La realtà inconoscibile: un’intervista a Claudio Borghi

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Abbiamo ricontattato il prof. Claudio Borghi, che avevamo intervistato in occasione della pubblicazione del saggio L’ordine generato (Neri Pozza, 2025), in quanto nel marzo di quest’anno è uscito per i tipi di Aracne un suo nuovo lavoro, Onda e tempo. Il collasso della funzione d’onda e la generazione del tempo nella prestigiosa collana di Filosofia della Scienza diretta dal prof. Silvano Tagliagambe. Onda e tempo è un saggio fisico-filosofico che riprende e sviluppa i temi trattati in L’ipotesi generativa (Mimesis, 2020), Presente e divenire (Neri Pozza, 2023) e L’ordine generato (Neri Pozza, 2025).

L’idea centrale – il collasso della funzione d’onda come motore della generazione del tempo – apre un’inedita dimensione problematica, in cui spiccano, per novità teorica, la distinzione tra i concetti di interazione e relazione e, nell’analisi del fenomeno dell’entanglement, il concetto di relazione simultanea. L’ampia e significativa introduzione del prof. Tagliagambe, Un’efficace sintesi di fisica e metafisica, ricostruisce in dettaglio il percorso speculativo di Borghi e illustra le ragioni per cui la sua soluzione, che «risiede nel concepire il tempo e la mente in un’ottica di generazione originaria, e non di emersione da una realtà più fondamentale», debba essere considerata «oggetto di particolare interesse e meritevole di ulteriori approfondimenti».

Abbiamo letto (e riletto) il lavoro e ne siamo rimasti molto impressionati per la profondità e novità del pensiero, che ci ha stimolato ad annotare alcune considerazioni e, grazie alla disponibilità dell’autore, a rivolgerci a lui per avere, nei limiti del possibile, chiarimenti su alcuni passaggi particolarmente complessi o degli ampliamenti di alcuni concetti chiave. Di seguito l’intervista che l’autore ci ha gentilmente concesso.

  • Si può affermare che esista un livello di realtà inconoscibile, che è quello degli stati sovrapposti? Ovvero, esiste un livello di informazione inaccessibile, non indagabile con gli strumenti della scienza?

La meccanica quantistica teorizza due livelli di realtà: quello che attiene agli stati sovrapposti e agli stati entangled, la cui evoluzione è descritta dall’equazione di Schrödinger, e quello relativo alle interazioni tra corpuscoli mediate da campi. Il primo implica relazioni istantanee, quindi atemporali, il secondo interazioni che si propagano nel vuoto alla velocità della luce: elettromagnetiche, gravitazionali e nucleari.

La novità concepita in questo lavoro è che nel collasso della funzione d’onda che caratterizza un sistema in sovrapposizione di stati, o formato da enti distanti in entanglement, si generi il tempo che esperiamo alla scala macroscopica. Come scrivo nella premessa del libro:

«L’idea centrale, innovativa per come viene sviluppata, è la realtà assoluta del tempo, in antitesi con le teorie in cui lo si concepisce come grandezza relativa o non fondamentale. I riferimenti dialettici, nello specifico, sono la thermal time hypothesis di Rovelli, per cui il tempo emerge come variabile statistica nei fenomeni termici, e l’interpretazione della funzione d’onda universale, quale la propone Barbour, alla stregua di un oceano atemporale dell’essere da cui affiorano capsule cristallizzate, scritture fossili di un divenire apparente».

  • La de-coerenza è quindi un fenomeno distruttivo della complessità relazionale insita nella sovrapposizione degli stati, antecedente al collasso della funzione d’onda?

Cito sempre dalla premessa: «Nella dinamica della de-coerenza spontanea, seguita dal collasso della funzione d’onda, l’informazione e l’entropia consentono di spiegare l’origine del tempo come presente assoluto e il fenomeno della durata. Un’accurata analisi dell’entanglement rivela la dimensione relazionale della realtà fisica, in cui spazio e tempo perdono il significato empirico che esperiamo a livello macroscopico. In un contesto speculativo rinnovato rispetto alle teorie correnti, emerge l’ipotesi che la funzione d’onda determini una connessione relazionale non locale, rendendo possibile una duplice realtà fenomenica, locale e non locale, tra cui la de-coerenza innesca un contatto in senso generativo. Il tempo si genera, non scorre».

