Un patrono per chi è giudice. Anche nella Chiesa

martiio civile

Il decreto porta la data del 7 ottobre 2026, memoria della Beata Vergine del Rosario: l’onomastico di un uomo che si chiamava Rosario Angelo. Con quell’atto il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha dichiarato il beato Livatino “patrono dei magistrati italiani”.

La richiesta veniva da un comitato promotore; i vescovi italiani l’hanno sostenuta all’unanimità nell’Assemblea generale di maggio; il cardinale Zuppi, nel darne notizia, ha parlato di un «autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato», capace di contemperare «la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana».

Da chi ne è stato postulatore ci si attende soddisfazione, e c’è. Ma chi ha lavorato a una causa sa che ogni riconoscimento apre un rischio nuovo. E questo patrono, temo, parla anche a noi.

Che cos’è un patrono, e che cosa non è

Il patronato non aggiunge nulla alla santità di Livatino e non anticipa la canonizzazione. Dice che una categoria di persone può guardarlo come modello e invocarlo come intercessore. Le due parole stanno nel comunicato dei vescovi e vanno tenute insieme. Senza l’intercessione, il patrono diventa un testimonial; senza il modello, un portafortuna.

Nel 2000 Giovanni Paolo II diede ai governanti e ai politici Tommaso Moro, cancelliere d’Inghilterra, decapitato per non avere piegato la coscienza al re. Ora i magistrati italiani ricevono un giudice ucciso per non averla piegata ai mafiosi. Le due figure si parlano: in entrambe la coscienza è il luogo in cui si risponde di un ufficio pubblico.

Come Moro, Livatino è un martire dato come patrono a una professione secolare, esercitata in nome di uno Stato laico da credenti e non credenti. Leone XIV lo aveva chiamato, un anno fa, «il primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire», e aveva aggiunto che «la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità». Il patronato prende sul serio quelle parole. Dice che ci si può santificare firmando ordinanze, studiando fascicoli, motivando sentenze.

Il Concilio lo aveva scritto sessant’anni fa, quando annoverò tra gli errori più gravi del nostro tempo il distacco tra la fede professata e la vita quotidiana (Gaudium et spes, 43). Noi lo abbiamo citato molte volte. Livatino lo ha fatto.

Livatino era un laico, un fedele cresciuto nell’Azione Cattolica, che viveva con i genitori e andava al lavoro. La Chiesa ha fissato la sua memoria liturgica non nel giorno della morte ma il 29 ottobre, giorno in cui, nel 1988, ricevette la cresima. Aveva trentasei anni e faceva il magistrato da dieci. Chiese da adulto il sacramento della maturità cristiana, due anni prima di morire. Il patrono che diamo ai magistrati porta nel calendario la data di una scelta, non quella di un agguato.

Nel 1986, parlando di fede e diritto, spiegò che la fede non regala al giudice una sentenza migliore: gli consegna una responsabilità più pesante. Al rigore della legge il credente deve aggiungere lo sguardo sulla persona. La giustizia, diceva, è necessaria ma non basta, e chiede di essere superata dalla carità. È ciò che il comunicato dei vescovi riassume in due parole: verità e carità. Non chiese mai che il giudice credente fosse dispensato dalle prove, dalle garanzie, dalla motivazione. Chi teme una giustizia confessionale può stare tranquillo: Livatino non mise il Vangelo al posto del codice. Il Vangelo gli impedì di tradire il codice.

Dalla stessa fede gli veniva un limite, che vale per ogni giudice. Chi giudica accerta un fatto, non possiede una persona. Può condannare il delitto senza disprezzare chi lo ha commesso: l’uomo resta più grande del suo fascicolo.

Perché fu ucciso

«Martire della giustizia» rischia di diventare un’etichetta. Giovanni Paolo II usò la formula nel 1993, ad Agrigento, dopo avere incontrato i genitori: «martire della giustizia e indirettamente della fede». Era la parola di un papa commosso, non un giudizio canonico. Il giudizio è venuto il 21 dicembre 2020, quando papa Francesco ha riconosciuto il martirio in odio alla fede. In mezzo ci sono ventisette anni e un processo. Per riconoscere un martire non basta che sia morto facendo il proprio dovere. Occorre provare che gli uccisori odiassero in lui la fede, o ciò che dalla fede nasceva. È il punto su cui una causa regge o cade.

