Il quarto Vangelo

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Luigino Bruni, economista focolarino docente presso l’Università Lumsa di Roma e appassionato commentatore di molti libri biblici, affronta con successo l’impresa di commentare l’impegnativo Quarto Vangelo, il Vangelo dell’aquila.

Il suo commento è sapienziale, antropologico, psicologico, non esegetico in senso tecnico. L’autore si mostra molto ben documentato, pur non indulgendo a tecnicismi o a lunghe note a piè di pagina. I suoi punti di riferimento fissi sono i commentari di R. Brown e di R. Schnackenburg. Il suo dettato è sempre avvincente, semplice ed estremamente chiaro e ordinato. Molto preziose sono, comunque, le sue analisi semantiche su alcune parole decisive.

Molto interessante, ad esempio, è l’analisi operata da Bruni circa i verbi phileo e di agapao per quanto riguarda Gv 21,15-19. Se la si accetta (e io lo faccio), cambia l’interpretazione del brano.

Agapao rimanda a «preferire», «apprezzare», «stimare». La Vulgata traduce con diligis.

Phileo esprime l’amore di amicizia, la forma più alta dell’amore.

Commenta Bruni: «Gesù prima chiede a Pietro se preferisce lui a tutto il resto (pesca, lavoro, amici), se cioè è disposto a lasciare tutto per diventare pescatore di uomini. E solo alla fine vede che Pietro risponde non solo per stima ed elezione, ma anche per amore fraterno (philia). Così verremmo a porre una diversa gerarchia tra le forme di amore, mettendo la philia sopra l’agape» (pp. 441-442).

Sono d’accordo con Bruni. Si evita così anche l’odioso confronto con gli altri apostoli («Mi ami tu più di costoro?». Già qualcuno aveva tentato di tradurre: «Mi ami tu più di tutte queste cose», potendo essere il genitivo plurale toutōn di genere sia maschile, che femminile, che neutro).

Datazione e autore/i

Circa la data di composizione, Bruni riporta la posizione di R. Schnackenburg come la più condivisa. Essa distingue tre stadi redazionali. La riportiamo per esteso.

«Alle origini del Vangelo, c’è una prima fonte orale, probabilmente in aramaico, risalente agli anni ’40-’50, quindi più o meno coeva alla formazione del materiale sinottico. Per Brown questo materiale restò sotto forma di tradizione non scritta per alcuni decenni (prova ne sono le citazioni dell’Antico Testamento in Giovanni, riportate a memoria, quindi forse raccolte mentre il testimone parlava).

  • Poi venne la prima scrittura, forse in greco, dell’evangelista vero e proprio, probabilmente il “discepolo amato” (forse il figlio di Zebedeo). Questa prima stesura potrebbe risalire, anch’essa, alla stessa fase dei Sinottici, tra il 60 e il 70.
  • Infine, c’è un redattore finale (o gruppo di redattori). Questo redattore finale si riferisce al “discepolo amato” come a un altro personaggio all’origine della testimonianza, come scritto esplicitamente nel capitolo 21, a indicare che gli scrittori degli stadi 1 e 2 sono diversi dall’ultimo (e forse erano più di uno). Che questo discepolo amato, anonimo, sia Giovanni di Zebedeo, l’apostolo, è più controverso ma possibile e forse probabile. Tertulliano, attorno al 220, afferma che due vangeli derivano da apostoli, cioè Giovanni e Matteo, mentre gli altri due (quelli di Marco e Luca) deriverebbero da discepoli di apostoli. La composizione finale da parte del redattore sarebbe datata tra il 90 e il 100, anche se non possiamo escludere che una prima edizione scritta fosse precedente di almeno dieci anni, più o meno contemporanea al Vangelo di Matteo» (pp. 14-16).
Gesù nel Vangelo di Giovanni

Bruni non offre alcun schema letterario del Vangelo di Giovanni, accettando però la grande divisione fra Vangelo dei segni (1,19–12,50) e vangelo della gloria (Gv 13,1–20,30). Commenta il testo biblico in ventun capitoli, dedicando a ciascuno di essi una ventina di pagine. Non commenta tutto il materiale (cosa impossibile) ma si ferma solo su alcuni aspetti o termini che lo hanno colpito nella meditazione e nella preghiera. Molte sono le applicazioni alle nuove formazioni religiose, alla loro leadership e ai problemi nella successione dopo la scomparsa dei fondatori. A questi problemi ha già dedicato varie pagine in altri testi.

