
Il vescovo Avraamiy, a destra, della Chiesa ortodossa ucraina, osserva la Cattedrale della Dormizione (Monastero delle Grotte) mentre è in fiamme, durante un attacco russo a Kiev (foto LaPresse)
È labile il confine tra il cosiddetto realismo e la rassegnazione. Vito Mancuso nel suo articolo dal titolo Perché serve la forza per salvare la pace (La Stampa, 22 luglio 2026, pagine 1-2) mostra di averlo oltrepassato con noncuranza.
Nel leggerlo appare evidente che la “forza” a cui si riferisce non è altro che la guerra. Così egli prende atto dello stato di guerra permanente e immagina che papa Leone gli contrapponga una vana e innocua utopia, una pace genericamente invocata ma concretamente impossibile.
Dunque, si fa un implicito invito alla rassegnazione in nome di un realismo che si limita a prendere atto della immodificabilità della realtà. Una proposta tranquillizzante e suadente tanto più apparentemente credibile perché accompagnata da una professione personale di rifiuto delle armi.
Immaginiamo che i benpensanti ne vengano fuori ristorati: “anche un teologo pubblico ci conferma ciò che credevamo: la guerra è brutta ma dobbiamo prepararci ad essa per difenderci”.
A noi appare, invece, una riproposizione ben mascherata dell’antico adagio “se vuoi la pace prepara la guerra”. E il papa? Vi è molta accondiscendenza per lui, parli pure di pace perché sappiamo che è il suo mestiere, ma alla fine sembra che le sue parole non abbiano alcuna attinenza con la realtà, perché si fondano su un concetto non sostenibile e veicolano una tesi poco convincente.
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A noi sembra che tale giudizio meriti una risposta poiché la storia non è immodificabile e che il compito della Chiesa, del papa e dei cristiani – come sosteneva il cardinale Lercaro – è la profezia, non la rassegnazione, o il chinare la testa dinnanzi a ogni potere come dominio assoluto della violenza.
Così il realismo della forza si presta facilmente a riproporre una sacralizzazione della guerra di cui alcuni hanno nostalgia. Fermandoci soltanto agli ultimi due pontefici una certa pretesa di ritorno al passato è stata da loro smentita con una quantità di scritti e azioni che non lasciano dubbi.
Il magistero pontificio è oggi avanti secoli rispetto al comune sentire di alcuni gruppi cattolici, e al pensiero di alcuni teologi fermi ancora alla teoria della guerra giusta elaborata quando ancora non vi era nemmeno la polvere da sparo – figurarsi la guerra nucleare, chimica e batteriologica!
Ma, apparentemente tramontata, la teoria della guerra giusta si camuffa con nuovi aggettivi e, dopo essere passata a guerra chirurgica, umanitaria e poi preventiva, adesso si qualifica come difensiva. È il nuovo mantra per giustificare la guerra.
Ridurre la pace disarmata e disarmante a uno slogan mostra di non voler comprendere come in quelle parole papa Leone qualifichi la pace per quello che deve essere, senza l’equivoco di chi resta erroneamente convinto della illusione che con la guerra si possa ottenere la pace. Alla forza della violenza della guerra papa Leone contrappone la forza evangelica della nonviolenza, è una forza concreta che, nella storia, ha dato già prova di efficacia e di ispirazione abbattendo ogni uso strumentale delle religioni per giustificare le guerre.
Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, scritto congiuntamente da papa Francesco e Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib nel febbraio del 2019, rappresenta il superamento di una logica aberrante che ha preteso di giustificare e benedire le guerre in nome di Dio. Quel documento segna un punto di non ritorno e per questo è stato volutamente ignorato e presto dimenticato.
Si farebbe un buon servizio di informazione se si riproponessero alcune parole di quel documento:
«Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.
Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».
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A seguire, nel 2020, nella lettera enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, il papa ribadiva che «la guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante […] la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Ma il passaggio sicuramente più significativo è nel paragrafo n. 258 dell’enciclica in cui, riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, si abbandona definitivamente la teoria della guerra giusta, proprio a causa della sua ambiguità di fondo:
«Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».
Non si può ignorare l’impegno attivo di istituzioni accademiche, movimenti, organizzazioni nazionali e internazionali, di prospettive interreligiose sull’approccio non-violento, che elaborano e prospettano soluzioni diverse ai conflitti e che puntano a smascherare come essi siano alimentati dagli interessi e dagli egoismi di pochi.
