VI Pasqua: Senza lo Spirito il vangelo è dottrina

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Siamo soliti immaginare lo Spirito come un qualcosa di invisibile, di intangibile, tutto l’opposto di ciò che è materiale, ma questo modo di intenderlo non è biblico. Lo Spirito è molto reale, è un soffio, un alito forte. Dio è Spirito in quanto in lui esiste una forza travolgente e incontenibile, simile al vento impetuoso.

Il sogno dell’uomo è di poter essere reso partecipe di questo Spirito.

I rabbini insegnavano che nell’uomo ci sono due inclinazioni: una cattiva che nasce al momento del concepimento e una buona che si manifesta soltanto all’età di tredici anni. La cattiva inclinazione esercita il suo potere sin da quando l’uomo è in embrione e può dominarlo fino a settanta e anche ottant’anni. Come poterle resistere?

I rabbini davano questi suggerimenti: “Dio ha creato la cattiva inclinazione ed ha creato la Toràh, la Legge, come antidoto ad essa. Se vi occuperete della Toràh non cadrete in suo potere”. “Se una tentazione spregevole vi viene incontro, trascinatela fino alla casa dove si studia la Toràh”. “Quando vi occupate della Toràh la vostra cattiva inclinazione è data in vostro potere e non voi in potere del male”.

Si sbagliavano. La Toràh è come la segnaletica: indica la direzione giusta, ma non muove la macchina. Questa ha bisogno di una forza motrice che la porti a destinazione.

Gesù non ha insegnato solo “la via”, ha comunicato il suo Spirito, la sua forza per raggiungere la meta.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Crea in noi Signore un cuore nuovo, infondi in noi il tuo Spirito santo ”.

Prima Lettura (At 8,5-8.14-17)

5 Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. 6 E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. 7 Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. 8 E vi fu grande gioia in quella città.
14 Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni.
15 Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16 non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17 Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Per cinque o sei anni dopo la morte di Gesù, la Chiesa non si diffuse al di fuori della città di Gerusalemme. Gli apostoli non avevano ancora compreso che il vangelo doveva essere annunciato in tutto il mondo. Quest’apertura universalistica fu provocata da un avvenimento drammatico: la persecuzione che si scatenò contro la giovane comunità dopo la morte di Stefano (At 8,1-4), persecuzione che non colpì indistintamente tutti i cristiani, ma solo il gruppo degli ellenisti dei quali abbiamo parlato la scorsa domenica. Gli ebrei-cristiani e gli stessi apostoli furono invece lasciati in pace; i giudei ritenevano che con loro si potesse ancora ragionare, si mostravano infatti rispettosi e fedeli alla legge di Mosè e alle tradizioni, mentre gli ellenisti costituivano un pericolo per la struttura religiosa giudaica.

I cristiani perseguitati fuggirono da Gerusalemme e si dispersero per tutte le città della Palestina, qualcuno cercò rifugio in casa di parenti o amici residenti all’estero, in Siria e in altre province dell’impero romano.

Ovunque giungevano, questi fuggiaschi annunciavano ai fratelli giudei la buona notizia della risurrezione di Cristo. Ad Antiochia qualcuno cominciò a parlare di Gesù anche ai pagani. Fu l’inizio di un’era nuova per la Chiesa che cessò di essere legata unicamente a Israele e iniziò ad aprirsi agli altri popoli, a coloro che non erano discendenti di Abramo.

La lettura di oggi racconta ciò che accadde a Filippo.

Di lui abbiamo già sentito parlare la scorsa domenica: era uno dei sette che erano stati scelti per servire i poveri, un ellenista dunque che, per non fare la fine di Stefano, si era diretto verso il nord e, giunto in Samaria, aveva cominciato a predicare il vangelo e a battezzare coloro che aderivano alla fede.

Lo Spirito accompagnava l’opera di questo primo missionario dando forza alle sue parole e confermando con segni il suo annuncio. La vita della gente di quella città cambiò radicalmente e tutti furono colmi di gioia (vv. 5-8).

