
«Aiutiamoci, senza forzature e senza strappi, ma con accurato discernimento, docili alla voce dello Spirito e fedeli nella comunione, a individuare vie adeguate perché la grandezza e il ruolo delle donne siano maggiormente valorizzati nel Popolo di Dio» (Papa Francesco, dal discorso rivolto il 7 marzo 2024 ai partecipanti al Congresso internazionale interuniversitario Donne nella Chiesa: artefici dell’umano).
Come sviluppo della fase attuativa del Sinodo sulla sinodalità, il 10 marzo del 2026 è stato pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio 5 sulla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa. Un documento che riassume il cammino compiuto negli ultimi anni riguardo alla presenza delle donne nella Chiesa e che, per il momento, pare sia stato preso in scarsa considerazione e poco commentato.[1]
Certo, il testo, non avendo un valore normativo, non può introdurre cambiamenti immediati. Rappresenta, però, una tappa significativa del processo sinodale in atto e raccoglie riflessioni ed esperienze destinate a orientare e a implementare la riflessione in tema di contributo delle donne alla vita della Chiesa.
Importante quanto affermato, in occasione della presentazione del Rapporto, dal card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo: «Quando si parla del ruolo delle donne nella vita della Chiesa, dobbiamo essere consapevoli che è innanzitutto un fattore di ordine culturale. Infatti, in molte parti del mondo esistono sfide culturali profonde che vanno riconosciute e affrontate. Troppo spesso il modo di vivere la fede è determinato da certi aspetti culturali piuttosto che dai valori evangelici. La nostra rinnovata missione è fare della Chiesa una forza che incarna il Vangelo nelle culture promuovendo il rispetto dei diritti di tutti e la corresponsabilità secondo la vocazione di ciascuno. Questo richiede coraggio, accompagnamento e pazienza per introdurre cambiamenti graduali per preservare la comunione ecclesiale, eliminare le discriminazioni e costruire comunità in cui i doni e i carismi di ogni persona, uomini e donne, siano valorizzati».
Il documento è frutto del lavoro svolto sotto la responsabilità del Dicastero per la Dottrina della fede, in collaborazione con la Segreteria generale del Sinodo.
Struttura del Rapporto
Il Rapporto è composto da due parti e da un’appendice.
La prima parte riporta una breve ricostruzione della storia del Gruppo di studio n. 5, del suo metodo di lavoro e delle intuizioni avute durante il lavoro stesso.
Viene evidenziato un cambiamento metodologico fondamentale: il gruppo, lasciandosi ispirare dal principio che «la realtà è superiore all’idea»,[2] ha lavorato privilegiando l’ascolto delle esperienze concrete delle donne (Parte I, n. 4 c. e Parte II, n. 7), comprese quelle che operano come consultrici all’interno del Dicastero per la dottrina della fede e quelle che ricoprono ruoli di responsabilità nei vari organismi ecclesiali.
La seconda parte costituisce la sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale. Questa parte deriva dall’ascolto delle consultrici del Dicastero per la dottrina della fede, dal lavoro delle sue diverse istanze, dalla lettura dei contributi ricevuti e da numerose testimonianze sollecitate dallo stesso Dicastero. Essa presenta, pertanto, una riflessione nata dal basso e costituisce «un esercizio di mediazione e di ricerca di consensi possibili tra istanze spesso in tensione tra loro» (Parte I, n.9).
Infine, in sei Appendici viene catalogato l’ingente materiale ricevuto e raccolto dal Dicastero per la dottrina della fede: APPENDICE I – Figure femminili nell’Antico e Nuovo Testamento; APPENDICE II – Figure femminili rilevanti nella storia della Chiesa; APPENDICE III – Testimonianze attuali di donne che partecipano alla guida della Chiesa; APPENDICE IV – Uno sguardo critico sul principio mariano e sul principio petrino; APPENDICE V – La questione della potestà ecclesiale; APPENDICE VI – Il contributo di papa Francesco e di papa Leone sul ruolo delle donne nella Chiesa.
Qui di seguito, alcuni richiami ai contenuti del Rapporto che, se recepiti, potrebbero indubbiamente contribuire ad allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa.