Il Vangelo di Giovanni presenta una figura di Gesù e del suo messaggio in forma molto diversa rispetto ai Sinottici e con uno sguardo teologico più intenso e profondo. Il Figlio di Dio è la Parola incarnata che rivela il Padre e porta la conoscenza, la verità e la luce agli uomini immersi nelle tenebre.

Nel Vangelo sono raccontati solo sette «segni», accompagnati da lunghi discorsi/dialoghi/monologhi di Gesù. Non è riportata alcuna parabola. La morte in croce di Gesù è esaltazione, è già glorificazione.

Molti sono quindi gli aspetti di novità che distinguono questo Vangelo dagli altri, ma non è secondo a loro per quanto riguarda anche la fondamentale storicità degli eventi e delle parole trasmesse. La prima tradizione orale può aver ben conservato la memoria di parole di Gesù pronunciate anche fra intimi e non in pubblico.

La ricostruzione dei giorni della passione e morte di Gesù è discussa a fondo da Bruni, che mostra la sostanziale credibilità della presentazione giovannea della sua morte al venerdì pomeriggio, Parasceve/Preparazione del sabato, che, in quell’anno, era anche Pasqua.

Viene discussa a lungo anche la possibilità che Gesù abbia seguito un calendario esseno per la celebrazione della sua cena di addio/pasquale. Bruni è indeciso fra porre la morte di Gesù il 7 aprile del 30 d.C. o il 3 aprile del 33 d.C.

Tutta la trattazione di Bruni è punteggiata da avverbi e aggettivi che illustrano le ipotesi presentate, in quanto non sempre si può asserire con certezza ciò che viene riportato nel commento. L’autore riconosce onestamente che molte realtà affermate sono probabilità e non certezze.

Radicalità dell’Incarnazione, gnosi e antisemitismo

Lo studioso prende molto sul serio la radicalità dell’incarnazione della Parola. La Parola incarnata ha assunto tutte le realtà di questo mondo e le ha riscattate. A Bruni piace sottolineare la positività del creato, dell’uomo, della donna, della sessualità. Gesù è venuto per portare gioia e vita, non per compiere un’espiazione! Ha voluto portare un regno «in terra», che non è una «valle di lacrime». Certo, il Vangelo di Giovanni è punteggiato continuamente da prospettive dualistiche: vita/morte; luce/tenebre; cielo/terra; lassù/quaggiù; fede/incredulità; vedere/non vedere, ecc.

Vedere e conoscere è importante, ma non porta automaticamente la salvezza, che dipende dalla fede. Nel Vangelo si trovano striature di gnosi che dispiacciono molto a Bruni, e che egli attribuisce al secondo stadio della composizione giovannea, quando la gnosi pervadeva gli ambienti coevi e tentava di infiltrarsi anche nella comunità cristiana. La salvezza deriverebbe per la gnosi dalla conoscenza.

Varie pagine di Bruni sono dedicate a commentare il «mondo» giovanneo. Da parte nostra. vorremmo che fosse stato più chiaro.

Ci sono tre «mondi» in Giovanni: Mondo1 = creato; Mondo2 = umanità; Mondo3 = insieme delle forze negative e malvage che si oppongono a Gesù, al suo operato e alla sua predicazione.

Il lettore di Giovanni deve aver ben chiare queste tre categorie di «mondo». Si capisce così che Gesù non può pregare per il mondo3…

Anche la terminologia riguardante «i Giudei» va accostata con prudenza, come annota giustamente l’autore. Non si tratta dell’intero popolo giudaico di allora o di adesso, ma delle forze religiose elitarie del popolo che si opponevano a Gesù, alla sua «pretesa» – invero difficile da accettare su due piedi – di essere figlio di Dio, Dio stesso.

