Jacques Ellul e il lavoro sociale

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Valentina Bolis, educatrice sociale, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell’educazione presso l’Università Cattolica di Milano. Il seguente articolo è frutto dell’elaborato presentato per l’esame “Letture politiche della Bibbia”.

La sovversione del cristianesimo di Jacques Ellul, pubblicato nel 1984, è un testo provocatorio che nasce da una domanda di fondo semplice ma allo stesso tempo drammatica: com’è possibile che da un messaggio originario di totale libertà, amore gratuito, rifiuto dell’uso della forza e vicinanza agli oppressi sia nata una civiltà al contrario autoritaria, burocratica, moralista e ossessionata dal controllo e dal potere?

Per spiegare questo paradosso, l’autore propone una distinzione tra quella che lui indica come “X” e il “cristianesimo storico”: la “X” rappresenta la Rivelazione di Gesù nel suo stato originario, prima che venisse manipolata dalla storia, ed è una spinta rivoluzionaria e anarchica (intesa nell’accezione più positiva del termine) che rifiuta l’uso della forza, la morale, il potere e le gerarchie umane, fondandosi esclusivamente sulla responsabilità individuale guidata dall’amore.

Tuttavia, secondo Ellul, questa Rivelazione originaria è stata vittima di una vera e propria “sovversione strutturale” ed è stata capovolta nel suo esatto opposto, “il cristianesimo storico”, al fine di rendere il messaggio rivoluzionario tollerabile per la società e utile alla sopravvivenza delle istituzioni statali, trasformandolo così in una religione codificata e in uno strumento di potere.

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Come educatrice che lavora quotidianamente in una comunità residenziale per minori allontanati dalle famiglie e come studentessa del corso di Social Work, mi sono resa conto che le dinamiche descritte da Ellul non riguardano solo la storia della Chiesa, ma intersecano anche le tensioni epistemologiche del lavoro sociale.

Anche il lavoro sociale, infatti, nasce da una spinta sovversiva e anti-istituzionale: l’idea di aiutare i soggetti più vulnerabili, scardinare le disuguaglianze strutturali e offrire spazi sicuri e di accoglienza incondizionata. Tuttavia, nel momento in cui questa spinta trasformativa si incarna nei servizi socio-educativi e si scontra con il mandato istituzionale e con la legislazione di tutela, l’operatore sociale si trova a lavorare su una faglia che separa la relazione viva della cura, la “X” professionale, dall’apparato freddo fatto di burocrazia, protocolli, scadenze legali e dinamiche di sorveglianza e controllo.

Questo parallelismo si fa concreto in diversi aspetti del mio lavoro quotidiano. Ad esempio, la “paganizzazione” della Chiesa di cui parla Ellul per gestire le masse e rendersi comprensibile alle istituzioni, che ha portato l’istituzione a strutturarsi in una dottrina dogmatica rigida e asettica, trova un corrispettivo nel fenomeno della medicalizzazione e psicologizzazione del disagio sociale.

Molto spesso, quando in comunità arriva un ragazzo con una storia familiare multiproblematica, il sistema ha bisogno di catalogarlo o etichettarlo attraverso diagnosi standardizzate; la sua rabbia e il suo dolore vengono così tradotti, ad esempio, in un disturbo oppositivo provocatorio. Quando facciamo questo, compiamo esattamente ciò che l’autore rimprovera alla Chiesa, ovvero sostituiamo l’incontro vivo e relazionale con l’altro con un protocollo rassicurante.

Diventa infatti più facile e comodo gestire un ragazzo con una diagnosi scritta piuttosto che ascoltare il caos della sua storia, anche perché l’etichetta medica aiuta a coprire le mancanze della società, del territorio e delle istituzioni che non hanno saputo proteggere prima il minore o la sua famiglia.

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Un altro asse che connette Ellul alla teoria critica del lavoro sociale è la critica all’antifemminismo storico. Ellul contesta la tesi secondo cui il patriarcato ecclesiastico sia giustificabile come una semplice adozione dei costumi del tempo, perché se la “X” avesse avuto valore liberatorio, avrebbe dovuto emancipare le persone dai condizionamenti culturali

del mondo. Analizzando la Rivelazione e rileggendo la Genesi, l’autore mostra come in realtà Eva non sia inferiore perché creata dopo: nella logica ebraica della creazione, infatti, l’ordine procede dal meno perfetto al più perfetto; inoltre, a differenza di Adamo, lei viene formata a partire da materia già vivente, rappresentando la vetta del creato. Questa dignità della donna, come pari dell’uomo, è stata confermata anche dai gesti di Gesù, il quale, infrangendo i tabù rabbinici, accoglie le donne nella sua cerchia ristretta e le rende le prime destinatarie e testimoni della sua resurrezione.

