P. Martino Capelli: un seme a Monte Sole

capelli

Omelia del superiore generale dei dehoniani, p. Carlos Suárez, dopo la beatificazione di don Ubaldo Marchioni, del salesiano don Elia Comini e del dehoniano p. Martino Capelli – riconosciuti dalla Chiesa come martiri e uccisi durante gli eccidi perpetrati dalle SS nella zona di Monte Sole (29 settembre – 5 ottobre 1944).

Cari confratelli, membri della Famiglia Dehoniana, cara comunità del Suffragio:

abbiamo vissuto giorni intensi. Da sabato scorso a oggi abbiamo celebrato un vero e proprio triduo. Si è trattato, infatti, di giornate in cui, guidati per mano da don Ubaldo, don Elia e padre Martino, ci siamo accostati un po’ più da vicino alla Pasqua del Signore: alla sua passione, morte e risurrezione.

La veglia del sabato, la beatificazione della domenica e il pellegrinaggio compiuto oggi costituiscono un insieme unico. Ci parlano di uomini autenticamente cristiani, configurati alla scuola del Cuore di Cristo. Uomini radicalmente sedotti dal Vangelo, dalla vocazione ricevuta nella Chiesa e dall’amore verso i più fragili e i più piccoli.

Lungo il cammino, e soprattutto «nella lotta grande e dolorosa» (Eb 10,32), questi nuovi beati hanno cercato di vivere, con semplicità e generosità, la volontà di Dio. A Monte Sole l’hanno trovata in modo definitivo. Lì, in mezzo a gente semplice e laboriosa, tormentata dalla violenza insaziabile che solo gli idoli sanno suscitare, la volontà di Dio si è presentata davanti a loro come la terra aperta che attende il seme (Gv 12,24-26). Ubaldo, Elia e Martino hanno accettato di essere seme.

Nessuno di loro è stato sconfitto dall’odio né dall’indifferenza. Al contrario: sono stati conquistati dalla fedeltà e dalla compassione di Dio. Con la loro presenza e la loro attenzione verso tutti, hanno cercato di ricostruire ponti tra sponde sempre più distanti.

Elia e Martino erano ben consapevoli dei rischi che correvano. Sì, lo sapevano. Eppure, erano ancora più consapevoli di ciò che implicava la professione religiosa e il ministero sacerdotale ricevuto: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (Gv 12,26).

Per questo sono giunti a Monte Sole: perché stavano seguendo il Signore, e non se stessi. Per questo, la Chiesa ha riconosciuto pubblicamente che entrambi hanno scoperto la vera beatitudine: incontrare Gesù, riconoscerlo e accettare di stare con lui: «Ero a Monte Sole, e mi avete visitato!»

In questo modo, il Beato Martino è un modello di discepolo. Ma è anche una provocazione ad addentrarci maggiormente nel carisma che condividiamo, per seguire più da vicino il Signore e lasciarci condurre da lui:

Con tutti i nostri fratelli cristiani, siamo attirati a mettere i nostri passi nei passi di Cristo, per giungere alla santità (cf. 1Ts 4,7).

In questo tempo di giubileo, come famiglia dehoniana, riconosciamo nella beatificazione di Martino un dono dall’Alto e della Chiesa. Un dono che ci stimola a continuare a incentrare il nostro cammino e la nostra missione sui passi del Signore, non sui nostri. Meno che mai quando gli interessi personali o gli egoismi ci allontanano dalla comunione, dalla fraternità e da coloro ai quali dovremmo essere più vicini.

A tal fine, Martino ci viene in aiuto. Ci indica l’importanza di una vita interiore gelosamente custodita: la preghiera, l’accompagnamento spirituale, la custodia del carisma, l’amore alla Madonna… Da buon figlio del Venerabile Padre Dehon, inoltre, ci insegna l’attenzione a quanto accade nella società e nel mondo. E non per criticarlo dall’esterno, ma per sporcarci le mani dall’interno, come riparatori formati nella contemplazione della vita di Gesù.

È stato così che Martino ha imparato a comprendere e interpretare gli eventi del suo tempo. Non si è lasciato affascinare dalle ideologie né dai miraggi dell’epoca, che proponevano un impossibile «ordine nuovo» costruito da un «uomo nuovo» forgiato nell’esclusione e nel disprezzo.

La prospettiva di Martino era un’altra. La sua era la causa del Regno di Dios: quella della carità e della vita. Il Regno che ha invocato in ogni momento: «Venga il tuo Regno», quello della giustizia e della pace. La pace!

A questo proposito, possiamo immaginare con quanta emozione abbia risuonato nel suo cuore il noto radiomessaggio di Papa Pio XII del 1939, a pochi giorni dall’invasione della Polonia, imminente anticamera di una nuova guerra mondiale:

È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono. È il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.

Come risuonano attuali, oggi, queste medesime parole. Sono passati quasi novant’anni e riconosciamo lo stesso appello nella voce del Papa e in quella dei suoi predecessori.

In Martino riconosciamo la sensibilità sociale che tanto ha segnato la vita del nostro fondatore, sempre attento agli orientamenti dei Pontefici in materia. Appena due anni prima della sua morte, il nostro beato percepiva nei diversi interventi e scritti di Pio XII «l’ansia paterna del Vicario di Cristo, rivolta non solo e non tanto a deprecare i disordini, le ingiustizie, le colpe del mondo di ieri, ma soprattutto a far sì che l’ordine nuovo di domani abbia ad attingere ispirazioni e norme dalla dottrina che ha per base il Vangelo».

Nell’ascolto della Parola, nell’Eucaristia, nella voce della Chiesa, in Padre Dehon e nella sua spiritualità, così come nel grido dei più emarginati, Martino ha camminato scoprendo la via da seguire. Non solo verso Monte Sole —tappa indispensabile—, ma verso il cuore stesso di Dio.

Che egli interceda per noi, affinché un giorno anche noi possiamo cantare senza fine la vittoria dell’Agnello, che continua a farsi pane sul nostro cammino.

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