Occorre essere attenti a non cadere nell’antisemitismo, che, secondo alcuni, avrebbe alcune sue radici proprio nel Vangelo di Giovanni.

Il commento di Bruni sulla presenza o meno dell’antisemitismo in Giovanni è severo, come annoteremo sotto.

Nei dialoghi con i Giudei sono sempre presenti gli equivoci, che comunque servono didatticamente bene a Giovanni per arricchire la sua visione di Gesù, la sua cristologia. Il Padre è il protagonista, e l’identità di Gesù si svela in relazione a questo rapporto speciale e unico con l’Abba.

Molto dura è la valutazione compiuta da Bruni sull’antisemitismo dalle possibili radici giovannee e da non imputare a Gesù. «Vantarsi di un rapporto filiale e unico con YWHW (corrige: YHWH) e chiedere la fede in quella sua figliolanza inedita erano operazioni per le quali, in quel contesto religioso, non esistevano le categorie. Un’idea di divinità e di Dio totalmente nuova, senza precedenti. Neppure i profeti avevano affermato né avrebbero mai potuto affermare qualcosa del genere, nemmeno il Messia lo avrebbe potuto fare – il messianismo che gli evangelisti attribuiscono a Gesù è diverso da quello giudaico.

Non dobbiamo, allora, seguire troppo Giovanni nella sua polemica antigiudaica, che ha accompagnato per duemila anni la Chiesa, perché le colpe che l’evangelista (e lui più dei Sinottici) attribuisce ai Giudei sono soprattutto frutto della polemica storica fra cristiani ed ebrei della fine del I secolo, quando i cristiani furono cacciati dalle sinagoghe. Quell’antisemitismo è contingente e redazionale, non è l’essenza del cristianesimo; ma una visione sacrale dei Vangeli, in cui non era ammessa nessuna critica delle fonti, durata nel mondo cattolico almeno fino al Vaticano II, ha impedito di distinguere tra Giovanni e Gesù, e ha alimentato discriminazioni e letture razziste del Nuovo Testamento» (pp. 188-189).

Sempre a proposito di Gv 8,20-59, Bruni annota: «Il Vangelo di Giovanni vuole segnare infatti la rottura definitiva con il mondo giudeo, l’uscita dei cristiani da quel limbo nel quel erano rimasti per circa mezzo secolo, quando avevano cercato una mediazione tra antico e nuovo testimoniata dai Sinottici. Una rottura che poi sarà attenuata e risemantizzata dalle Chiese del II secolo e da quelle successive. In quella fase, testimoniata da Giovanni, siamo invece di fronte a un aut aut, che in questo capitolo assume toni molto duri e a tratti violenti, da entrambe le parti» (p. 195).

Giovanni Battista, essenismo e sponsalità

Bruni ipotizza che Gesù possa aver vissuto per un periodo iniziale della sua vita assieme a Giovanni Battista e aver frequentato anche la comunità degli esseni. Ciò spiegherebbe più facilmente l’episodio dell’uomo che porta la brocca d’acqua per preparare la Pasqua il martedì sera (cf. Mc 14,13; a Gerusalemme esisteva un quartiere esseno, situato a sud-ovest della città, presso la Porta del letame; le feste degli esseni cadevano sempre di mercoledì).

Per quanto riguarda il sandalo a cui accenna il Battista in 3,22-30, io sarei propenso a leggerlo in chiave sponsale, tenendo presente il racconto di Rut. Giovanni è l’amico dello sposo, che nega la volontà di arrogarsi il diritto di togliere il sandalo al legittimo sposo.