Il contributo delle donne nella storia della Chiesa
Il Rapporto esprime, in primo luogo, «un caloroso e doveroso grazie a tutte le donne impegnate nel servizio della Chiesa in ogni parte del mondo: dalle comunità dell’Amazzonia alle città dell’Europa centrale, dalle periferie più povere delle Filippine alle curie diocesane in America e Australia, dai villaggi dell’Africa ai paesi montani dell’America Latina» e riconosce che «il loro prezioso contributo, spesso vissuto nel silenzio della dedizione, è ciò che molte volte permette alla Chiesa di adempiere la sua missione» (Parte II, n. 2). «Come ricorda l’esortazione apostolica Querida Amazonia, in Amazzonia ci sono comunità che si sono sostenute e hanno trasmesso la fede per lungo tempo senza che alcun presbitero passasse da quelle parti, anche per decenni. Questo è stato possibile grazie alla presenza di donne forti e coraggiose: donne che hanno battezzato, catechizzato, insegnato a pregare, sono state missionarie, certamente chiamate e spinte dallo Spirito Santo» (Parte II, n. 30).
Peraltro, va riconosciuto che «ogni tentativo di elencare i ruoli che esse svolgono con generoso impegno non può che risultare incompleto: catechiste e guide di comunità, madri di famiglia, consacrate religiose e secolari, delegate nelle curie diocesane, officiali e superiori nella curia romana, insegnanti, teologhe, direttici e volontarie nelle Caritas, presenza immancabile nella cura delle parrocchie e delle chiese più piccole e dimenticate, volti di comprensione e vicinanza in innumerevoli situazioni di bisogno» (Parte II, n. 2).
Un disagio che interpella la Chiesa
Il Rapporto, tuttavia, dà voce anche a un disagio percepito da molte donne nella vita ecclesiale. Pur riconoscendo i passi avanti compiuti negli ultimi anni, «senza timore si deve riconoscere che molta strada rimane ancora da percorrere».
Il disagio si manifesta almeno in tre diversi modi: nel «numero sempre più crescente di donne (giovani e meno giovani) che semplicemente non si riconoscono più come cattoliche»; nel «crescente disimpegno delle donne dall’attiva partecipazione alle realtà ecclesiali locali»; nella « richiesta sempre più forte, da parte di molte donne impegnate assai attivamente nell’ambito della pastorale o di donne esperte in teologia e diritto canonico, di rivedere le forme attualmente vigenti della guida della Chiesa per renderle più accessibili alle donne» (Parte II, n. 3, ma anche Appendice III, n. 1).
Una delle ragioni più profonde di tale disagio è la persistente limitata sensibilità che, in alcuni ambienti ecclesiastici, esiste sulla questione della presenza delle donne nella Chiesa. «In tal senso, deve interrogare il fatto che sempre più donne, di ogni fascia di età e a diverse latitudini geografiche, non si sentano più a casa nella casa del Signore, sino al punto di lasciarla del tutto. Tali segni, però, non sono da leggere tanto nelle statistiche sugli abbandoni, quanto nel fatto che la questione delle donne sia presente proprio come domanda o attesa di equità in porzioni sempre più ampie della Chiesa, in ogni parte del mondo» (Parte II, n. 5).
Superare clericalismo e maschilismo
Il documento denuncia una diffusa mentalità ecclesiale configurabile come clericalismo e maschilismo (Parte II, n. 4). Viene criticata anche la tendenza a descrivere il femminile esclusivamente attraverso categorie come la dolcezza, la rassegnazione, la docilità, la debolezza o con ruoli appartenenti alla sfera familiare (Parte II, n. 4), togliendo spazio «ad altre qualità femminili ugualmente rilevanti, come, ad esempio, le doti di leadership e di consiglio, le capacità di insegnamento, di ascolto e di discernimento» (Parte II, n. 17).
Per prevenire e contrastare il clericalismo[3] e il maschilismo,[4] l’Appendice VI, intitolata “Il contributo di papa Francesco e di papa Leone sul ruolo delle donne nella vita e nella guida della Chiesa”, ricorda che «papa Francesco ha chiesto una Chiesa in cui tutti si rispettano reciprocamente, dove la dignità si fonda sull’essere creati a immagine di Dio e sull’identità battesimale, dove i doni e i talenti individuali sono apprezzati, sia dalle donne che dagli uomini» (Appendice VI, n. 22).
Il citato paragrafo n. 22 dell’Appendice VI rimanda altresì all’invito fatto il 30 novembre 2023 da papa Francesco alla Commissione Teologica Internazionale di aumentare all’interno delle Commissione stessa la presenza di donne che hanno «una capacità di riflessione teologica diversa da quella che abbiamo noi uomini».
