L’Italia torna al nucleare?

nucleare

Il 23 settembre scorso, il Senato ha definitivamente adottato il disegno di legge governativo in materia di “energia nucleare sostenibile”. Abbiamo chiesto a Margherita Venturi, docente di Chimica all’Università di Bologna e presidente dell’Associazione Energia per l’Italia, già ripetutamente interpellata da SettimanaNews sull’argomento (vedi qui: https://www.settimananews.it/politica/il-nucleare-complesso-costoso-per-niente-green/; https://www.settimananews.it/politica/italia-governo-illusione-nucleare/; https://www.settimananews.it/reportage-interviste/nucleare-militare-facciamo-chiarezza/) di commentare il testo di legge e di ribadire la sua posizione. L’intervista è stata curata da Giordano Cavallari.

– Cara Margherita, perché il nucleare è ripetutamente definito – dalla legge-delega – “sostenibile”?

Credo che associare l’aggettivo “sostenibile” al nucleare sia una bella e buona operazione di green washing (= dichiarazione ambientale ingannevole, ndr) per cercare di ottenere il consenso dei cittadini.

Come già più volte ribadito su SettimanaNews, il nucleare che conosciamo – quello che “concretamente” si può realizzare – di sostenibile non ha proprio nulla, neppure il fatto che, quando si produce elettricità, non si genera CO2, aspetto che viene sempre tirato in ballo a sostegno di questa tecnologia; questo è vero, infatti, ma solo parzialmente, poiché tanta CO2 viene prodotta a monte e a valle: nell’estrazione, nella produzione e nel processamento del combustibile – l’uranio –, nella costruzione e nella dismissione delle centrali nucleari.

Quindi, il nucleare, anche semplicemente da tale punto di vista, non è sostenibile ed è perdente rispetto alle due più importanti fonti energetiche rinnovabili, ossia il fotovoltaico e l’eolico. Poi, naturalmente, ci sono tutti gli altri aspetti di insostenibilità ambientale, economica e sociale, più volte qui portati.

 – Hai capito – dal documento legislativo – a quale tipo o tipi di impianti si fa riferimento?

Questa è proprio una bella domanda, perché nessuno ha ancora ben capito su quale tecnologia di baserà il nuovo nucleare di cui si tratta. Si parla di reattori di III e IV generazione, di piccoli reattori modulari (SMR) e, addirittura, di reattori modulari avanzati (AMR). Sono parole ad effetto, ma vuote di contenuto reale, perché di tutto ciò c’è solo qualche prototipo (in Russia e in Cina), mentre per il resto si tratta solo di “disegni” sulla carta.

Ammesso, e non concesso, che in Italia si torni al nucleare, sarà ancora quello tradizionale a fissione, con reattori semplicemente di potenza ridotta (che di modulare non hanno nulla), con tutti i problemi di insostenibilità che caratterizzano la tecnologia tradizionale.

Soprattutto i tempi di realizzazione di una qualsivoglia centrale nucleare – ma i costi non sono da meno – sono insostenibili, oggi più che mai, con la crisi climatica incalzante e gli eventi estremi che si stanno abbattendo su tutti noi; basta ricordare la recentissima catastrofe avvenuta tra Tibet e Nepal e i devastanti incendi nel Mediterraneo della trascorsa estate.

Io, malignamente, penso che le etichette “nuovo” o “sostenibile” siano state usate per disconoscere i risultati dei due referendum del 1987 e del 2013, con i quali gli italiani hanno detto “no” al nucleare. Poiché si tratterebbe di un nucleare “diverso”, il parere dei cittadini espresso precedentemente, secondo il Governo e il Parlamento approvante, non varrebbe più!

– La legge-delega accenna anche all’impiego dell’energia “da fusione nucleare” in Italia. Siamo in grado di capire oggi cosa sia l’energia da fusione e quindi si è già in grado di regolamentarla, come promette il testo di legge?

Non mi stupisce che nella legge-delega – che definisco di populismo strategico – si parli anche di energia da fusione. Come ho già avuto modo di spiegare, proprio su queste pagine web, ottenere energia elettrica dal processo di fusione è un’illusione che va avanti da più di 50 anni.

A parte tutte le difficoltà tecniche – al momento senza risoluzione – e nonostante le ingenti risorse introdotte, contrabbandare questo processo per energia pulita e definirlo sostenibile è un altro falso in atto pubblico. Ricordo solo che i neutroni prodotti assieme all’elio nella reazione di fusione, rendono radioattivi i materiali che incontrano, il che vuol dire che la struttura stessa del reattore diventa radioattiva e che, in fase di dismissione, ci sono le scorie da smaltire. Anche se, nel caso della fusione i tempi di decadimento degli isotopi radioattivi non sono così lunghi come nel caso della fissione, il nucleare lascia comunque in eredità, il problema della difficile gestione delle scorie.