Così, nel momento in cui Dio non è più arruolabile alla causa della guerra, liberata da tutti gli aggettivi volutamente ingannevoli, allora è realistico giudicare la guerra per quello che è: distruzione, omicidio, mutilazioni, odio e ipoteca per il futuro.
Di fronte a ciò la rassegnazione non è più concepibile. Luigi Sturzo, quasi un secolo fa, nel suo La comunità internazionale e il diritto di guerra lo aveva affermato con lungimirante chiarezza. Nel passato certi istituti giuridici apparivano immodificabili: la tortura, la pena di morte, la schiavitù e sono poi miseramente crollati e nessuno oggi li riproporrebbe (anche se non mancano deplorevoli sopravvivenze). Così sarà anche per la guerra, essa potrà scomparire perché la realtà può essere trasformata. Ed aggiungeva:
«Per arrivare alla completa eliminazione della guerra occorrerebbe un altro passo audace: che un gruppo di stati, i più coraggiosi e i più civili, fossero disposti a rinunziare a tutte le guerre, a qualunque guerra, senza eccezioni o riserve e, contemporaneamente, dichiarassero di volere essere riconosciuti come stati disarmati e neutralizzati, quali ne fossero gli eventi internazionali».
Sono parole scritte da un perseguitato e da un esule in ore buie tra le due guerre mondiali, tanto più esse infondono in noi, in un tempo non meno buio, speranza e non rassegnazione.






Condivido pienamente, e senza esitazioni.
C’è una differenza abissale tra il realismo del Vangelo e il realismo della rassegnazione mascherato da lucidità politica. Il primo guarda la storia in faccia e la giudica; il secondo si inginocchia davanti ad essa e la benedice. Mancuso, con tutto il suo acume, scivola nel secondo: chiama “forza” quello che è solo l’ennesimo travestimento della guerra giusta, un abito che cambia taglio ma mai sostanza.
La vera lucidità sta altrove: nel riconoscere che la pace disarmata non è ingenuità, ma l’unica profezia che la Chiesa può ancora permettersi di pronunciare senza tradire il Vangelo. Chi arruola Dio dalla parte delle armi — anche solo giustificando “la forza che serve” — ripete lo stesso peccato che il Documento di Abu Dhabi e Fratelli Tutti hanno definitivamente smascherato: usare il sacro per addomesticare la coscienza alla guerra.
Ha ragione Sturzo, citato nel testo: nulla è immodificabile, nemmeno la guerra. La tortura e la schiavitù sembravano eterne, e sono crollate. Chi oggi si arrende al “così va il mondo” non fa storia: la subisce, e la consegna intatta a chi verrà dopo di noi.
Grazie per questo testo. È di quelli che vanno diffusi, non archiviati.
Desidero innanzitutto esprimere la mia gratitudine ad Ambrogio Bongiovanni per il saggio critico redatto in collaborazione con Sergio Tanzarella. Gli autori hanno illustrato in modo encomiabile come la questione venga affrontata sia sotto il profilo filosofico sia, nello specifico, all’interno della Tradizione della Chiesa Cattolica, nonché la sua corretta ermeneutica nel contesto contemporaneo.
Sebbene le loro esaustive spiegazioni non necessitino di ulteriori integrazioni, in qualità di teologo musulmano e in considerazione delle “realtà” odierne, desidero richiamare l’attenzione su alcuni punti fondamentali. Esaminando il primo periodo della storia dell’Islam, religione di pace, emerge chiaramente come il messaggio del Profeta sia stato costantemente fondato sulla pace stessa. Egli ha ricorso alla difesa unicamente di fronte alle aggressioni, optando tempestivamente per la pace non appena quest’ultima veniva proposta. Del resto, l’insegnamento coranico si muove precisamente in tale direzione: il versetto *«la riconciliazione è la soluzione migliore»* riassume questo principio cardine. A tal punto che, al momento del rientro a La Mecca — città da cui erano stati espulsi —, in virtù di questo principio non è stato recato alcun danno a coloro che si sono arresi, sebbene tra essi vi fossero acerrimi nemici e responsabili della morte di numerosi parenti e compagni, fatta eccezione per pochissimi criminali che avevano arrecato gravi pregiudizi alla società fomentando la discordia. Inoltre, al fine di sottolineare come la vera priorità risieda nell’emendamento dei propri limiti morali e nel costante sforzo interiore a ciò dedicato, di ritorno da una guerra difensiva il Profeta affermò: *«Siamo tornati dalla piccola lotta alla grande lotta»*, intendendo con quest’ultima il combattimento contro le inclinazioni del proprio animo.