La seconda parte della lettura (vv. 14-17) mette in scena gli apostoli Pietro e Giovanni che vanno a visitare i battezzati di Samaria. Questa visita nasce dalla necessità di mantenere unite alla Chiesa madre di Gerusalemme le nuove comunità che cominciano a sorgere. Al loro arrivo, i due apostoli impongono le mani ai nuovi cristiani per comunicare loro lo Spirito.

Viene da chiedersi: com’è possibile che i samaritani, battezzati da Filippo, non avessero ricevuto lo Spirito? Questo dono non è forse conferito proprio mediante il battesimo?

Certamente. I samaritani avevano ricevuto lo Spirito nel momento del battesimo. Tuttavia questa presenza divina in loro non aveva provocato quelle straordinarie manifestazioni esteriori che erano solite verificarsi nei primi tempi della Chiesa. Le richiamiamo: i battezzati cominciavano a parlare lingue diverse, a profetizzare, a essere rapiti in estasi. Subito dopo aver ricevuto l’imposizione delle mani da parte di Pietro e di Giovanni, questi fenomeni accaddero anche fra i Samaritani.

Luca riferisce questo episodio per far comprendere che le nuove comunità sorgono ovunque, spontaneamente, là dove viene annunciato il vangelo, ma esse non devono crescere, svilupparsi, vivere in modo completamente autonomo e indipendente. È necessario che stabiliscano legami di comunione con la Chiesa universale, solo allora in esse lo Spirito si manifesterà in pienezza.

Seconda Lettura (1Pt 3,15-18)

15 Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 16 con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17 È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
18 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

Dopo aver toccato il tema della schiavitù, il predicatore sente che i suoi ascoltatori hanno bisogno di una parola illuminante sulla situazione dolorosa che la comunità sta vivendo. Come un incendio è scoppiata la persecuzione che, più o meno violenta, continuerà per circa duecentocinquant’anni. I neofiti devono sapere che li attendono tempi difficili, non devono essere sorpresi, come se si trattasse di qualcosa di imprevisto, di inatteso, di strano (1 Pt 4,12). “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù – assicura infatti anche Paolo – saranno perseguitati” (2 Tm 3,12). Come si dovranno comportare i discepoli con chi li dileggia e si fa beffe della loro fede?

Anzitutto sono invitati a prendere coscienza del fatto che Cristo è vicino a loro, li accompagna, è nel loro cuore (v. 15). Non è contro di loro che si è scatenato l’odio, ma contro il Signore.

Devono essere sempre pronti a rispondere a chi chiede ragione della speranza che li anima. Da qui la necessità di fondare su basi solide, su convinzioni profonde la propria fede. È fragile, precaria, incerta quella che si regge sulle emozioni passeggere, su intimismi devozionali, su entusiasmi miracolistici. Solo quando fa riferimento alla parola di Dio essa è ferma, salda, incrollabile (Rm 10,17). Chi la possiede non ha difficoltà a darne una giustificazione e a dimostrare che essa conduce a scelte di vita serie, affidabili, sagge.

Pietro indica anche come dare le risposte ai non credenti.

Sia quando sono interrogati da privati cittadini, sia quando sono chiamati a rispondere a pubblici ufficiali, i cristiani devono evitare ogni parola offensiva, poco rispettosa, irriverente. Il loro linguaggio deve sempre essere ispirato a “dolcezza, rispetto, retta coscienza” (v. 16). La polemica, l’aggressività, la violenza verbale aiutano a prevalere in una discussione, ma non dispongono le persone ad accogliere la proposta evangelica, che è l’unico obiettivo cui il discepolo deve mirare (vv. 16-17).

Il brano si conclude ricordando l’esempio di Cristo: anch’egli ha sofferto per aver praticato la giustizia, i suoi discepoli non possono certo attendersi un destino diverso (Mt 10,25).

Vangelo (Gv 14,15-21)

15 “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.

