare nelle università italiane, trasformandosi progressivamente da istanza etica e politica in oggetto di ricerca, insegnamento e formazione.
La distinzione delle preposizioni non è secondaria. Ricerca sulla pace, della pace, per la pace: dietro queste formule si nasconde uno dei problemi che percorrono l’intero fascicolo.
Può la ricerca scientifica, limitarsi ad analizzare la pace e i conflitti oppure deve assumere anche una responsabilità nei confronti della loro trasformazione? Già Umberto Gori, negli anni Settanta, rivendicava il contributo dell’accademia a una Peace Research libera, ma insieme consapevole delle proprie «responsabilità politiche e morali».
Un ritardo italiano
La storia ricostruita nel fascicolo è, anzitutto, quella di un ritardo. Mentre negli Stati Uniti e in diversi paesi dell’Europa occidentale la Peace Research acquistava una propria riconoscibilità scientifica e istituzionale, in Italia rimaneva a lungo affidata all’iniziativa di singoli studiosi, piccoli gruppi, associazioni e centri di ricerca. Ancora alla fine degli anni Novanta, Giovanni Scotto parlava di una «nicchia» incapace di vedere pienamente riconosciuto il proprio approccio nel dibattito scientifico nazionale.
Eppure, proprio questa marginalità produsse esperienze di notevole interesse. Negli anni Ottanta, nel pieno della crisi degli euromissili e della mobilitazione contro la minaccia nucleare, nacquero o si consolidarono realtà come l’Istituto italiano di ricerche per la pace, il Centro studi Sereno Regis di Torino, l’Unione degli Scienziati per il Disarmo e il Centro di iniziativa sulla didattica della pace di Bologna. Ricercatori universitari, insegnanti, associazioni e movimenti cominciarono a incontrarsi in uno spazio che non apparteneva interamente né all’accademia né alla militanza.
È uno degli aspetti più interessanti che emergono dal volume. La ricerca per la pace italiana non nasce inizialmente dalla creazione di una nuova disciplina universitaria, ma dalla circolazione fra mondi differenti. Scienza, politica, educazione, associazionismo, obiezione di coscienza, volontariato e amministrazioni locali entrano in relazione. L’università viene sollecitata dall’esterno prima ancora di riuscire a trovare al proprio interno le forme istituzionali nelle quali accogliere queste domande.
Educare alla pace
Particolarmente significativa, anche per un lettore interessato alla storia religiosa e alla presenza cristiana nella società italiana, è la dimensione educativa. Già negli anni Ottanta emergeva, infatti, una forte domanda di educazione alla pace proveniente da docenti e studenti, alla quale, tuttavia, non corrispondevano ancora programmi didattici autonomi e sufficientemente strutturati. La riflessione pedagogica coinvolse figure e ambienti diversi e mise progressivamente in comunicazione università, scuola e società civile.
Qui la storia della Peace Research incontra inevitabilmente anche quella del mondo cattolico. Non perché gli studi per la pace possano essere ricondotti a una matrice confessionale – sarebbe storicamente scorretto –, ma perché alcune esperienze cristiane parteciparono a quel più vasto laboratorio nel quale pacifismo, nonviolenza, diritti umani e responsabilità della scienza si confrontarono fra loro.
Emblematico è il caso di Padova e di Antonio Papisca. Il Centro universitario dedicato ai diritti umani, nato nel 1982, sviluppò un approccio originale nel quale pace e diritti della persona risultavano strettamente connessi. Il suo raggio d’azione si estese ben oltre le mura universitarie, raggiungendo quelli che Papisca definiva i «mondi vitali»: enti locali, organizzazioni della società civile e scuola.
Non si trattava, dunque, semplicemente di studiare i conflitti. Si voleva produrre una cultura capace di incidere sulle relazioni sociali e sulle istituzioni. Il Centro padovano accompagnò esperienze di grande rilievo civile, dai «Beati i costruttori di pace» impegnati durante l’assedio di Sarajevo agli obiettori della Comunità Papa Giovanni XXIII diretti nell’ex Jugoslavia, fino alla Marcia Perugia-Assisi e alle esperienze dei Corpi civili di pace.
È difficile non cogliere, dietro questa vicenda, una concezione della pace che va ben oltre l’assenza della guerra. È la distinzione, divenuta classica negli studi di Johan Galtung, tra «pace negativa» – assenza di guerra e riduzione della violenza diretta – e «pace positiva», intesa anche come superamento delle forme strutturali di violenza. Una distinzione che aiuta a comprendere perché gli studi sulla pace abbiano progressivamente incontrato temi quali i diritti umani, la giustizia sociale, l’ambiente, le migrazioni e l’antirazzismo.
Dalla testimonianza all’istituzione
Il passaggio più difficile fu, tuttavia, quello dalla presenza di singole personalità alla costruzione di strutture durevoli. L’università italiana, rigidamente organizzata per discipline e settori, faticava ad accogliere un sapere programmaticamente interdisciplinare e, ancora di più, un sapere che dichiarava apertamente una propria tensione etica.