L’età dello Spirito, l’acqua e la laicità

Commentando l’adorazione nello Spirito e verità di Gv 4 – nel dialogo di Gesù con la Samaritana – Bruni afferma in modo emblematico del suo pensiero, commentando la visione del nuovo tempio in Ezechiele 47,1-6: «L’esilio fu un’immensa “distruzione creatrice” della fede biblica. Ridotti piccoli e poveri, azzerato dalla sconfitta teologica e politica più grande, in quegli esiliati e deportati si compì, nel dolore, qualcosa di straordinario che segnò l’inizio di una nuova era religiosa per la Bibbia e per tutti: l’età dello Spirito, del Dio presente in ogni luogo e da nessuna parte; quindi epoca della laicità vera, della religione della terra e al servizio della libertà e della felicità degli uomini. Non c’è esperienza matura della fede se un giorno non si comprende che la religione, la spiritualità e la fede sono mezzi al servizio degli uomini, non strumenti per servire Dio; l’esperienza della fede immagina Dio al servizio degli uomini, non donne e uomini al servizio di Dio […]. Il tempio diventa sorgente e poi fiume.

Una sintesi meravigliosa dell’umanesimo biblico. L’acqua dello spirito feconda la terra, non è donata per lavare gli scolatoi del sangue dei sacrifici sotto l’altare del tempio. Non solo la Legge (Paolo) ma anche il tempio è un “pedagogo” (Gal 3,24-25), un aiuto dell’infanzia religiosa che un giorno adulto deve mettersi da parte per far posto al contatto immediato con l’acqua viva. La piazza sarà il nuovo nome del tempio. Qui, alla fine del suo libro, il giovane sacerdote Ezechiele muore e risorge profeta immenso» (pp. 107-108).

L’espiazione e il sabato

Contro la teologia dell’espiazione Bruni è spietato: «Nel Vangelo non c’è alcun solido fondamento spirituale e religioso di una teologia dell’espiazione, nessun appiglio per educare a una pietà che vede il dolore uno come moneta gradita a Dio, nessun incoraggiamento a fare della propria vita un sacrificio come lode a Dio – quale Dio? Che idea di Dio abbiamo per immaginarlo come una divinità che gradisce il dolore dei suoi figli? Solo gli idoli sono assetati di sangue umano. Tutte queste cose le hanno inventate, magari in buona fede, i cristiani, i cattolici, soprattutto i dottori e i teologi (mai i poveri, mai le vittime, mai i malati, mai coloro che le croci le portavano davvero) che non sono mai usciti davvero dalle varie versioni del pelagianesimo, e dal bisogno di comprarsi almeno qualche azione e bond della propria salvezza nel mercato del sacro. Ma il vangelo ci ripete, ogni giorno. “Non nel mio nome”» (pp. 129-130).

Bruni ricorda le azioni sovversive compiute da Gesù in giorno di sabato. Egli le giustifica in nome del sabato visto come giorno di gioia e di liberazione.

Sarebbe stato opportuno ricordare le due motivazioni bibliche alla radice dell’istituzione di questa festività.

Una radice è quella genesiaca, perché l’uomo possa godere di essere immagine di Dio (Es 20,10-11; cf. Gen 2,3). L’altra, quella esodica, stabilisce il sabato come giorno in cui festeggiare la liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana (cf. Dt 5,12-15). Gesù vuol far vivere il sabato proprio secondo queste due motivazioni, portando così a compimento la legge circa la festa e l’intento originale di Dio nell’istituirla.

Pane solidale e acqua viva

Commentando l’episodio della moltiplicazione/suddivisione del pane e dei pesci Bruni commenta: «Il regno di Gesù è un regno di pane moltiplicato, di vino nuovo donato, di malati guariti, di paralitici che camminano, di morti risuscitati, di affamati che finalmente mangiano. È un regno di quaggiù, non di lassù, giova ripeterlo, visto che lo abbiamo dimenticato troppe volte, quasi sempre; quindi sa di terra, pur chiamandosi regno “dei cieli”, perché il Dio di Gesù non è quello dei morti (come spesso lo abbiamo ridotto nei secoli) ma quello dei vivi, il regno della vita piena qui “sotto il sole”» (p. 139).