Anche il vangelo di oggi, come quello della scorsa domenica, è tratto dal primo dei tre discorsi di addio pronunciati da Gesù durante l’ultima cena.

I discepoli hanno capito che Gesù sta per lasciarli, sono tristi e si chiedono come potranno continuare ad essergli uniti e ad amarlo se egli se ne va.

Gesù promette di non lasciarli soli, senza protezione e senza guida; dice che pregherà il Padre ed egli “invierà un altro Paraclito” che rimarrà per sempre con loro (v. 16). È la promessa del dono di quello Spirito che Gesù possiede in pienezza (Lc 4,1.14.18) e che sarà effuso sui discepoli.

Gesù chiarisce (vv. 15.17) che lo Spirito può essere accolto solo da coloro che sono in sintonia con lui, con i suoi progetti, con le sue opere di amore. Il mondo non può riceverlo.

Chi è questo mondo al quale non è destinato lo Spirito? I pagani, i lontani, chi non appartiene al gruppo dei discepoli, i membri di altre religioni?

Per mondo Gesù non intende le persone, ma quella parte del cuore dell’uomo – di ogni uomo – in cui regna la tenebra, il peccato, la morte. Là dove si celano odi, concupiscenze, passioni sregolate… lì è presente il mondo, con il suo spirito, opposto a quello di Cristo. Lo ricorda Paolo ai corinti che si lasciavano guidare dalla sapienza degli uomini: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio” (1 Cor 2,12).

Lo Spirito riceve due nomi. È chiamato Consolatore (Paraclito) e Spirito della verità. Sono le due funzioni che egli esercita nei credenti.

Consolatore non è una buona traduzione del greco parákletos. Paraclito è un termine preso dal linguaggio forense e indica colui che è chiamato accanto.

Anticamente non c’era l’istituzione degli avvocati; ogni imputato doveva difendersi da solo, cercando di portare testimoni che lo scagionassero dalle accuse. Accadeva a volte che qualcuno, pur non essendo colpevole, non riuscisse a provare la propria innocenza oppure che, pur avendo commesso il crimine, meritasse il perdono. Per costui rimaneva un’ultima speranza: che in mezzo all’assemblea ci fosse un uomo onorato da tutti per la sua integrità morale e che questa persona irreprensibile, senza pronunciare alcuna parola, si alzasse e andasse a porsi al suo al fianco. Questo gesto equivaleva ad un’assoluzione. Nessuno più avrebbe osato chiedere la condanna. Questo “difensore” era chiamato… “paraclito”, cioè, “colui che è chiamato a fianco di chi si trova in difficoltà”.

Il senso di questo primo titolo è dunque quello di protettore, soccorritore, difensore.

Gesù promette ai discepoli un altro paraclito, perché ne hanno già uno, egli stesso, come spiega Giovanni nella sua prima lettera: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un paraclito presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2,1).

Gesù è paraclito in quanto nostro avvocato presso il Padre, non perché ci difende dalla sua ira, provocata dalle nostre colpe (il Padre sta sempre dalla nostra parte, come Gesù), ma perché ci protegge contro il nostro accusatore, il nostro avversario, il peccato. Il nemico è il peccato e Gesù sa come confutarlo, come ridurlo all’impotenza.

Il secondo paraclito non ha il compito di sostituire il primo, ma di svolgere una nuova missione, infatti è inviato assieme a Gesù che “ritorna” in mezzo ai suoi (v. 18). Gesù non è andato via, ha semplicemente cambiato tipo di presenza, non più quella fisica, ma quella da Risorto. Un modo nuovo il suo di stare a fianco dei discepoli, infinitamente più reale – pur nella sua invisibilità – più duraturo, illimitato rispetto a prima.

Lo Spirito è paraclito perché viene in soccorso dei discepoli nella loro lotta contro il mondo, cioè contro le forze del male (Gv 16,7-11).

