
Il vescovo Avraamiy, a destra, della Chiesa ortodossa ucraina, osserva la Cattedrale della Dormizione (Monastero delle Grotte) mentre è in fiamme, durante un attacco russo a Kiev (foto LaPresse).
È labile il confine tra il cosiddetto realismo e la rassegnazione. Vito Mancuso nel suo articolo dal titolo Perché serve la forza per salvare la pace (La Stampa, 22 luglio 2026, pagine 1-2) mostra di averlo oltrepassato con noncuranza.
Nel leggerlo appare evidente che la “forza” a cui si riferisce non è altro che la guerra. Così egli prende atto dello stato di guerra permanente e immagina che papa Leone gli contrapponga una vana e innocua utopia, una pace genericamente invocata ma concretamente impossibile.
Dunque si fa un implicito invito alla rassegnazione in nome di un realismo che si limita a prendere atto della immodificabilità della realtà. Una proposta tranquillizzante e suadente tanto più apparentemente credibile perché accompagnata da una professione personale di rifiuto delle armi.
Immaginiamo che i benpensanti ne vengano fuori ristorati: “anche un teologo pubblico ci conferma ciò che credevamo: la guerra è brutta ma dobbiamo prepararci ad essa per difenderci”.
A noi appare, invece, una riproposizione ben mascherata dell’antico adagio “se vuoi la pace prepara la guerra”. E il papa? Vi è molta accondiscendenza per lui, parli pure di pace perché sappiamo che è il suo mestiere, ma alla fine sembra che le sue parole non abbiano alcuna attinenza con la realtà perché si fondano su un concetto non sostenibile e veicolano una tesi poco convincente.
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A noi sembra che tale giudizio meriti una risposta poiché la storia non è immodificabile e che il compito della Chiesa, del papa e dei cristiani, come sosteneva il cardinale Lercaro, è la profezia non la rassegnazione, o il chinare la testa dinnanzi a ogni potere come dominio assoluto della violenza.
Così il realismo della forza si presta facilmente a riproporre una sacralizzazione della guerra di cui alcuni hanno nostalgia. Fermandoci soltanto agli ultimi due pontefici una certa pretesa di ritorno al passato è stata da loro smentita con una quantità di scritti e azioni che non lasciano dubbi.
Il magistero pontificio è oggi avanti secoli rispetto al comune sentire di alcuni gruppi cattolici, e al pensiero di alcuni teologi fermi ancora alla teoria della guerra giusta elaborata quando ancora non vi era nemmeno la polvere da sparo – figurarsi la guerra nucleare, chimica e batteriologica.
Ma, apparentemente tramontata, la teoria della guerra giusta si camuffa con nuovi aggettivi e dopo essere passata a guerra chirurgica, umanitaria e poi preventiva, adesso si qualifica come difensiva. È il nuovo mantra per giustificare la guerra.
Ridurre la pace disarmata e disarmante a uno slogan mostra di non voler comprendere come in quelle parole papa Leone qualifichi la pace per quello che deve essere, senza l’equivoco di chi resta erroneamente convinto della illusione che con la guerra si possa ottenere la pace. Alla forza della violenza della guerra papa Leone contrappone la forza evangelica della nonviolenza, è una forza concreta che nella storia ha dato già prova di efficacia e di ispirazione abbattendo ogni uso strumentale delle religioni per giustificare le guerre.
Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, scritto congiuntamente da papa Francesco e Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib nel febbraio del 2019, rappresenta il superamento di una logica aberrante che ha preteso di giustificare e benedire le guerre in nome di Dio. Quel documento segna un punto di non ritorno e per questo è stato volutamente ignorato e presto dimenticato.
Si farebbe un buon servizio di informazione se si riproponessero alcune parole di quel documento:
Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.
Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente.
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A seguire, nel 2020, nella lettera enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, il papa ribadiva che «la guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante […] la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Ma il passaggio sicuramente più significativo è nel paragrafo n. 258 dell’enciclica in cui, riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, si abbandona definitivamente la teoria della guerra giusta, proprio a causa della sua ambiguità di fondo:
Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!
Non si può ignorare l’impegno attivo di istituzioni accademiche, movimenti, organizzazioni nazionali e internazionali, di prospettive interreligiose sull’approccio non-violento, che elaborano e prospettano soluzioni diverse ai conflitti e che puntano a smascherare come essi siano alimentati dagli interessi ed egoismi di pochi.
Così, nel momento in cui Dio non è più arruolabile alla causa della guerra, liberata da tutti gli aggettivi volutamente ingannevoli, allora è realistico giudicare la guerra per quello che è: distruzione, omicidio, mutilazioni, odio e ipoteca per il futuro.
Di fronte a ciò la rassegnazione non è più concepibile. Luigi Sturzo quasi un secolo fa nel suo La comunità internazionale e il diritto di guerra lo aveva affermato con lungimirante chiarezza. Nel passato certi istituti giuridici apparivano immodificabili: la tortura, la pena di morte, la schiavitù e sono poi miseramente crollati e nessuno oggi li riproporrebbe (anche se non mancano deplorevoli sopravvivenze). Così sarà anche per la guerra, essa potrà scomparire perché la realtà può essere trasformata. Ed aggiungeva:
Per arrivare alla completa eliminazione della guerra occorrerebbe un altro passo audace: che un gruppo di stati, i più coraggiosi e i più civili, fossero disposti a rinunziare a tutte le guerre, a qualunque guerra, senza eccezioni o riserve e, contemporaneamente, dichiarassero di volere essere riconosciuti come stati disarmati e neutralizzati, quali ne fossero gli eventi internazionali.
Sono parole scritte da un perseguitato e da un esule in ore buie tra le due guerre mondiali, tanto più esse infondono in noi, in un tempo non meno buio, speranza e non rassegnazione.





