Brasile: Campagna della fraternità

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fraternità

Foto di Raphael Nogueira su Unsplash.

Una prima lettura del testo base della Campagna della Fraternità 2024 della Chiesa brasiliana mi ha lasciato stranamente confuso e preoccupato. Il documento, dichiaratamente ispirato all’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, mi è sembrato lontano dalla semplicità e dalla chiarezza pastorale del documento papale.

La prima sorpresa è costituita dall’approccio filosofico-teologico all’espressione «amicizia sociale», quando l’enciclica non propone una riflessione su un concetto, ma, al contrario, presenta la pratica amorosa dell’amicizia politica nella biografia di san Francesco d’Assisi. Nell’enciclica è in primo piano la testimonianza dell’amore misericordioso di Gesù, che non ha bisogno dell’avallo di Omero, Socrate, Platone, Aristotele e Tommaso d’Aquino, in alternativa alle filosofie di Hobbes e Schmitt.

L’enciclica è incorniciata dalla memoria di San Francesco d’Assisi, «e anche di altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, Mahatma Mohandas Gandhi e molti altri. Ma vorrei concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, che, partendo dalla sua intensa esperienza di Dio, ha intrapreso un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti.

Mi riferisco al beato Charles de Foucauld. Il suo ideale di donazione totale a Dio lo portava a identificarsi con gli ultimi, i più abbandonati nell’interno del deserto africano. In quel contesto affiorava il suo desiderio di sentire ogni essere umano come un fratello o una sorella, e chiedeva a un amico: “Chiedi a Dio che io possa essere veramente il fratello di tutti”. Insomma, voleva essere “il fratello universale”. Ma fu solo identificandosi con il più piccolo che divenne fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ciascuno di noi. Amen» (n. 286-287).

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Non concetti, ma testimoni, martiri, ispirano la spiritualità di papa Francesco. Sono tutte figure martiriali, in cui la Croce vittoriosa di Gesù si manifesta in piccoli gesti di portata universale e in biografie segnate dalla sconfitta. Figure in cui l’interiorità più intima e nascosta si traduce immediatamente in universalità, in cui l’amicizia con l’essere umano coincide con l’amicizia con Dio.

Ciò che, dunque, inizialmente, mi ha colpito è stata l’impressione che gli autori del testo base privilegino un approccio epistemologico, che si rivela piuttosto irrilevante rispetto alla luce che la Parola di Dio ci offre per testimoniare la fraternità nei cammini concreti della storia.

Nel numero 18 del Testo base, ho trovato una considerazione che mi ha lasciato assai perplesso: papa Francesco starebbe «unendo i concetti di amicizia e società, riprendendo l’amicizia sociale aristotelico-tomista». Ho cercato questa eredità filosofica nell’enciclica, ma non l’ho trovata, se non nella mera menzione dell’amicizia sociale, il cui merito tomistico non è però testimoniato neppure da una nota a piè di pagina e non ne ricordo citazioni nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Sembra essere un vago ricordo del papa, che i commentatori si sono affrettati a caratterizzare come una citazione tomista.

Un’altra riflessione mi è venuta in mente a fronte di un’omissione che considero inspiegabile da parte degli autori. Infatti, la citazione di Genesi, 4,1-9, «dov’è Abele tuo fratello?», ricordata anche da papa Francesco, sostituisce la lunga citazione del testo e dell’esegesi della parabola del Buon Samaritano, in Luca 10,25-37. Questa Parola è così centrale per la comprensione dell’enciclica che occupa tutto il secondo capitolo, paragrafi da 56 a 86.

Il primo impatto ha generato una domanda un po’ controversa, che mi ha inquietato: ignorare l’importanza del Buon Samaritano nell’enciclica e ignorare la sua centralità nella profezia di questo pontificato è un modo per prendere le distanze dallo stile e dalla prassi pastorale di papa Francesco?