È un problema che conserva una sorprendente attualità. La ricerca può essere scientificamente rigorosa e, nello stesso tempo, dichiarare di perseguire la pace? Oppure una finalità di questo tipo ne compromette inevitabilmente la neutralità?
Le esperienze ricostruite nel fascicolo mostrano che la risposta non fu semplice. Proprio il carattere interdisciplinare e transdisciplinare della Peace Research incontrava la settorializzazione dell’accademia; nello stesso tempo, l’orientamento verso una prassi eticamente connotata suscitava resistenze in un’università timorosa di confondere ricerca e militanza.
E tuttavia qualcosa cambiò. Dalla fine degli anni Ottanta, sorsero centri universitari dedicati alla pace a Pisa, Bologna, Bari, Trieste e Padova; altre esperienze seguirono. La riforma universitaria del 1999 rappresentò poi uno spartiacque con l’istituzione della classe di laurea in Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace. Nel 2001-2002 Pisa attivò un corso di laurea in Scienze per la pace e Firenze quello per Operatori per la pace. La didattica della pace entrava finalmente in maniera strutturale nell’università italiana.
Dalla Guerra fredda alle guerre del presente
Il merito principale del fascicolo sta, forse, proprio nell’evitare una storia celebrativa. L’istituzionalizzazione degli studi per la pace non viene presentata come un percorso lineare e inevitabile. Al contrario, appare come il risultato fragile di iniziative personali, reti informali, centri di documentazione, movimenti, amministrazioni, associazioni e università che, in momenti diversi, sono riusciti a collaborare.
Gli anni Ottanta furono segnati dalla questione nucleare e dagli euromissili; gli anni Novanta dalla fine della Guerra fredda, dalla Guerra del Golfo e, soprattutto, dalle guerre nell’ex Jugoslavia. Ogni mutamento dello scenario internazionale costrinse il movimento pacifista e la ricerca sulla pace a ridefinire categorie, strumenti e linguaggi.
Anche per questo la ricostruzione storica parla direttamente al presente. La domanda non è infatti se l’università debba semplicemente dichiararsi «per la pace». Una dichiarazione, da sola, costa poco. La questione più impegnativa è chiedersi quali conoscenze siano necessarie per costruire la pace, come insegnarle e come far dialogare discipline che spesso continuano a procedere separatamente: storia, diritto, relazioni internazionali, filosofia, pedagogia, sociologia, economia, psicologia, studi religiosi.
Una responsabilità dell’università
L’ultimo passaggio della storia è rappresentato dalla nascita, nel 2019, della Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace), promossa dalla Conferenza dei rettori. La Rete raccoglie oggi un patrimonio di esperienze che viene da lontano: l’attività degli scienziati per il disarmo, i centri universitari, la riflessione sui diritti umani, i corsi di laurea e le molte iniziative di ricerca e terza missione sviluppate negli atenei.
Un ulteriore salto di qualità è arrivato nel 2024 con l’avvio del Dottorato di interesse nazionale in Peace Studies. L’obiettivo dichiarato è formare ricercatori capaci non soltanto di padroneggiare uno specifico settore scientifico, ma di acquisire una visione globale e di interagire con istituzioni, amministrazioni, organizzazioni e comunità, costruendo competenze transdisciplinari sui temi della pace e del conflitto.
È forse questa la provocazione più interessante che il fascicolo degli Annali consegna al presente. La pace non può essere semplicemente un valore proclamato dall’università: deve diventare anche oggetto di conoscenza. E la conoscenza della pace richiede la conoscenza della guerra, dei conflitti, delle disuguaglianze, delle culture e delle religioni, delle istituzioni e delle forme della violenza.
Ma vale anche il contrario. Un’università che studi sempre più efficacemente la guerra senza interrogarsi sulle condizioni della pace rischierebbe di rinunciare a una parte della propria funzione civile.
La questione è particolarmente urgente oggi, quando – come osserva Enza Pellecchia nelle conclusioni del fascicolo – «la guerra è tornata» a essere presentata come una possibilità accettabile per risolvere le controversie e, proprio per questo, donne e uomini di scienza sono chiamati a interrogarsi sulla propria responsabilità nella costruzione della pace. Il percorso compiuto negli ultimi quarant’anni ha prodotto corsi di studio, centri, reti e oggi persino un dottorato nazionale; ma non rende meno necessaria la domanda da cui tutto era cominciato.
A che cosa serve, in definitiva, l’università di fronte alla guerra?
La storia raccontata da questo fascicolo suggerisce una risposta esigente: non a fornire soluzioni semplici, né a trasformare la ricerca in militanza, ma a creare le condizioni perché la pace possa essere pensata, studiata, insegnata e – proprio per questo – resa politicamente e culturalmente possibile.