Dagli atti risulta ciò che la devozione non sempre ama sentirsi dire: i mafiosi sapevano bene chi stavano uccidendo. Il capo provinciale di Cosa Nostra, che abitava nel suo stesso palazzo, lo chiamava «santocchio». Lo avevano giudicato «inavvicinabile e incorruttibile», e avevano capito da dove venisse: da quella sosta ogni mattina nella chiesa di San Giuseppe, prima del tribunale.

In un primo tempo, pensarono di colpirlo lì davanti. Le sue ultime parole, riferite da uno degli esecutori, furono una domanda: «Picciotti, che male vi ho fatto?». Uno dei suoi uccisori ha poi deposto nel processo canonico. La causa ha accertato che l’ostilità contro di lui investì anche la fede, dalla quale traeva la forza di una giustizia senza compromessi.

Tre modi di appropriarsene

Un santo si può addomesticare senza negargli una sola virtù: basta citarlo nelle cerimonie e dimenticarlo quando si esercita il potere.

I magistrati possono farne lo stemma della categoria, nei giorni in cui la categoria si sente assediata. La politica può farne un rimprovero da agitare contro le toghe sgradite: il giudice buono contro i giudici cattivi. Noi Chiesa possiamo farne un santino da distribuire alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, contenti di avere finalmente un magistrato tra i nostri.

Ci è già capitato: di don Pino Puglisi rischiamo di conservare soltanto un sorriso da immaginetta, dimenticando che fu ucciso perché toglieva i ragazzi alla mafia strada per strada.

Nella Cattedrale di Agrigento si custodisce la camicia che Livatino indossava quella mattina, in una teca che porta incise le tre lettere S.T.D. e due parole: Codice penale e Vangelo.

Nel 2023 la reliquia ha attraversato i palazzi romani, dalla Camera alla Cassazione, dal Ministero della Giustizia al Consiglio superiore della magistratura. È entrata dappertutto, tra gli onori. Il patrono dovrà entrarci in un altro modo: nelle decisioni.

Livatino resiste a tutte e tre le operazioni. Alla categoria chiedeva più di quanto la categoria ami sentirsi chiedere: nel 1984 disse che l’indipendenza del giudice si misura anche fuori dall’ufficio, nelle amicizie e negli affari rifiutati, e che il magistrato eletto in Parlamento non dovrebbe tornare a giudicare. Sapeva che si può essere indipendenti per ordinamento e servi per carattere: dell’ambizione, della vanità, della paura. Alla politica non offre appigli: sulle questioni di oggi non si pronunciò, e farlo parlare sarebbe disonesto. Quanto a noi, è qui che il patrono diventa scomodo.

Anche la Chiesa giudica

Lo dico da canonista, prima che da vescovo. Abbiamo dato un patrono a chi amministra la giustizia nei tribunali dello Stato. Ma la giustizia si amministra anche in casa nostra. Giudicano i tribunali ecclesiastici. Giudicano, in altro modo, i vescovi, i superiori maggiori, gli officiali dei dicasteri, ogni volta che decidono di una persona: un trasferimento, una rimozione, una dimissione, un ricorso.

Proviamo a metterci davanti a lui con le nostre carte.

Livatino studiava le carte fino in fondo e ascoltava l’imputato prima di decidere. Da noi capita che di una persona si decida avendo sentito soltanto chi l’accusa.

Livatino motivava: chi veniva condannato sapeva perché. Da noi il provvedimento arriva talvolta senza una riga di motivazione, o non arriva affatto, e si lascia che decida il silenzio.

Livatino, un Ferragosto, andò di persona in carcere a portare un ordine di scarcerazione: la libertà di un uomo era più urgente delle sue ferie. Da noi il tempo di chi attende è spesso l’ultimo dei pensieri. E quando la decisione costa, perché bisogna richiamare un potente, rimuovere un amico o dare torto a chi ci è utile, la prudenza trova sempre una buona ragione per rinviare. C’è una prudenza che cerca la verità prima di decidere e una prudenza che rinvia perché decidere costa. La prima è una virtù, la seconda un’omissione ben vestita.