Un’altra questione concerne le dichiarazioni del teologo e filosofo Vito Mancuso, le quali appaiono decisamente infortunate nel contesto attuale, caratterizzato da oltre un quindicennio di intensi conflitti in cui si perpetrano ingiuste perdite umane a solo beneficio del profitto dei mercanti d’armi. Non risulta eticamente condivisibile che egli si sia limitato a formulare un’interpretazione “altamente soggettiva” senza fare menzione del fatto che, al di là dello scenario ucraino, centinaia di migliaia di persone vengono ingiustamente annientate mediante tecnologie avanzate, né si sia premurato di analizzare tali “realtà”. Al contrario, ritengo si sarebbe dovuto sostenere con vigore l’operato del Papa, il cui appello — concretizzatosi nella pubblicazione di un’enciclica intesa a ricordare agli uomini la propria umanità — assume in questo preciso momento storico una rilevanza fondamentale.
Colgo infine l’occasione per ribadire quanto il contributo di Ambrogio Bongiovanni e del suo coautore costituisca un intervento quanto mai opportuno e pertinente.
Voglio solo ricordare semplicemente che Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas esamina il problema della forza, “invece di progredire, stiamo retrocedento rispetto alla svolta storica del Novecento…” (cfr putno 201), al punto 205 scrive “A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche sulla convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. E’ sempre stato così, si dice, e così sempre sarà!… Invece, ciò che è realmente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di realismo politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione ad una guerra ineluttabile e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche… . Al contrario, la pace non è una speranza ingenua nè soltanto assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”. L’enciclica ci ricorda che il “rumore della confusione ci circonda, ma il bene silenzioso cresce dalla terra” (Is 43,19). Invito tutti a continuare la lettura.
Caro Ambrogio, grazie per questa riflessione lucida, coraggiosa e profondamente evangelica. Hai saputo mostrare con grande chiarezza come il vero realismo cristiano non coincida con la rassegnazione dinanzi alla guerra, ma con la fiducia che la storia possa essere trasformata dalla forza della verità, della giustizia e della nonviolenza.
Ho apprezzato in particolare il modo in cui hai collocato il pensiero di papa Leone nel solco del magistero di papa Francesco, richiamando il Documento sulla Fratellanza Umana e Fratelli Tutti come punti di riferimento imprescindibili per una teologia della pace. La tua riflessione non si limita a criticare una logica bellicista, ma offre una visione profetica che invita i cristiani a non cedere al fatalismo, bensì a testimoniare con speranza che la pace non è un’utopia ingenua, ma una vocazione concreta dell’umanità.
Grazie per aver dato voce a questa speranza con profondità, competenza e autentico spirito ecclesiale.
L’articolo offre una riflessione di straordinaria profondità e spessore teologico, affrontando il tema della pace e del rifiuto della guerra con encomiabile vigore intellettuale. Attraverso un’analisi lucida e rigorosamente ancorata al magistero pontificio e al pensiero di Luigi Sturzo, gli autori smantellano con efficacia le derive di un presunto «realismo» che rischia di trasformarsi in rassegnazione. Ne emerge un invito potente e necessario alla profezia e alla nonviolenza attiva, capace di stimolare un dibattito etico e culturale indispensabile per il nostro tempo.
Concordo con il prof. Tanzarella e con il prof. Bongiovanni e apprezzo che abbiano riproposto alla nostra attenzione la lezione di Luigi Sturzo: dovremmo prenderla in seria considerazione tutti, anche i teologi (non solo i tuttologi).