Insomma, “mettere il Sole in bottiglia” è una bella frase ad effetto, per definire la fusione nucleare, ma la realtà è estremamente più complessa, ed è pressoché impossibile oggi dire se e quando si farà; e, comunque, se mai un giorno si farà, non sarà ancora la definitiva risoluzione del problema energetico, come si vuol far, ottimisticamente, credere.

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– All’art. 1 del testo di legge leggiamo: “anche ai fini della produzione di idrogeno”. Cosa c’entra l’idrogeno?

Anche l’idrogeno fa parte dell’“immaginario” che si vuole coltivare: è considerato il combustibile del futuro, quello che risolverà la crisi energetica e, al tempo stesso, l’emergenza climatica e ambientale; insomma, la soluzione di tutti i nostri attuali problemi. In realtà, come ben sa chi studia, le cose sono sempre più complicate. Infatti, anche nel caso dell’idrogeno occorre fare parecchi distinguo.

L’idrogeno usato come combustibile è l’idrogeno molecolare, gassoso, di formula H2. È noto, da oltre duecento anni, che, quando questa piccola molecola biatomica reagisce con l’ossigeno, cioè brucia, per usare un termine che ben si addice ai combustibili, forma acqua, H2O, e sviluppa una consistente quantità di energia. Il suo stesso nome, in francese hydrogène, coniato da Lavoisier nel 1783, significa appunto “generatore di acqua”.

Certamente, quindi, a differenza dei combustibili fossili, l’idrogeno ha il grande vantaggio di non generare CO2, il principale gas serra responsabile del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, e neppure genera sostanze organiche volatili e polveri sottili, a cui si deve l’inquinamento atmosferico.

Però – e qui cominciano i distinguo – sulla Terra non esistono giacimenti di H2. Quello abbondante in natura è l’idrogeno combinato con altri elementi a formare svariate molecole, alcune comunissime e abbondanti come l’acqua o il metano. Ciò vuol dire che, se si vuole usare H2 per produrre energia, bisogna “farselo”, ossia “liberare” l’idrogeno dai composti in cui è presente, cosa che implica almeno due problemi.

Il primo riguarda la scelta dei composti dai quali ottenere l’idrogeno: ovviamente devono essere comuni, abbondanti e poco costosi, motivo per cui si punta su metano e acqua. Il secondo problema, non di poco conto, è che, per liberarlo, occorre far avvenire reazioni che, inevitabilmente, a loro volta, richiedono molta energia.

Questo è sicuramente l’aspetto che mette in discussione la comune definizione dell’idrogeno quale combustibile “pulito”. Infatti, l’idrogeno può essere “pulito” o “sporco” a seconda di come lo si produce e, dunque, per evidenziare questo aspetto, vengono attribuiti all’idrogeno diversi colori (grigio, blu, verde, viola) legati appunto alla modalità con cui lo stesso viene ottenuto.

Quando viene prodotto utilizzando fonti fossili, gas naturale, altri idrocarburi e carbonio, sia come materia prima sia per ottenere calore o elettricità, si parla di idrogeno grigio, un combustibile sporco che, purtroppo, a oggi, rappresenta la maggior parte dell’idrogeno prodotto.

Se il processo che utilizza i combustibili fossili è accompagnato dalla cattura e dallo stoccaggio della CO2 generata, l’idrogeno viene etichettato con il colore blu; questo idrogeno, che in teoria sarebbe a neutralità carbonica, dal momento che tutto il gas serra emesso verrebbe catturato, in realtà ha molte criticità e ben poche possibilità di realizzazione per la complessità intrinseca del processo e perché l’efficienza di cattura non potrà mai raggiungere il 100%. Comunque, pure ammesso di riuscire superare tali difficoltà, l’idrogeno blu, anche se più ecosostenibile rispetto all’idrogeno grigio, non potrà risolvere alla radice il vero problema che è la nostra dipendenza dalle fonti fossili. Di fatto, l’idrogeno blu costituisce un pretesto per mantenere in vita, ancora per decenni, l’industria del fossile, fra l’altro finanziandola con gli investimenti per la crescita sostenibile dell’Europa.

L’altro colore usato per etichettare l’idrogeno è il verde che gli viene attribuito quando viene ottenuto usando fonti rinnovabili, in particolare l’energia solare; questo è sicuramente l’unico modo pulito e sostenibile di produzione dell’idrogeno.