Al contrario, la successiva istituzione del culto di Maria ha funzionato, secondo Ellul, come un vero e proprio dispositivo ideologico: proponendo alle donne reali un modello perfetto e irraggiungibile, la Chiesa ne ha sancito la costante inadeguatezza, giustificandone in un certo senso l’emarginazione e la sottomissione. Anche le istituzioni odierne di tutela dei minori hanno interiorizzato logiche patriarcali attraverso la cosiddetta “maternalizzazione del danno”: nelle valutazioni dei servizi e nei decreti dei tribunali, spesso la responsabilità del fallimento educativo ricade sistematicamente sulla madre, alla quale viene richiesto un modello ideale di “buona madre” sacrificale, accudente e perfetta, mentre il padre rimane sullo sfondo, quasi invisibile ed esonerato dalle proprie responsabilità.

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Ellul propone una posizione radicale di rifiuto totale del potere e della coercizione; tuttavia, per un operatore sociale o per un educatore, questo rifiuto totale nella pratica non è possibile. I decreti del Tribunale per i minorenni rappresentano la forza legittima dello Stato che interviene per interrompere una relazione familiare disfunzionale, e rifiutare il decreto significherebbe abdicare alla protezione del minore, lasciandolo esposto ad abusi e trascuratezze.

Tuttavia, l’operatore può scegliere come abitare questo paradosso attraverso i modelli di advocacy e del lavoro sociale critico, ovvero sforzandosi di non usare le regole del tribunale o della comunità come strumento di minaccia e ricatto, cercando invece di costruire uno spazio protetto e sicuro entro cui il minore possa sperimentare una relazione positiva e un ascolto autentico.

Anche il concetto di “opus operatum” trova una spaventosa corrispondenza nel modo in cui oggi è strutturato il welfare, dominato da logiche aziendali dove tutto deve essere quantificato, programmato e rendicontato. Spesso ci si illude che la stesura perfetta di un Progetto Educativo Individuale (PEI) o il rispetto formale di una scadenza scritta sul decreto garantiscano, di per sé, la salvezza e il benessere del ragazzo.

Ma la relazione d’aiuto non è un contratto o una formula magica. Il PEI è solo un foglio di carta, e confidare che sia la procedura burocratica a curare il trauma è un’illusione tecnica che svuota la relazione del suo calore e della sua gratuità.

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La via d’uscita dalla sovversione del cristianesimo, secondo Ellul, è la “trasgressione nella trasgressione”, un’azione che parte dal basso attraverso piccoli gruppi o singole persone che, nel silenzio, vivono la verità della cura e della libertà.

Credo che questo sia un insegnamento fondamentale per chiunque lavori nel Social Work e che si traduca nella discrezionalità di ogni operatore di prima linea, il quale può scegliere di non essere un mero ingranaggio e un rigido esecutore di norme e decreti, rivendicando e mantenendo propri spazi di autonomia decisionale.

L’operatore sociale pratica la trasgressione della trasgressione quando decide, ad esempio, di non segnalare immediatamente una piccola trasgressione del ragazzo se valuta che l’alleanza e la fiducia faticosamente costruite abbiano un valore più grande della punizione, o quando, invece di dedicarsi esclusivamente alla compilazione di carte al computer, riserva un’ora del suo tempo per un colloquio informale con un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi.

Significa ricordarsi sempre che dietro ogni faldone, ogni decreto e ogni sigla burocratica c’è una persona in carne e ossa che merita di essere guardata negli occhi. È in questi piccoli gesti, silenziosi e spesso invisibili ai registri istituzionali, che l’operatore può davvero sentire di proteggere la parte più vera, preziosa e “sovversiva” del lavoro educativo: la convinzione che l’incontro profondo con l’altro rimanga, prima di tutto, uno spazio di straordinaria e indomabile libertà.

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