Ceuta: là dove muore un sogno

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Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.

Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: « Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».

Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.

Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.

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Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.

Era il 6 maggio 2016, dieci anni fa, poco di più; papa Francesco tenne il suo celebre discorso in occasione della consegna del premio Carlo Magno, mai fino ad allora conferito a un papa, e disse di volerlo offrire per l’Europa. Molti si dissero colpiti, credenti e non, in particolare dal passaggio finale, quello sul sogno, appena citato. È andata come temeva?

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Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?

È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.

Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:

Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.

In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?

Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:

Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.

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In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:

sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».

Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:

La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».

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A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti?  «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».

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In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.

Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.

Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.

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