
Nel giro di poche settimane si sono accumulati segnali che vanno tutti nella stessa direzione.
Nel Regno Unito la commissaria per l’infanzia, Rachel de Souza, ha pubblicato un rapporto che descrive bambini «diventati intossicati dall’estremismo» attraverso i social media e ha chiesto al Governo misure più severe sulle piattaforme prima che possano dimostrare di proteggere i minori dal danno[1]. Il Governo britannico ha già annunciato restrizioni per gli under 16, con un coprifuoco notturno per i sedicenni e diciassettenni e la disattivazione di default delle funzioni più pensate per creare dipendenza. In Italia il dibattito sul divieto dei cellulari in classe continua ad allargarsi.
A Oakland, California, si è aperto in questi giorni il processo che vede quattro procure generali americane chiedere a Meta un miliardo e quattrocento milioni di dollari per i danni causati da Instagram e Facebook ai più giovani[2].
Sono provvedimenti diversi, nati in contesti diversi, ma condividono una premessa comune: che l’esposizione precoce e non regolata ai dispositivi digitali comporti un danno reale, misurabile, che le sole buone intenzioni non bastano a prevenire. Su questo punto il consenso, tra pediatri, neuropsichiatri infantili e ricercatori dello sviluppo, è ormai ampio. La domanda che vale la pena porre non è se questi divieti siano giustificati, lo sono, ma se siano sufficienti da soli a produrre l’effetto che promettono.
Una premessa necessaria, non sufficiente
La risposta, a guardare bene, è no e vale la pena dirlo con chiarezza prima che il dibattito pubblico si esaurisca nella sola discussione sulla soglia d’età giusta o sull’orario del coprifuoco. I divieti sono necessari, ma non sono sufficienti. Se non sono accompagnati da un lavoro serio e continuativo di formazione, capace di costruire nei minori e negli adulti una reale consapevolezza dell’uso dei dispositivi digitali, restano un palliativo.
Per capire perché, conviene chiarire chi ha responsabilità in questa vicenda. Infatti, il rischio più comune, nel dibattito pubblico è concentrare tutta l’attenzione su un solo attore lasciando gli altri fuori scena. Chi progetta questi strumenti ha una responsabilità precisa: costruire un design che non sia pensato per catturare l’attenzione a ogni costo, indipendentemente dal benessere di chi lo usa. Chi regola ha una responsabilità diversa e altrettanto precisa: verificare che le promesse fatte pubblicamente dalle aziende corrispondano alle pratiche effettive, e intervenire con misure di legge dove il danno è documentato. Chi usa questi strumenti, infine, minore o adulto che sia, ha una responsabilità propria, che nessuna legge può esercitare al suo posto: la formazione di un uso maturo, consapevole, capace di resistere a un ambiente costruito per essere il più possibile assorbente.
Nessuna di queste tre responsabilità sostituisce le altre. Il divieto, quando arriva, esercita la seconda. Ma la terza resta scoperta se nessuno se ne occupa esplicitamente, e oggi, nella gran parte dei casi, nessuno se ne occupa con la stessa energia con cui si discute di soglie d’età e di sanzioni.
Due divieti diversi, spesso confusi
Vale la pena distinguere, perché se ne parla come se fossero la stessa cosa. Il divieto di accesso ai social prima di una certa età regola l’ingresso a un ambiente specifico, costruito, per sua natura commerciale, per trattenere il più a lungo possibile chi vi entra, raccoglierne i dati comportamentali e restituirglieli sotto forma di contenuti sempre più calibrati sulle sue debolezze. È un intervento che ha senso perché quell’ambiente resta strutturalmente predatorio indipendentemente da chi lo abita e un minore ha, in media, minori strumenti per resistervi.
Il divieto di cellulari in classe è cosa diversa. Non protegge da un ambiente pericoloso all’esterno, protegge uno spazio specifico, l’aula, da un’interferenza costante, a prescindere dal fatto che il contenuto consultato sul telefono sia innocuo o dannoso. Un ragazzo che controlla il meteo o che scorre un feed di contenuti violenti produce, ai fini dell’attenzione scolastica, lo stesso danno: l’interruzione del processo di apprendimento. Sono due razionalità distinte da non confondere: un divieto ben argomentato è un divieto di cui si comprende con precisione l’oggetto.
Il limite che nessun divieto può superare
C’è un tipo di danno che nessuna soglia d’età, nessun coprifuoco, nessun divieto scolastico può intercettare perché non riguarda l’accesso di un minore a qualcosa che gli è vietato, riguarda l’uso che un adulto pienamente legittimato fa di uno strumento perfettamente legale.
Un esempio concreto aiuta a rendere il punto meno astratto. Da anni, ben prima che si parlasse di intelligenza artificiale generativa, un numero crescente di genitori ha iniziato a delegare ad assistenti vocali come Alexa la lettura della fiaba della buonanotte. Un’indagine britannica del 2019 rilevava che oltre un genitore su quattro vi aveva fatto ricorso almeno una volta e che quasi la metà avrebbe voluto leggere una storia ai propri figli ogni sera, ma solo poco più di uno su quattro riusciva effettivamente a farlo, schiacciato tra impegni di lavoro e stanchezza[3].
Con l’arrivo dei modelli linguistici di ultima generazione, il fenomeno si è fatto più sofisticato: Amazon starebbe sviluppando, secondo un’inchiesta di Algorithm Watch basata su documenti interni, un aggiornamento di Alexa capace di generare fiabe interamente nuove a partire dai desideri espressi dal bambino, e di conservarne il contesto per le interazioni successive[4]. Ciò che si presenta come un servizio premuroso è, a uno sguardo più attento, anche un meccanismo di profilazione che si applica non più solo al comportamento di un adulto ma all’immaginario di un bambino.
