
L’annuncio della malattia di papa Leone XIV ha sorpreso, per la sua età e la sua tempra fisica. Il papa sportivo con il suo annuncio-verità in anticipo rispetto al ricovero e all’intervento chirurgico ha colpito tutti, ovviamente in modi diversi.
E in molti credo ci sia stata e permanga qualcosa che non si dice, non si ammette, ma è nella mente, o forse nel cuore: l’inattesa malattia del papa come segno che ci ha fatti sentire smarriti nella tempesta di questi nostri tempi. La stessa reazione della piazza dopo il suo annuncio, per nulla allarmista, è parsa, rispetto a quanto detto, sproporzionata, non solo perché quell’annuncio era inatteso, ma anche per altro, o per qualcosa di più.
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Siamo in un tempo in cui può accadere di tutto, anche una fucilazione trasmessa in streaming per scelta del governo degli Stati Uniti (si può ancora sperare che non sia così?), o quello che sembra uno scambio di vittorie in conflitti durati troppo lungo, ma che non possono risolversi per reciproci favori, magari a partire da esigenze elettorali e poi…
Per questo il papa che alla dignità dell’uomo (Magnifica humanitas) e alla pace ha intestato gran parte del suo inizio di pontificato, appare non solo nella Chiesa, ma anche attorno a essa, una terra emersa e ferma, un ancoraggio, un porto sicuro in questa tempesta. In questa condizione psicologica di spaesamento la sua malattia può far temere che la terra manchi sotto i piedi, che i peggiori timori si avvicinino.
Papa Francesco ci aveva avvisato: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Ma in quale epoca siamo entrati?
Guardandosi intorno è difficile non ritenere che questa sia l’epoca dell’inceppamento democratico. Un tempo si diceva che la democrazia fosse come la ruota, una volta scoperta tutti la vogliono. La scelta del nostro umanesimo come bussola però ora sembra guardata in cagnesco, come può accadere con qualcuno che si è amato ma ci ha tradito.
Se così fosse non si tratterebbe di un’epoca cominciata così, all’improvviso, come si dice di quella cominciata un 12 ottobre, quando Cristoforo Colombo approdò sulle coste del nuovo mondo. No, se così fosse questa epoca nuova sarebbe cominciata dopo un lungo tramonto, fatto di liti, delusioni, tradimenti.
Forse hanno ragione quelli che dicono che i popoli dell’est europeo buttarono giù il muro di Berlino e che poi però quel muro c’è caduto in testa per la nostra difficoltà a capirne il vero senso. Un libro di gran successo, La fine della storia e l’ultimo uomo, lo ha spiegato bene, visto che la storia non è finita.
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In questa sensazione di un momento storico di inceppamento democratico, almeno in molti cittadini di questo nostro Occidente, è l’ordine liberal democratico che sembra andato in crisi, e con esso tutto ciò che è globale, universale, a cominciare dai diritti umani per arrivare al diritto internazionale.
Ma la Chiesa cattolica è l’istituzione universale che ha retto al maremoto del tempo presente e per questo il papa, in particolare un papa che ha raccolto con fermezza la difesa di un orizzonte universale, costituisce oltre che un approdo, un porto sicuro, e un barometro.
Così a me sembra che la sua inattesa malattia abbia fatto temere che il tempo volga a ulteriore peggioramento. È come se in quel momento un terreno già provato da scosse telluriche molto forti, preoccupanti per il nostro stesso futuro, avesse inattesamente fatto registrare un’ulteriore scossa proprio lì dove il terreno sembrava solido, appunto, sicuro.
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C’è un passaggio del punto 237 della sua enciclica Magnifica humanitas che mi è tornato alla mente quando ho sentito papa Leone dire che avrebbe dovuto operarsi: «Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. Coltiviamo invece quello che papa Francesco ha definito un “antropocentrismo situato”, che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune».
Aggiungendo a quanto detto in precedenza l’inazione davanti ai mutamenti climatici, è esattamente quello che credo che molti desiderino di riuscire a fare, ma che per poter resistere tra le onde odierne richiede qualche sostegno esterno. Perché quello che ci ha insegnato Zygmunt Bauman, la modernità liquida, oggi ci fa sentire in una società liquefatta, dove tutto viene vissuto con logiche mercantili, consumato e poi scartato: servono appigli.
Credo ci sia tutto questo nello smarrimento davanti alla notizia inattesa del ricovero imminente di papa Leone. Come un dirsi “non è possibile”, o forse “non anche questo, no…”
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Questo nulla toglie alla sincera speranza, o quasi certezza, che il ricovero sarà breve come la degenza, che papa Leone si riprenderà e potrà confermare i suoi impegni a cominciare dal viaggio in programma per novembre, per il quale potrebbe secondo alcuni anche aver deciso di anticipare i tempi dell’operazione.
Ma questo lo dice la parte razionale di noi. Nel profondo di molti sono convinto che un tremore si sia aggiunto per questo senso “interiore” temuto nell’annuncio. Senza ledere la capacità di augurargli una pronta guarigione. Anzi, confidando con la ragione che sarà così.