Sturzo scriveva tra l’altro: «Non è raro dover leggere che il mondo prima del 1914 andava benissimo, e che con la prima guerra mondiale tutto è cambiato in peggio. Allo stesso modo si potrebbe affermare che il dopoguerra del 1919-39 sia stato meno angoscioso del secondo dopoguerra, vivendo oggi nell’incubo della guerra “fredda” attuale, della guerra “calda” in varie parti del mondo e in quella “caldissima” che si intravvede» (così il 31 marzo 1953, in un articolo che sarebbe apparso qualche giorno dopo, in aprile, sul quotidiano milanese L’Italia, giornale d’impostazione cattolica che nel 1968 si sarebbe fuso con L’Avvenire d’Italia per dar vita all’odierno Avvenire).
La veloce descrizione sturziana dello scenario internazionale, ancora intasato da tante rovine materiali e morali, trasmetteva – così mi pare di poter dire, immedesimandomi nel lettore di allora – il timore che il vaso di Pandora non fosse stato ancora tappato. Oppure che l’otre affidato da Eolo a Ulisse si fosse svuotato di tutti venti impetuosi, risucchiando semmai in sé la brezza leggera che avrebbe dovuto far veleggiare velocemente e serenamente il mondo verso la convivenza pacifica. Sturzo sembrava suggerire l’idea che il Novecento fosse un permanente dopoguerra interrotto mille volte da mille guerre. O, meglio, una persistente situazione conflittuale, che si aggravava non solo perché s’accendevano continuamente nuovi focolai bellici qua e là (Sturzo pensava alla guerra di Corea e pareva intravvedere già all’orizzonte il Vietnam), ma anche perché le guerre locali – così numerose da rappresentare quella che oggi papa Francesco chiama la «terza guerra mondiale a pezzi» – venivano tenute in caldo, paradossalmente, dalla guerra fredda che gelava il mondo intero con la minaccia dell’atomica.
Dieci anni prima, quando ancora imperversava la seconda guerra mondiale, Sturzo – ragionando sui motivi morali non meno che su quelli politici di quell’interminabile conflitto totale – denunciava «la formazione di una falsa coscienza generale circa la guerra», che «si presume legittima se voluta dall’autorità di uno Stato», pregiudicando così ogni autentica trattativa di pace: «[…] tanto il vincitore che il vinto credono di aver combattuto per una giusta causa, sicché né il vincitore pensa di dar ragione al vinto, né il vinto crede di aver torto, perché ha perduto la partita, e pensa di rifarsi alla prima occasione. Onde possiamo dire di avere avuto sempre delle guerre intercalate da armistizi e mai delle paci intiere e sincere, le paci che vengono da Dio e non dal mondo. Il fatto radicale è che guerre e paci sono state distaccate dalla realtà soprannaturale e concepite come “politica temporale”, come una serie di mezzi per raggiungere, mantenere ed estendere il potere proprio a danno di quello degli altri, alternando le minacce e i compromessi, la lunga preparazione e l’azione diretta, incentrando nella guerra guerreggiata tutta la politica dei prima e dei dopoguerra. È mancato in gran parte lo spirito etico-cristiano nella concezione politica; così sono fallite le paci e si sono moltiplicate le guerre».
L’attualità delle annotazioni di Sturzo è straordinaria. E tale attualità deve far pensare – lo ribadisco – anche i teologi.
Non condivido quanto espresso nell’articolo. Penso che evitare per quanto possibile la guerra sia un dovete per i cristiani, ma è ben diversa una guerra per accrescere il proprio potere da una guerra difensiva. La definizione di quest’ultima, tra l’altro, non coincide affatto con quella di “guerra giusta” (questa sì da superare!), e come qualunque teologo morale sa, le distinzioni sono essenziali in questo campo. Credo anche che la parola “profezia” sia utilizzata decisamente a sproposito, come sinonimo di “utopia” o, peggio, di “wishful thinking”. A volte la profezia utilizza anche il registro utopico, ma spesso è estremamente realista: Amos, tanto per fare un esempio, pone dei paletti etici alla guerra, ma non ne nega l’esistenza o la legittimità in quanto tale.
Quanto al magistero papale, nessun papa ha mai negato il diritto all’autodifesa, né ha richiesto il disarmo unilaterale. Nel messaggio per la giornata della pace del 1 Gennaio 2026, Papa Leone parla di diplomazia, mediazione e diritto internazionale, cioè di un percorso verso un disarmo il più esteso possibile e, in prospettiva, globale, ma non afferma che chi si difende da un aggressore compie un atto immorale. Rimane infatti la domanda ineludibile: di fronte al male che non ascolta ragioni e minaccia di travolgere le persone che amiamo, cosa fare? Mai la Chiesa ha detto, e nemmeno oggi lo dice, che la sola opzione è l’opposizione non violenta. Personalmente penso che sia una posizione molto saggia.