Nessuna legge può vietare a un genitore di usare un assistente vocale per raccontare una favola. Non è un accesso indebito a un contenuto pericoloso, è l’uso, del tutto legale, di uno strumento pensato apposta per essere usato in quel modo. Ed è qui che il limite strutturale di ogni approccio regolatorio diventa evidente: il divieto agisce sulla soglia d’ingresso, non sulla qualità quotidiana dell’uso. Buona parte del danno che oggi si produce nelle case e nelle famiglie non passa attraverso un accesso vietato, passa attraverso un uso pienamente legittimo di strumenti che nessuna soglia d’età può regolare, perché non sono i minori a usarli contro le regole, sono gli adulti a usarli secondo le regole.
Ma il punto più delicato non è la profilazione, per quanto reale. Raccontare una fiaba non è un compito qualunque tra i tanti che compongono la giornata di un genitore, è uno degli atti attraverso cui la relazione tra genitore e figlio si costituisce come tale: la voce riconosciuta, il corpo vicino, l’attenzione rivolta esclusivamente a quel bambino in quel momento, la possibilità che il bambino interrompa, chieda, devii il racconto e venga ascoltato mentre lo fa.
Un dispositivo può imitare la forma esterna di questo atto, la sequenza di parole che compone una storia, ma non può replicarne la sostanza relazionale, perché quella sostanza non sta nel contenuto narrato, sta nell’essere ascoltati da chi ci ama mentre lo si racconta. Quando la delega diventa abituale, non si perde solo un momento di lettura, si perde, un poco alla volta, l’esercizio stesso del ruolo genitoriale in una delle sue forme più elementari, quella in cui il genitore si rende presente attraverso la voce e il tempo dedicato, non attraverso l’organizzazione delle risorse necessarie perché qualcun altro, o qualcos’altro, lo faccia al posto suo.
Il rischio non è che la tecnologia sia cattiva, è che l’abitudine alla delega sposti silenziosamente il genitore dal ruolo di chi si dona nel tempo dell’ascolto a quello di chi amministra dispositivi di quel tempo.
Ciò che solo la formazione può fare
La formazione diventa il complemento necessario. Non si tratta di generiche campagne di sensibilizzazione, ma di un lavoro paziente e continuativo, capace di costruire quattro competenze specifiche, che si possono chiamare prudenza, temperanza, fortezza e giustizia applicate all’ambiente digitale.
Prudenza, nel senso di saper distinguere, caso per caso, quando uno strumento serve davvero a una relazione e quando invece la sostituisce. Temperanza, nel senso di saper interrompere volontariamente un uso, in un ambiente che è costruito apposta per rendere quell’interruzione il più difficile possibile. Fortezza, nel senso di reggere la fatica di scelte impopolari, come togliere un dispositivo a un figlio che protesta, o rinunciare alla comodità di un assistente che risolve in trenta secondi un compito che altrimenti richiederebbe tempo, pazienza, presenza. Giustizia, infine, intesa non come virtù del singolo utente ma come responsabilità che coinvolge chi progetta questi strumenti e chi li regola, perché la formazione del singolo non deve mai diventare l’alibi per lasciare intatta un’architettura pensata per essere il più possibile assorbente.
Questa formazione non riguarda solo i minori. Riguarda, prima ancora, gli adulti che di quei minori sono responsabili e che spesso replicano con i propri figli gli stessi automatismi che vorrebbero correggere in loro. Un genitore che delega sistematicamente alla tecnologia compiti che gli sono propri non può, con coerenza, chiedere al proprio figlio un uso misurato dello smartphone.
Un compito condiviso
La formazione a un uso maturo dei dispositivi digitali non può essere delegata a un solo soggetto. Non basta la scuola, che pure ha un ruolo insostituibile nel dare strumenti critici. Non basta la famiglia, spesso essa stessa priva degli strumenti necessari a esercitare quel ruolo. Serve un lavoro condiviso, che coinvolga scuola, famiglia e comunità, comprese le comunità di fede che hanno nella propria tradizione una risorsa spesso trascurata in questo dibattito: l’idea che la dignità di ogni persona, fondata per il cristiano nel battesimo e riconoscibile per chiunque nella dignità umana come tale, comporti una responsabilità reciproca che nessuna delega, tecnologica o normativa, può sostituire[5].
I divieti che si stanno moltiplicando in questi mesi vanno accolti con favore. Ma se restano isolati, senza un investimento altrettanto serio nella formazione di chi quei dispositivi continuerà comunque a usarli, avranno spostato il problema di qualche anno, non lo avranno risolto.
Edoardo Mattei è Docente di Sociologia della Tecnologia presso la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Angelicum). Per un approfondimento sulla dimensione economica e giuridica della causa contro Meta, si rimanda all’articolo pubblicato sul blog Techno Mattei
[1] Scott, G., & Dathan, M. (2026, 18 agosto). Children left “fixated with violence” by social media. The Times.
[2] De Vynck, G. (2026, 18 agosto). Meta, Zuckerberg face a potential reckoning in court. The Washington Post.
[3] Galatolo, C. (2022, 20 giugno). Alexa può leggere le favole della buonanotte al posto dei genitori? Family and Media. https://www.familyandmedia.eu/puo-leggere-alexa-le-favole-della-buonanotte-al-posto-dei-genitori/
[4] Siccardo, A. (2023, 9 ottobre). La profilazione nella favola della buonanotte. Così Amazon punta ai dati dei bambini. Altreconomia.
Lettera “Placuit Deo” su alcuni aspetti della salvezza cristiana
[5] Per lo sviluppo sistematico di questo fondamento, si rimanda a Mattei, E. (2026). Agency Partecipata e Tomismo Digitale. Fondamenti per una teologia sistematica digitale. Phronesis, 278-290