E ora vengo al punto in questione. L’idrogeno può essere ovviamente ottenuto anche sfruttando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari: è chiamato “idrogeno viola” e ha tutti i problemi connessi all’uso dell’energia nucleare. Si tratterebbe, comunque, di un uso marginale dell’energia nucleare. Nella legge delega viene tirato in ballo, secondo me, solo per giustificare la sbandierata necessità di far tornare l’Italia alla tecnologia nucleare tradizionale: ancora una volta, quindi, si tratta di un’operazione di green washing.

Aggiungo che l’idrogeno è sicuramente un ottimo combustibile – o, meglio, un ottimo vettore di energia – ma ha molti problemi ancora da risolvere, legati al fatto che si tratta di un gas difficile da trasportare, da immagazzinare e da usare: altra cosa che viene dimenticata quando si parla del tema.

– I finanziamenti previsti dalla legge – 20 milioni di euro per ciascuna delle annualità 2027, 2028 e 2029 (art. 4) – a cosa sono finalizzati? Alla fin fine, i soldi per fare effettivamente gli impianti chi ce li metterebbe?

Il nucleare è una tecnologia che richiede grandi risorse finanziarie in ogni suo stadio. In questo caso siamo ancora alla fase della ricerca e della progettazione in cui verranno coinvolti – come annunciato dal Governo – Newcleo, ENEA e Ansaldo Nucleare: da quel che si capisce, i soldi stanziati andranno a questi soggetti per ricerca e progettazione.

Ma poi – per fare gli impianti veri e propri – il Governo spera che siano i privati a trovare le risorse. Ma si tratta di una “pia illusione” – passatemi l’espressione –, perché l’esperienza di tutti gli altri Paesi ha dimostrato che il nucleare si può sviluppare solo quando ci sono i governi a sostenerlo totalmente: nessuna azienda privata si imbarca mai in un’impresa di questa portata, dal momento che comporta enormi rischi.

L’Italia dovrà, comunque e inoltre, investire non indifferenti risorse per realizzare un deposito atto ad accogliere le scorie delle centrali nucleari che abbiamo chiuso dagli anni Settanta. Attualmente queste scorie sono in Francia e in Inghilterra per un primo trattamento – ovviamente a pagamento – ma prestissimo dovremo riportarle a casa perché abbiamo firmato un documento in cui è scritto che ogni nazione deve farsi carico delle proprie scorie.

Molto recentemente, il ministro Pichetto Fratin ha detto che, nel 2039, avremo il deposito: mi sembra decisamente tardi, ma, soprattutto, mi sembra che si stia tranquillamente sottovalutando tutto ciò che ha a che fare col nucleare, a fronte di tutta la delicatezza e la serietà dell’argomento.

Purtroppo, in tutta questa storia, saranno, come sempre, i cittadini a rimetterci, perché il nucleare – se mai si farà, dopo aver comunque speso soldi pubblici – non varrà a ridurre la bolletta energetica.

L’unico modo per guadagnare autonomia e ridurre i costi dell’energia – lo diciamo e lo ridiciamo da tanto tempo – è “correre” con le fonti energetiche rinnovabili.

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– Nel mentre, cogliamo le reazioni entusiastiche, ad esempio, del vicepresidente di Confindustria. Perché?

Ancora parole vuote, mi viene da dire, e lo dimostra, appunto, la frase iniziale della nota di Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria per l’energia: «Dopo anni di assenza dalle politiche energetiche, il nucleare oggi può rappresentare una leva fondamentale per rafforzare l’indipendenza energetica italiana, stabilizzare i costi dell’energia e accompagnare l’industria verso gli obiettivi di neutralità climatica».

Come si può affermare che il nucleare permetterà l’indipendenza energetica italiana, posto che non abbiamo il combustibile necessario (l’uranio), o che si accompagnerà l’industria verso gli obiettivi di neutralità climatica posto che, per quanto riguarda le emissioni di CO2, il nucleare è perdente nei confronti del fotovoltaico e dell’eolico?

Regina aggiunge anche: «Il settore industriale (italiano) potrà contribuire attivamente a questa sfida». In Italia, oltre 70 aziende operano già nel nucleare coprendo diversi settori della filiera, dalla progettazione dei reattori alla produzione di componenti, fino alla manutenzione degli impianti.

Regina dimentica, però, di dire che, per la costruzione degli impianti – se mai si faranno in Italia –, ci dovremo inevitabilmente affidare ad aziende straniere (per lo più russe e cinesi) che ne hanno il monopolio. Sono, quindi, per me, dichiarazioni che risuonano come “atti di cortesia” nei confronti dell’attuale Governo.

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