Chi conosce le Sacre Scritture, non ha dubbi che Dio voleva proteggere il Suo popolo fin dall’antichità, ma a patto che ubbidissero alla Sua Parola. Per questa citazione, vi invito a leggere nel Libro ispirato di secondo Cronache , cap. 20 versetto 17 , in cui Dio dice: ” NON AVETE BISOGNO DI COMBATTERE QUESTA BATTAGLIA. METTETEVI AI VOSTRI POSTI, STATE FERMI E VEDETE LA SALVEZZA DI GEOVA A VOSTRO FAVORE. O GIUDA E GERUSALEMME, NON ABBIATE PAURA E NON PROVATE TERRORE. DOMANI ANDATE CONTRO DI LORO, E GEOVA SARÀ CON VOI. ” ALLORA, in quell’occasione il Condottiero era Giosafat. Ma ai nostri giorni il Condottiero dei Veri Cristiani, è il Principe della Pace Gesù Cristo. Visto che tutte le Profezie Bibliche sono Concentrate sul Nostro Grande Salvatore Gesù Cristo, è l’unico su cui Riporre la nostra Fiducia, Stando Fermi per essere Salvati. Cordiali saluti Lucio.
Come allo stato è riconosciuto il monopolio dell’utilizzo della forza (secondo regole trasparenti di giustizia) e, in presenza dello stato, è legittimo chiedere al singolo cittadino, alle famiglie e ai gruppi sociali la rinuncia totale all’utilizzo della forza come strumento di autodifesa (il disarmo unilaterale), così sarà legittimo chiedere agli stati nazionali il disarmo unilaterale quando esisterà una comunità internazionale a cui gli stati stessi (un buon numero di essi o tutti) avranno ceduto almeno parte della loro sovranità, compresa la salvaguardia della sicurezza e della libertà. compreso il monopolio dell’utilizzo della forza.
A me pare che questa posizione sia razionale, equilibrata, giusta.
Comunque, in attesa della vittoria della sovranità sovranazionale, è responsabilità di coloro che anelano alla pace di lavorare in questa direzione, superando nazionalismi, sovranismi ed egoismi vari, in una logica di progressivo depotenziamento dei confini nazionali e delle barriere culturali tra i popoli.
E quale sarebbe l’alternativa proposta da papa Leone?
Il disarmo unilaterale?
La diplomazia, se non è sostenuta dalla forza non ha alcun valore. Papa Leone pensa che così almeno le anime delle persone massacrate a Bucha sarebbeto contente di non vedere più altri morti, anche se il proprio Paese e i propri cari fossero diventati schiavi del nuovo impero russo?
Magari JD Vance è stato un po’ grezzo, ma dovremmo ricordarci tutti che il nazismo è stato sconfitto dalla forza delle armi, e non dalle marce della pace o dalle preghiere. E se vogliamo fermare l’aggressione russa non c’è altro modo che usare le armi. Poi una preghiera non fa certo male, ma senza la forza non si può sopravvivere ad una aggressione (e non tutti sono pronti a venire martirizzati)
Sono in partenza per Odessa con il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (25-28 agosto), per cui mi è difficile non rispondere su questi temi.
Se solo una minima parte di quelli che parlano di nonviolenza provassero a recarsi sul posto e a parlare direttamente con la popolazione coinvolta da questa guerra (e dico “questa” per riaffermare il principio di realtà) e compiere una (piccola) azione nonviolenta, non saremmo 173 a partire, ma molti molti di più. In realtà, di solito ci si limita a compatire la popolazione senza parlarci, limitandosi ad argomentare in punta di filosofia.
Devo dire che Mancuso è stato attaccato anche indebitamente, cioè attribuendogli posizioni che nel suo testo non sono sostenute: una fallacia argomentativa che dispiace.