Circa Gv 7,38 sull’acqua viva che sgorga (da Gesù? dall’uomo?), Bruni commenta: «Tra le due interpretazioni, entrambe possibili, preferisco quella antropologica, perché dà dignità a ogni persona, a ogni cristiano che ha la capacità di dissetare e inondare di vita il mondo. Una lettura che democratizza l’acqua viva, e fa della Chiesa intera una grande sorgente zampillante da mille fontane. È comunque evidente che le due letture sono interconnesse, e che la seconda dipende, logicamente, dalla prima: per Giovanni i cristiani possono dissetare gli altri perché sono alimentati da un’acqua diversa che non si estingue estinguendo la sete ma si moltiplica donandola» (p. 174).

Fede e metanoia

La fede che Gesù chiede – annota Bruni – «non è la stessa dei suoi oppositori giudei, pur restando paradossalmente la medesima – per Giovanni la fede è essenzialmente fede in Gesù, il figlio unigenito del Padre. Va sottolineato un elemento fondamentale e spesso frainteso: questa fede non va intesa come una nuova opera. Perché, se credere in Gesù o convertirsi al suo nome fosse il prezzo da pagare per ottenere la salvezza, saremmo sempre dentro la stessa logica che i Vangeli vogliono superare […] La fede non va acquistata per salvarsi, la fede è semplicemente grazia, sine merito, è metanoia, non faticosa ascesi (la fatica servirà dopo, per mantenerla). La conversione non è un prezzo, è un dono gratuito. E la metanoia non è un’opera, nel senso Paolino, ma grazia» (p. 196).

Commentando la guarigione del cieco nato (cf. Gv 9), Bruni prosegue con tono critico: «La teologia commerciale e retributiva continua a restare operativa ancora oggi, soprattutto in ambito cattolico, dove, insieme al pelagianesimo (di cui è il duale, e che oggi ha assunto la veste secolare della meritocrazia), è stata rafforzata durante i secoli teologicamente bui della Controriforma. Basta guardare oggi le pratiche cattoliche, la pietà popolare, le indulgenze plenarie, le porte sante e le perdonanze, e ci accorgiamo che siamo ancora immersi in questo mondo arcaico retributivo – nonostante il povero Gesù, che ha fallito anche su questo fronte» (p. 205).

«La fede in Gesù non è l’adesione a dogmi di una religione – prosegue l’autore –, ma è un dispositivo anti-ideologico che vale nei confronti di ogni tentativo di trasformare le fedi in religioni, perché la metanoia è un modo di stare al mondo, uno stile di vita e un’interpretazione dell’esistenza, è uno sguardo su di Dio, sulla spiritualità e sulla vita che, in quanto vero e vitale, cambia ogni giorno, non è uno status fermo e monistico nel quale si è entrati una volta per tutte. Il Regno è una tenda mobile, la terra promessa è una zona di confine, è una striscia di terra, magari devastata dai bombardamenti» (p. 209).

La leadership della schiena e l’anello debole

Bruni è molto attento al tema della leadership e, a proposito del pastore «bello» di Gv 10, afferma che nella Chiesa vige la legge dell’anello debole. E una legge alternativa a quella vigente nel mondo odierno. Il pastore vero è quello che è attento alle fasce più deboli della vita ecclesiale, perché la catena della comunione si rompe perché si rompe l’anello debole…

Il pastore «bello» pone la sua vita a servizio del gregge, dà la vita per le pecore. Una metafora-carne, come tutta la Bibbia. «Abbiamo dunque a che fare ancora con il lavoro – annota l’economista-biblista Bruni –, ancora con la bella laicità della Bibbia e con il valore altissimo che i Vangeli attribuiscono al lavorare e ai lavoratori, incluso il lavoro non stimato e considerato da molti impuro, quello dei pastori, che, nella natività di Luca, svolgono la funzione umile parallela a quella regale dei magi in Matteo» (p. 216). È guardando ai pastori che si impara Dio…

L’homo sapiens, un animale capace di risurrezione

Gv 11 è uno sguardo dentro la realtà più cruda, quella della morte, la morte dell’amico. L’homo sapiens – afferma l’autore – si rivela un animale capace di risurrezione. Gesù è risurrezione e vita. «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno», afferma Gesù prima della rivivificazione di Lazzaro.