Nell’occasione, parlando a braccio, Francesco[5] disse che uno dei grandi peccati commessi dalla Chiesa è di averla maschilizzata e che, pertanto, oggi uno dei compiti della teologia è anche quello di smaschilizzarla.
Necessità di un linguaggio ecclesiale inclusivo
Lo studio riconosce i danni derivanti dall’uso errato della parola uomo invece di essere umano: con una simile mentalità diventa facile instaurare «un sistema che rende difficile la possibilità che le donne esprimano le competenze acquisite e i carismi di cui sono portatrici». E raccomanda, pertanto, l’uso di un linguaggio ecclesiale – che «tocca anche il terreno della preghiera liturgica e della predicazione» – «pienamente intonato alla reciprocità tra maschile e femminile, assunti nella loro pari specifica e fondamentale dignità» (Parte II, n.4).
L’Appendice VI segnala che numerosi documenti e interventi esaminati dal Gruppo 5 hanno sostenuto che la correzione dei comportamenti che sono alla base del clericalismo e del maschilismo implica anche «una riforma del linguaggio usato nella Chiesa, come l’uso di espressioni riferite a gruppi collettivi esclusivamente in forma maschile, indipendentemente dalla presenza di donne, o di espressioni che si riferiscono a ruoli specifici solo in termini maschili, anche se ricoperti da donne». Ciò in quanto «certe formulazioni liturgiche e magisteriali rafforzano gli stereotipi, anziché riconoscere l’uguaglianza battesimale e il contributo delle donne». Al riguardo, si afferma che, in alcuni contesti, si sono compiuti «notevoli progressi adottando un linguaggio inclusivo nelle formulazioni liturgiche e magisteriali» (Appendice VI, n. 7).
La partecipazione delle donne alla vita della Chiesa non è una “concessione”
Il Rapporto invita a superare l’idea che la partecipazione attiva delle donne alla vita e alla guida della Chiesa sia una concessione dell’autorità gerarchica (Parte II, n. 14).
Le donne, in quanto battezzate e portatrici di carismi, partecipano alla missione della Chiesa a pieno titolo: infatti, «in forza del battesimo, ogni battezzato è un rappresentante visibile della Chiesa» (Parte II, n. 23).
Bisogna, pertanto, riconoscere che la questione delle donne è un segno dei tempi che interpella la comunità ecclesiale affinché prenda decisioni, tenendo conto delle situazioni geograficamente e storicamente differenziate (Parte II, n. 10).
A sostegno di ciò, il Rapporto esplicita ulteriormente che «le laiche hanno il diritto di affermare la loro partecipazione alla missione della Chiesa, sulla base non solo dell’uguale dignità umana e cristiana, ma anche dei carismi donati da Dio» e che, pertanto, diventa «urgente una nuova evangelizzazione che dipenda di meno dalla sola risorsa presbiterale e sia più ricca di volti femminili» (Parte II, n. 36).
Relativamente alla formazione specialistica in ambito teologico-pastorale, «è necessario che le donne siano messe in grado di acquisire specifiche competenze per occupare determinate posizioni, promuovendo un autentico merito, senza discriminazioni tra donne e uomini» (Parte II, n. 3).
Dunque, per rendere «la Chiesa più bella, più credibile e più fedele alla sua vocazione di sacramento universale di salvezza» (Appendice III, n. 21), è quanto mai urgente e necessaria una riflessione sull’importanza del contributo che le donne possono e debbono dare per la vita della Chiesa (Parte II, n. 11).
Nulla impedisce alle donne ruoli di guida
Due passaggi del documento sono particolarmente significativi.
Il primo richiama parzialmente quanto affermato al n. 60 del Documento finale del Sinodo sulla sinodalità: «Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa» (Parte II, n.22). Omette, però, di riportare il seguito: «Non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta. Occorre proseguire il discernimento a riguardo».[6]
Il secondo importante passaggio ribadisce «che non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa» (Parte II, n.22).
Una maggiore presenza delle donne nei processi decisionali, dunque, può arricchire la vita ecclesiale con nuove prospettive e sensibilità, contribuendo a far sì «che la Chiesa sia fedele alla sua missione» (Parte II, n. 6).
Il dibattito sull’autorità nella Chiesa
Il Rapporto affronta anche uno dei dibattiti classici del diritto canonico: la relazione tra il sacramento dell’Ordine e la potestà di governo nella Chiesa.