Quanto al MEAN, ha fatto sua la visione e l’esperienza di Alex Langer, sostenitore convinto dell’azione nonviolenta, che è però arrivato a invocare l’intervento militare internazionale a difesa della popolazione massacrata durante la guerra in Bosnia, allorchè lo stesso Giovanni Paolo II suppplicò ripetutamente la comunità internazionale a “disarmare l’aggressore”.
Credo che l’esperienza di questo giornalista, studioso, padre di famiglia … e soldato ucraino ci dia molto da riflettere (l’intervista completa dura un’ora ma, appunto, l’ASCOLTO è il primo ineludibile passo);
https://www.youtube.com/watch?v=S76gdUpY50M
Elisa concordo con te quando affermi che troppi parlano, parlano, parlano e nessuno FA. Indipendentemente dall’essere o non essere Cristiani (anzi).Troppi quaqquaraquà che vogliono solo esprimere una loro opinione restando al sicuro sotto le ali di chioccia Europa. Sei veramente soltanto da ammirare. Spero che col tempo non ti affievolisca.
Vi faccio tantissimi auguri a te ed ai tuoi colleghi.
D’ accordo, ma io la penso esattamente come la figlia di Gino Strada: “Anche se Putin avesse tutte le ragioni di questo mondo, per il solo fatto che è l’aggressore è passato automaticamente dalla parte del torto.” La domanda è: l’aggredito ha diritto a difendersi?
Perchè ho l’impressione che ci sia una velata critica/condanna/invito all’Ucraina di porre fine alla guerra smettendo di diffendersi?!
Su 8 miliardi di persone è facile che ci sia almeno un PREPOTENTE.
Papa Leone, per non essere utopista, dovrebbe indicare cosa fare nei confronti del prepotente.
Porgere l’alra guancia?
Se il prepotente continua cosa fare? Porgere l’altra guancia?
E se continua a fare il prepotente e le guance sono terminate, cosa si deve fare.
E se il prepotente ti occupa la casa cosa si deve fare?
E se il capo di una nazione ti occupa dei territori, cosa si deve fare?
Concedere, concedere, concedere sempre?
Ecco perché il Papa è utopistico. Somplicemente perché non sa e non dice COME ci si deve comportare in questi casi REALI.
AUSPICARE è abbastanza facile, AGIRE è difficile.
Ottimo intervento. Felice di trovare consonanza con quanto, più modestamente, ho sostenuto giorni fa su “Adista”: https://www.augustocavadi.com/2026/07/o-la-guerra-o-la-resa-perche-questa.html
Questa è una risposta accurata contro certi intellettuali cattolici (anche se a mio avviso non lo sono affatto) che sostengono la necessità della guerra. Ancora una volta Mancuso si dimostra poco originale.
Non è questione di essere o meno “originali”.
È questione di essere tealisti, non utopisti.
Cosa si fa davanti ad una aggressione violenta?
Il privato cittadino può chiamare il 112.
Ma un Paese che fa? Deve accettare di perdere la libertà?
Se 88 anni fa tutti avessero ragionato in questo modo “papale”, oggi parleremmo tutti tedesco, non ci sarebbero più ebrei, e l’Europa sarebbe un gigantesco campo di concentramento
E’ utopia anche pensare di vincere al quinto anno di guerra. Il secondo conflitto mondiale è nato subito dopo la sconfitta tedesca della prima guerra mondiale. Non basta nemmeno vincere una tappa del conflitto per evitare che riesploda più sanguinoso subito dopo. Gli uomini fanno sempre gli stessi errori, anche adesso ci si riarma contro Putin ma questi nuovi arsenali chissà da chi verranno manovrati nei prossimi anni..
Se parliamo in termini puramente realisti. Ci è lanciati nel conflitto pensando che l’economia russa sarebbe crollata velocemente, che la superiorità tecnologica occidentale avrebbe avuto la meglio, ecc. E siamo al quinto anno. Uguale in Iran andiamo, bombardiamo e poi si finisce imbottigliati.
C’è utopia da entrambe le parti della discussione, al netto delle argomentazioni etiche.
Eviterei di scomunicate chi non la pensa come lei. Abbiamo da pochissimo accettato che la Chiesa non deve per forza essere un monolite sulle questioni non definite in modo irreformabile, per favore non torniamo indietro su questo.
Stesso motivo per cui Barth si ribellò alla teologia liberale, tanto cara a Mancuso, con la sua Lettera ai Romani.