Due le idee portanti: la generazione attuale del presente in conseguenza del collasso della funzione d’onda – a seguito di un’operazione di misura su un sistema fisico o di una sua perdita spontanea di coerenza, appunto la de-coerenza, come effetto dell’interazione tra il sistema stesso e l’ambiente – e la dissipazione entropica dell’ordine macroscopico, che misuriamo e percepiamo come durata temporale.

  • «Gli stati sovrapposti svaniscono e la realtà macroscopica appare». Si indicano due livelli di realtà, microscopico e macroscopico, tra loro collegati. Oggi si spiega l’emergere della realtà macroscopica tramite meccanismi statistici, ma è una spiegazione accettabile? Il termine «emergere» non rischia di diventare una specie di parola magica?

Concordo che non abbia senso alcuno attribuire alla dimensione microscopica uno status prioritario rispetto a quella macroscopica: si tratta di livelli diversi in cui si manifesta la realtà fisica, e non solo. Il fatto notevole è che non sono scissi tra loro: il collegamento è costituito dal collasso della funzione d’onda che connota gli stati quantici dei sistemi, contenendo implicitamente relazioni atemporali e spazialmente unitarie secondo la logica dei diagrammi di Feynman. Non si tratta quindi di un fenomeno statistico, la cui valenza è legata all’impossibilità di attingere una conoscenza deterministica, né tantomeno di un’emersione, termine fin troppo usato se non abusato dai fisici teorici negli ultimi anni, in quanto i due livelli di realtà sono congiunti da un atto generativo.

  • Il vero motore che costruisce la realtà è quindi il caso, unico vero ente regolatore dell’indeterminatezza statistica?

La risposta credo sia almeno in parte contenuta nel seguente estratto dal paragrafo omonimo del secondo capitolo del libro, Caso e divenire:

«A fondamento della teoria quantistica si trova, a tutti gli effetti, una dinamica del caso come generatore di fenomeni. Si prenda ad esempio la produzione di coppie di particelle-antiparticelle dal vuoto a energia mediamente nulla, in cui la fluttuazione casuale è l’autentico motore della realtà delle interazioni e dell’origine del cosmo, in quanto da essa dipende la produzione delle particelle necessarie alle interazioni e da cui si sarebbe innescata la dinamica dell’espansione-inflazione. Il fatto notevole è che la fluttuazione del vuoto nasce dal caso per generare ordine, sorge da un fondo atemporale e amorfo per generare tempo e forma. Questa è la dialettica su cui si fondano i fenomeni naturali secondo le teorie fisiche, che immergono sonde nel profondo per trarne reti assiomatiche e logiche, strutture matematiche che salpano nel buio lasciando a riva la torcia che potrebbe rischiarare la visione, ma riescono tuttavia a formalizzare le leggi che disciplinano gli accadimenti e a informare la tecnologia circa le regole da applicare per non affondare sotto l’uragano dell’imponderabile».

A tutti gli effetti i mei lavori (da L’ipotesi generativa a Presente e divenire al più recente L’ordine generato) propongono una visione alternativa e il capitolo suddetto esplora criticamente, in più punti, la funzione potenzialmente creatrice del caos come «ente regolatore dell’indeterminatezza statistica». Un passaggio successivo dello stesso paragrafo riprende la relazione tra determinismo (relativistico) e indeterminismo (quantistico) risolvendola in una domanda aperta:

«La differenza radicale tra il determinismo relativistico e l’indeterminismo quantistico riflette l’incompiutezza logica della sinfonia fisica. Emerge in modo evidente, pur nella straordinaria abilità a ridurre i fenomeni entro leggi che consentono di utilizzarli a fini tecnologici, il dissidio tra il caso originario e la forma finale. Per quanto provvisoria, temporanea e peritura, la forma si staglia in ogni istante a provare il dilemma di fondo: il tempo è stato generato in origine dal caso e continua a scorrere assecondando il flusso inarrestabile delle trasformazioni, oppure è generato energeticamente nell’adesso, e l’entropia ne è il lascito degradato?».