Il Codice di diritto canonico stabilisce che coloro che hanno ricevuto l’Ordine sacro sono capaci di esercitare la potestà di regime, mentre i fedeli laici possono cooperare nel suo esercizio. Il documento ricorda, tuttavia, che la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium, che ha riformato la Curia romana, permette che fedeli non ordinati presiedano alcuni dicasteri vaticani (Parte II, n. 24).
A partire da questo precedente, il Rapporto segnala la possibilità di ampliare la partecipazione dei laici e delle laiche anche a livello locale nelle singole diocesi, in funzioni di governo esercitate per delega dell’autorità ecclesiale (Parte II, n. 28). A tale scopo, è importante «che la teologia e il diritto canonico si incarichino di esplorare nuove forme di esercizio dell’autorità fondate sul sacramento del battesimo e distinte da quelle derivanti dall’Ordine sacro, in modo che si possano trovare forme canoniche adeguate per rendere effettiva la partecipazione delle donne in ruoli di guida nella Chiesa» (Parte II, n. 29).
[1] I commenti che ho reperito ri sultano essere per lo più critici e problematici. Ad esempio, quello di Cesare Baldi, pubblicato a più riprese in utopiesinodali.blogspot.com: il 21 aprile 2026 (Donne in Chiesa-I: resta intatto il “soffitto di cristallo”), il 7 maggio 2026 (Donne in Chiesa-II: ancora molta strada), il 21 maggio 2026 (Donne in Chiesa-III: una questione di potere). Su Settimananews del 12 marzo 2026 Andrea Grillo, Persone, personaggi, principi: la fallacia di von Balthasar, si sofferma sull’Appendice IV del Rapporto intitolata “Il principio mariano e il principio petrino. Uno sguardo critico”. Cfr. anche Andrea Grillo, Il Rapporto del Gruppo di Studio n.5: ascolto del disagio, reticenze sistematiche, prospettive limitate, pubblicato il 10 Marzo 2026 nel blog Come se non; Simona Segoloni, «Di che discutevate fra voi?». Il Gruppo di studio n. 5, in re-blog.it del 2 aprile 2026; Daniela Sala, I molti spunti delle appendici, Il Regno, n. 9/2026, p. 300; Mario Proietti, Discernere nella fede senza perdere la chiesa. Osservazioni teologiche sul rapporto finale del gruppo di studio n. 5, in duepalmisoprailcuore.it. Di particolare interesse Linda Pocher, Come un ponte sospeso. Il «Rapporto finale» del Gruppo di studio 5, in La rivista del clero italiano n. 5/2026, che sottolinea il carattere tensionale del testo il quale «non chiude le questioni, ma le rilancia: un documento intrinsecamente provvisorio, esito di un processo ancora aperto. Come un ponte sospeso su una faglia, il documento non è un punto di arrivo, ma un passaggio».
[2] Cf. Evangelii gaudium n. 233.
[3] Che il Rapporto definisce come «tendenza a trasportare automaticamente l’autorità e il ruolo unico, che competono al sacerdote nell’ambito della celebrazione eucaristica, in tutti gli altri ambiti della vita di una comunità» (Parte II, n. 4). In realtà, papa Francesco ha stigmatizzato il clericalismo in termini molto più “forti”: «modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa», «modo non evangelico di concepire il ruolo ecclesiale del presbitero», «caricatura e perversione del ministero del vescovo», «assenza di sinodalità», «peccato a due mani perché ad una parte consistente di clero piace la tentazione di clericalizzare i laici, ma tanti laici, in ginocchio, chiedono di essere clericalizzati, perché è più comodo e meno responsabilizzante»…
[4] Esempi di maschilismo segnalati nel Rapporto: «l’esclusione delle donne dal processo decisionale, indipendentemente dalla loro competenza; il rifiuto o la riluttanza a riconoscere i contributi teologici delle donne; e la scarsa considerazione della ministerialità femminile» (Appendice VI, n. 4).
[5] L’Appendice VI, n. 1 invita a prendere atto che papa Francesco, volendo allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa (cf. Evangelii gaudium n. 103), «ha fatto del ruolo delle donne nella Chiesa e del loro contributo unico alla vita della Chiesa una delle priorità del suo pontificato, una linea che papa Leone XIV ha seguito».
[6] Documento finale del Sinodo sulla Sinodalità, n. 60.





