Etiopia e Tigray, non fu mai vera pace

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La ripresa dei combattimenti in Tigray e la nascita di un’alleanza tra gruppi ribelli riaccendono la crisi etiope, alimentando le tensioni con i Paesi vicini e il rischio di una nuova catastrofe umanitaria nel Corno d’Africa.

Il fragile Accordo di pace firmato nel 2022 a Pretoria (Sudafrica) si sta sgretolando sotto il fuoco incrociato che oppone le forze armate del Governo etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF). L’Etiopia settentrionale rischia la catastrofe, con conseguenze ben peggiori del conflitto che tra il 2020 e il 2022 causò 600mila morti e milioni di sfollati, cancellando quel complesso modello politico e amministrativo che ha consentito alla nazione africana il «salto nella modernità». Gli impegni sottoscritti a Pretoria non sono stati rispettati e la parola è tornata alle armi che in realtà non hanno mai cessato di far sentire la loro voce negli ultimi 4 anni.

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La prima avvisaglia è arrivata il 20 settembre scorso con l’annuncio di una coalizione dei principali gruppi ribelli del Paese: TPLF, il Movimento nazionale Amhara (Fano), l’Esercito di liberazione Oromo (OLA), il Fronte rivoluzionario democratico per l’unità Afar (Ugugumo) e altri tre gruppi armati regionali. Il pragmatismo politico che contraddistingue gli attori africani ha fatto il «miracolo» di riunire insieme il TPLF e le milizie Amhara, che nel conflitto del 2020 hanno operato al fianco degli eritrei in operazioni genocidarie a danno dei civili tigrini.

Ora c’è un obiettivo comune: sconfiggere il Governo del primo ministro Abiy Ahmed «responsabile di massacri e povertà». Con questa alleanza militare si saldano insieme i numerosi conflitti regionali che infiammano da tempo il colosso africano: un bel grattacapo per l’esecutivo di Addis Abeba che deve fronteggiare una crescente frammentazione della nazione. Poi il 23 settembre sono ripresi i combattimenti allargatisi a macchia d’olio con repentini capovolgimenti di fronte. Ma è l’effetto domino a creare preoccupazioni.

L’Etiopia ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Eritrea (sua alleata nella feroce repressione del Tigray del 2020) accusandola di sostenere i ribelli insieme a Egitto, Somalia e alle truppe governative sudanesi del generale Abdel Fattah al Burhan. L’esecutivo di Abiy Ahmed alimenta da tempo una crescente tensione con Il Cairo per il controllo del Nilo attraverso la Grande diga del Rinascimento, che avrebbe ridotto la portata delle acque danneggiando l’economia egiziana.

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Le dispute con la Somalia trovano invece fondamento nell’ambiziosa e caparbia ricerca di uno sbocco sul mare che ha portato l’esecutivo alla firma di un memorandum di intesa con il Somaliland che ne prevede il riconoscimento in cambio di una zona costiera nei pressi del porto di Berbera per scopi commerciali e militari per 50 anni.

L’individuazione di un accesso al mare è (tra gli altri motivi) all’origine dello scontro con l’Eritrea, che teme le mire del premier etiope sul porto di Assab: l’area si sviluppa lungo i suoi mille chilometri di costa che si affacciano sul mar Rosso, oggi più importante di prima per la crescente militarizzazione e rilevanza strategica dopo la chiusura dello stretto di Hormuz per la guerra in Iran. «Un posto al sole» nel mar Rosso potrebbe sfociare in una soluzione inevitabilmente di tipo militare con enormi rischi.

Il sostegno strategico e finanziario al Governo federale etiope è invece assicurato dagli Emirati Arabi Uniti che hanno operato ingenti investimenti economici dando vita anche a una diffusa rete infrastrutturale. E non mancano gli aiuti militari veicolati attraverso accordi con le Forze di supporto rapido (RSF), le truppe paramilitari sudanesi guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo in guerra con il presidente al Burhan. Gli Stati Uniti (che continuano a conservare basi militari) non hanno rinnovato l’embargo sulle armi consentendone così l’acquisto e l’importazione.

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A vuoto l’appello di papa Leone XIV per la ricerca del dialogo mentre l’Unione Europea teme che la crisi possa sfociare in un conflitto in grado di infiammare non solo il Corno d’Africa. In sintesi, nella regione si fronteggiano due blocchi: Etiopia, Emirati Arabi, paramilitari sudanesi delle RSF, con l’appoggio esterno degli Usa. Il fronte opposto riunisce l’alleanza dei ribelli etiopi, l’Eritrea, l’Egitto e l’esercito sudanese.

Sullo spettro di uno scontro armato che rischia di espandersi a macchia d’olio coinvolgendo anche altri soggetti, aleggia il rischio della catastrofe umanitaria aggravata dall’incombente siccità. Scongiurare il rischio di una guerra che potenzialmente può mietere milioni di vittime, è un compito prioritario della comunità internazionale già provata dai numerosi conflitti in corso.

Nascondere sotto il tappeto la polvere della crisi etiope rischia di alimentare la creazione di una montagna di drammi di cui nessuno al mondo ha bisogno.

Enzo Nucci è giornalista; già corrispondente della RAI per l’Africa subsahariana. Pubblicato sul sito della rivista Confronti, 15 ottobre 2026

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