  • Qual è il ruolo della matematica nella ricerca scientifica oggi? Tegmark dice che esiste tutto ciò che è matematicamente teorizzabile. Non si rischia di ritenere obsoleta, non necessaria, la verifica sperimentale? Non si rischia di confondere il divenire della realtà con le equazioni che stanno nella nostra mente? Questo è un aspetto metodologico essenziale, una inversione dei metodi di indagine, un punto critico, una china su cui sta scivolando oggi la ricerca scientifica? Si può ritenere che il principio di incompletezza di Gödel, in qualche modo, rifletta l’inconoscibilità profonda della realtà?

La matematica mette a disposizione linguaggi e strutture rigorose che consentono di descrivere oggettivamente i fenomeni e di formulare le teorie fisiche. Si pensi al calcolo differenziale e integrale in Newton o al calcolo tensoriale in Einstein. In ogni caso ciò non è sufficiente di per sé: richiede la capacità di connettere la mente al fenomeno e di coglierne la specificità fisica.

Nel Novecento, i teoremi di incompletezza di Gödel hanno ridefinito i limiti del pensiero logico, le cui strutture formali possono comunque essere considerate il cuore pulsante dell’informatica e dei moderni sistemi di calcolo. Quel che può essere ritenuto in effetti paradossale è che la fisica ambisca a costruire teorie del tutto servendosi della matematica, che Gödel ha provato non essere in grado dimostrare la veridicità dei teoremi che formula a partire da un certo sistema assiomatico.

  • Le due principali teorie che oggi governano la fisica, relatività e quantistica, non colgono la necessità del generarsi delle forme, ovvero non spiegano perché la natura le produca. Quindi sono come minimo parziali? Si arriverà ad una teoria del tutto, ultima e razionale, oppure è un tentativo destinato a fallire? Troviamo la frase seguente particolarmente profonda: «La perfezione non è nella mente, è nel mondo, nell’atto dell’essere finito che si rinnova incessante».

Per rispondere mi limito a riportare altri due passi tratti dal capitolo, Forma e formula, adiacenti a quello da cui hai espunto la tua citazione: «Una teoria ultima, necessaria e razionale, che giustifichi il senso del mondo e lo esprima, non ha possibilità di essere. Ogni formula vive effimera nell’astrazione logica del fenomeno (serie di Fibonacci, strutture frattali ecc.), riflette imperfettamente la varietà delle forme». «Lo stupore suscitato dal rinvenire nelle cose uno specchio delle forme, che il pensiero scopre in sé e da sé senza confrontarsi col fenomeno, deriva dalla corrispondenza tra forma logica e realtà fisica, che tuttavia non esaurisce né può contenere la forma ultima».

Fuor di dubbio, esiste una realtà naturale che la scienza non riesce nemmeno a sfiorare, men che meno a far rientrare nei suoi schemi logicistici o nei suoi modelli geometrici. In questo senso una teoria del tutto è un nonsenso a priori, in quanto è il concetto stesso di tutto a non avere scientificamente alcun valore.

  • Ci puoi dire in poche parole cosa intendi per progresso in relazione alla ricerca scientifica, in un’epoca che dall’inizio del Novecento ha visto susseguirsi diversi nuovi paradigmi (relativistico, quantistico, informazionale), tutti radicalmente rivoluzionari?

L’idea che mi ha sempre fatto da guida è ben espressa in una massima di Proust, citata da Silvano Tagliagambe nell’introduzione alla collana di Filosofia della Scienza in cui Onda e tempo è stato inserito: «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi orizzonti, ma nell’avere occhi nuovi». Forse è nella comune adesione a questa necessità di rigenerazione interiore dello sguardo che la filosofia e la fisica – più in generale, la scienza – potranno trovare una ragione autentica, in futuro, per tornare ad ascoltarsi e parlarsi.

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