«Qui è delineato un pilastro del kerygma – annota Bruni –, un cromosoma essenziale delle fede cristiana che Giovanni vuole, con tutti i suoi mezzi, annunciare e ribadire alle sue comunità. La morte non è l’ultima parola sulla vita, l’ultima parola sulla vita è la vita, una vita diversa, ma sempre vita che passa dalla persona di Gesù» (p. 242).

Il profumo e gli osanna

L’autore prosegue nel suo commento a Gv 12, accostando il profumo e l’osanna. Egli annota lo stridio tra lo spreco e l’economia della salvezza. Si evidenzia ancora nella folla la fragile fede nei miracoli, ma anche la bella frase: «Vogliamo vedere Gesù», detta dai pagani greci in pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua.

La splendida risposta di Gesù, con l’esempio del seme caduto in terra per marcire e fare frutto, è «un’ottima conclusione e sintesi dei capitoli 11 e 12, dei quali riprende i temi principali, con qualche nuovo elemento.

Il miracolo di Lazzaro ha aperto il nuovo ciclo di esplicita e forte ostilità verso Gesù e i suoi che porterà alla sua ora. Gesù sta annunciando la salvezza universale che arriva anche ai gentili, a quei gentili (Greci) che ora si avvicinano a Gesù per “vederlo” (“vedere in Giovanni è verbo che non coinvolge solo gli occhi”)» (p. 263).

Facendo un bilancio della sua missione, Gesù annoterà che un «resto» rimane, e non è un club per aristocratici.

Il linguaggio credibile dei piedi e l’età dello Spirito

Con il c. 13 inizia il Vangelo della gloria (Gv 13–20), con il linguaggio credibile dei piedi, la questione seria dei calendari (in queste pagine si trova una lunga analisi sulla distribuzione degli eventi nei giorni decisivi della cena/passione/morte di Gesù). Trova spazio la figura del discepolo prediletto, la bella meditazione sul fatto che «l’amore è amare ed essere amato» (Chiara Lubich).

Con i discorsi di addio inizia di fatto l’età dello Spirito. Non bisogna temere, ci sarà il dono del goèl, l’altro paracletos. E Gesù darà la sua pace. Lo shalom vero.

Reciprocità come comandamento. Felicità e gioia

Nel c. 15 si evidenzia che la reciprocità diventa un comandamento (il mashal della vigna). La fraternità è più dell’amicizia, che non è la nota dominante del Vangelo, neanche di quello di Giovanni, dove pure occupa un bel posto. «Non c’è bisogno di essere amici per essere il prossimo del vangelo» ricorda Bruni (p. 317).

L’autore ricorda che anche il mondo è figlio. Rimando qui a quanto ho ricordato sopra circa i tre «mondi» di Giovanni.

La felicità è troppo poco, Gesù vuol dare la gioia, quella vera, e piena.

Prima di morire e risorgere Gesù prega il Padre che tutti siano una cosa sola. Bruni scrive qui pagine molto dense sull’unità e sulla comunione, realtà da lui vissute quotidianamente nel movimento dei Focolari.

Scrive Bruni, citando una pagina del biblista G. Rossé, suo mentore nella ricerca biblica: «L’evangelista è coerente nell’uso della formula dell’immanenza reciproca: essa non viene mai applicata direttamente all’unità dei credenti (per esempio, “io nel fratello e il fratello in me”), né alla relazione immediata tra i credenti e il Padre. Cristo resta sempre il mediatore: è in Lui che si realizza l’unità dei fratelli e il loro inserimento nella Comunione divina. Ciò che Gesù chiede direttamente ai discepoli è l’amore reciproco» (p. 355).