Il Codice ha le sue garanzie: il diritto di difesa (can. 221), l’obbligo di motivare i decreti decisori (can. 51), i termini per provvedere nei casi previsti (can. 57). La legge non ci manca. Il ricorso è un diritto del fedele, e il diritto di difendersi sta nel Codice: non dipende dall’umore di chi comanda. Chi lo vive come un fastidio svuota l’autorità che crede di proteggere. L’obbligo di motivare è un limite posto all’autorità, perché la persona non dipenda dalla sua benevolenza.

Ci manca, a volte, la coscienza che anche una pratica canonica è una persona che aspetta. Livatino disse che rendere giustizia è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Se vale per un giudice dello Stato, vale due volte per chi giudica nella Chiesa e trova nell’ultimo canone del Codice la salvezza delle anime come legge suprema.

Una Chiesa che predica la dignità della persona non può trattare le garanzie come un intralcio quando il potere lo esercita lei. Non basta indicare la giustizia ai magistrati dello Stato: va praticata nelle curie, nei tribunali, negli istituti religiosi.

In non pochi seminari il diritto canonico è la cenerentola degli studi. Eppure quei seminaristi diventeranno parroci, vicari, talvolta vescovi, e decideranno della vita delle persone. Il patrono dei magistrati può ricordarci che la giustizia è, come diceva Paolo VI, la misura minima della carità.

Per questo non mi basterebbe che il 29 ottobre, memoria liturgica del beato e prima ricorrenza da patrono, ci si limitasse a una messa nei palazzi di giustizia. Vorrei che quel giorno ogni curia, ogni tribunale ecclesiastico, ogni casa generalizia aprissero l’armadio delle pratiche ferme e scrivessero, su ciascuna, la data entro cui risponderanno.

Che cosa farne

Un patrono si prega. È la prima cosa, e la più dimenticata. I convegni fanno conoscere un beato, ma non sostituiscono la preghiera del popolo cristiano. Anche per canonizzare un martire la Chiesa richiede il riconoscimento di un miracolo: chi ci tiene cominci da qui. E lo si preghi per chi ne ha più bisogno. Non per i coraggiosi, ma per il magistrato stanco, per quello impaurito, per quello che sta per firmare contro coscienza, per chi ha sbagliato e vuole ricominciare.

Ai magistrati che non credono la Chiesa non chiede nulla: offre un patrono a chi vuole guardarlo. A quelli che credono dobbiamo invece qualcosa. Nelle diocesi ci sono cappellani per gli ospedali, per le carceri, per le università; per i tribunali, di rado. Chi giudica resta solo con il peso di decidere della vita altrui, e la messa di inizio anno giudiziario non è una pastorale.

Poi lo si fa conoscere, senza ritocchi. Ai ragazzi va detto che sapeva di rischiare. A trentaquattro anni annotò sull’agenda: «Ho 34 anni. Invoco la benevolenza divina su quelli che restano». Sapeva, e restò. Non era un temerario: rifiutò la scorta perché altri padri di famiglia non pagassero per causa sua. Un martirio così non si improvvisa la mattina del 21 settembre. Si prepara in dodici anni di lavoro ben fatto, di cui nessuno si accorse. Quella mattina in tribunale non arrivò.

Infine, lo si lascia fare il suo mestiere, che anche da beato resta quello di giudice. Sulle agende scriveva S.T.D., sub tutela Dei. Gli ricordava che anche il giudice sarà giudicato. Non era una polizza: quella tutela non gli risparmiò l’agguato. Vale per chi siede in tribunale e per chi siede in cattedra.

A settantanove anni, dopo avere firmato anch’io la mia parte di decreti e deciso di persone, non posso leggerlo soltanto come un esempio per gli altri. Ho sempre ascoltato abbastanza, studiato abbastanza, motivato abbastanza? Il patrono dei magistrati lo domanda anche a me.

Print Friendly, PDF & Email

Un commento

  1. Fabrizio Mastrofini 17 ottobre 2026

Lascia un commento