Giovanni richiama ai cristiani delle sue comunità questa verità affinché, in mezzo alle difficoltà della vita, non si scoraggino, non disperino, non perdano la serenità, la pace del cuore, la gioia. Il discepolo crede nell’assistenza dello Spirito e non teme, non si abbatte nemmeno quando deve ammettere che in lui esistono ancora tante miserie spirituali, tante debolezze, tante cattive inclinazioni. È convinto della forza del Paraclito ed è sicuro di non uscire sconfitto.

Il secondo titolo – che enuncia un’altra funzione del Paraclito – è Spirito della verità.

La sua opera a servizio della verità si esplica in vari modi.

Cominciamo dal più semplice. Tutti sappiamo cosa accade quando una notizia passa di bocca in bocca: è soggetta a deformazioni, si altera a tal punto da divenire irriconoscibile.

Il messaggio di Gesù è destinato a tutti gli uomini, deve essere predicato fino alla fine del mondo. Chi ci assicura che non si corromperà, che non subirà interpretazioni devianti? Umanamente l’impresa appare disperata, ma abbiamo la certezza che tutti potranno attingere alla sorgente pura del vangelo, perché nella Chiesa, incaricata di annunciarlo, è operante la forza dello Spirito della verità, promesso da Gesù.

Il suo servizio alla verità non si limita a questa parte che potremmo chiamare negativa. Egli non impedisce soltanto che si introducano errori nella trasmissione del messaggio di Cristo. Egli svolge un’altra funzione, positiva: introduce i discepoli nella pienezza della verità.

Ci sono verità che Gesù non ha esplicitamente trattato o che non ha sviluppato in tutti i dettagli, perché i discepoli non erano ancora in grado di capirle (Gv 16,12-15). Egli sapeva che, lungo i secoli, sarebbero sorti problemi e interrogativi nuovi. Dove si sarebbero potute trovare le risposte autentiche, conformi al suo pensiero?

Anche a questo livello Gesù promette l’intervento dello Spirito: egli è incaricato di introdurre il discepolo alla scoperta di tutta la verità. Non dirà nulla di nuovo o di contrario rispetto a lui, aiuterà a cogliere fino in fondo, fin nelle ultime conseguenze, il suo messaggio.

Da qui nasce il dovere dei cristiani di rimanere aperti agli impulsi dello Spirito che rivela sempre cose nuove. Egli è, per sua natura, colui che rinnova la faccia della terra (Sal 104,30).

 È un peccato contro lo Spirito (e molto grave! Cf. Mt 12,31) opporsi al rinnovamento, rifiutare le innovazioni che favoriscono la vita delle comunità, che avvicinano a Cristo e ai fratelli, che accrescono la gioia e la pace, che aiutano a pregare meglio, che liberano i cuori da inutili paure.

Chi rimane caparbiamente affezionato a tradizioni religiose ormai desuete e logore, chi non si impegna diligentemente nello studio della parola di Dio, chi non accetta l’aggiornamento di riti, formule, gesti liturgici, chi dà risposte vecchie a problemi nuovi, chi non accoglie con gioia le scoperte dell’esegesi biblica, tutti costoro si collocano in opposizione allo Spirito della verità.

Il termine verità ha per l’evangelista Giovanni un significato ancora più profondo: indica Dio stesso che si manifesta in Gesù. Egli è la verità (Gv 14,6) perché in lui si realizza la totale rivelazione di Dio. Menzogna è rifiutare lui, fare una scelta di vita contraria alla sua. Satana, il nemico della verità, il “padre della menzogna” (Gv 8,44), è tutto ciò che allontana da Cristo.

Lo Spirito agisce in modo opposto: introduce nella “verità”, agisce nell’intimo di ogni uomo e fa sì che, liberamente, si inclini a scegliere Cristo, aderisca alla sua proposta. È come un vento che solleva verso l’alto e porta in modo irresistibile alla salvezza.

È difficile immaginare che l’impulso di questo Spirito non riesca a introdurre ogni uomo nella verità. Perché lasciarsi anche soltanto sfiorare dal dubbio che il mondo – che è ancora presente in ognuno noi – sia più forte di quest’impulso divino alla vita?

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