Pecora mansueta ma piena di dignità. Felix culpa?

Chiudono il commentario le pagine dedicate alla morte di Gesù, come pecora mansueta e piena di dignità. La condanna a morte deriva da un concorso di colpa tra Pilato e l’élite giudaica, anche se materialmente a uccidere Gesù sono stati i romani.

Caifa profetizza inconsapevolmente che la morte di uno solo salverà il popolo e il tempio dalla distruzione ad opera dei romani (ironia drammatica giovannea!). È opererà anche la riunione di tutti i figli di Dio dispersi, commenta l’evangelista.

Sotto la croce c’è il rientro in scena della madre, Maria, dopo il c. 2 delle nozze di Cana. Torna anche Nicodemo del c. 3 («Questo fariseo è un dono esclusivo del quarto vangelo», p. 406). Si narrano le manifestazioni pasquali di Gesù a Gerusalemme e in Galilea. Sotto la croce nasce la Chiesa, affidata a Maria.

La vera fedeltà è all’inatteso

Bruni ha pagine intense sulla risurrezione nel vangelo. La vera fedeltà è all’inatteso. A Maria di Magdala si rivela il Dio sempre absconditus. «C’era una sola voce» (p. 420).

Non manca lo spazio anche per l’elogio dell’incredulità evangelica, con Tommaso. «L’incredulità e il dubbio sono componenti della fede cristiana. Non sono il suo opposto» (p. 428-429).

Epilogo

Nel c. 21 siamo di fronte alla seconda finale del Vangelo, aggiunta dall’ultimo redattore, forse per riequilibrare le cose. C’è un Dio che continua a nascondersi. Insieme alla riabilitazione di Pietro, c’è una riflessione sulla permanenza del discepolo diletto.

A proposito dell’ultima apparizione post-pasquale di Gesù – Giovanni annota che è la terza, trascurando nel conto quella a Maria Maddalena – Bruni annota che anche Luca parla dell’apparizione a Simone (Lc 24,34).

«I Sinottici narrano, poi, alcuni episodi nei quali Pietro è protagonista e che hanno i tratti di una possibile apparizione post-pasquale trasferita, per ragioni teologiche, nella fase pre-pasquale della vita di Gesù – scrive l’autore –. Quello più importante, e di evidente vicinanza con il racconto giovanneo della pesca miracolosa, si trova in Luca nella chiamata di Pietro e dei primi apostoli. La pesca miracolosa di Luca potrebbe aver fatto parte di una primitiva storia di un’apparizione post-pasquale a Pietro, il che deporrebbe a favore di una maggiore antichità del racconto di Giovanni. Questa potrebbe essere la risultante della fusione tra un’apparizione post-pasquale a Pietro durante una scena di pesca e la prima chiamata degli apostoli, avvenuta anch’essa durante una pesca. A questa tradizione è stato poi aggiunto l’elemento del pasto, che troviamo ancora anche in Luca (Emmaus). Non sarebbe allora illogico – annota Bruni – pensare che Gesù sia apparso a Pietro in Galilea, quando era tornato, deluso, a fare il mestiere di prima. Il contesto post-pasquale spiegherebbe perché Pietro si dichiara “peccatore” e “indegno”, con un chiaro riferimento al rinnegamento, che prepara il dialogo sull’amore e sulle pecore che segue subito dopo» (pp. 438-439).

Sull’«Amore, uno e molti» (p. 437) – sul quale si chiude il quarto vangelo – abbiamo scritto all’inizio di queste note parlando dell’analisi compiuta da Bruni circa i verbi phileo e agapao.

Il volume di Luigino Bruni si presenta come un commento al Vangelo giovanneo davvero pregevole, gustoso, ricco di spunti meditativi e di sapienza biblica e umana positiva, «incarnata».

  • LUIGINO BRUNI, Il quarto Vangelo. Una rilettura di Giovanni (Spiritualità del quotidiano), Paoline Editoriale Libri, Milano 2026, pp. 448, € 26,00, ISBN 9788831558785
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