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L’invenzione di una tradizione aristotelico-tomistica, come gli autori sembrano suggerire, vuole sostituire la profezia di Francesco, che pone le vittime della violenza, dell’ingiustizia e della disuguaglianza come protagoniste, interlocutori prioritari, amici privilegiati dei seguaci di Gesù?

In un secondo momento, ho messo da parte questa interpretazione, tendenzialmente polemica. Dopo una ulteriore lettura, mi sono reso conto che, forse più semplicemente, l’analisi delle congiunture mondiali e nazionali degli autori del testo di base omette una riflessione sulle teologie sottostanti ed esplicite sulla guerra mondiale a pezzi e, soprattutto, sulla polarizzazione tra la nuova destra e la “sinistra” nella società brasiliana, che non è solo nostra, ma è pericolosamente presente e attiva in tutte le società occidentali.

La guerra mondiale e la crescita del “fascismo” non sarebbero per me semplicemente dati del lungo elenco di mali della storia umana da salvare attraverso percorsi di fraternità, ma sarebbero, inseparabilmente, elementi chiave, più di carattere teologico e meno economico, che motivano e mobilitano le soggettività nella gravissima crisi che stiamo vivendo.

È qualcosa che caratterizza le soggettività in un conflitto che vede da una parte i nostalgici dei tempi ordinati e armoniosi della cristianità europea, coloniale, panrussa, forse inconsapevoli alleati dei difensori musulmani delle teocrazie e del jihad con gli eserciti di coloro che difendono i valori tradizionali – Dio, Patria, Famiglia – per affermare un Cristo guerriero e armato contro l’Anticristo della modernità con le sue novità corrotte e perverse.  con la sua moltiplicazione dei generi e il decadimento della famiglia.

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Dall’altra parte, rispetto a queste posizioni regressive, c’è la maggioranza assoluta degli esseri umani, che si sentono costitutivamente occidentali e accettano acriticamente tutti i comandamenti di una civiltà in crisi ecologica e politica. Da quest’altra parte c’è anche chi critica, denuncia e combatte le ingiustizie, le violenze e le disuguaglianze del sistema.

Altri attori sono ciò che resta dei partiti e delle organizzazioni di sinistra, perduti in illusorie strategie governative di contenimento dell’estrema destra o in sterili e inconsistenti manovre di pseudo-opposizione: una sinistra che ha perso, da molti decenni, il suo potenziale anti-sistemico.

Non possiamo dimenticare una minoranza importante, che di fronte alla dichiarazione di guerra all’Occidente di Putin-Kirill, insieme a Cina, Corea del Nord, Iran, Hamas e Hezbollah, come di fronte al neofascismo delle società occidentali, non ignora la crisi di civiltà che stiamo attraversando, ma dell’Occidente salva e protegge, almeno, il fragile e ampiamente incompleto sistema democratico, minacciato dalla prassi autoritaria e dittatoriale dei tradizionalisti esterni e interni.

Di questa fa parte anche un resto di cristiani, insieme a papa Francesco, che hanno rinunciato al loro ruolo di censori e giustizieri del comportamento umano e, nell’impasse tra fedeltà alla morale magisteriale e la fraternità, mettono a tacere la dottrina e accolgono le persone, senza giudicare, scommettendo che la misericordia, spogliata di ogni presunzione, povera e disarmata, è l’unico rimedio.

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C’è un conflitto, ci sono nemici, e dimenticare la centralità di questo conflitto del nostro tempo significa ignorare l’unico vero pericolo, la sfida che può impedire, nonostante il nostro desiderio, qualsiasi cammino di fraternità e decretare la nostra vera sconfitta. È necessario riconoscere e affrontare il nemico che non vuole dialogare ed è pronto solo ad eliminarci.

Insomma, viviamo in un mondo in guerra, in cui non possiamo ignorare che ci sono nemici mortali, un tempo in cui dobbiamo accettare e affrontare il combattimento.

In effetti, trovo molte parole del Nuovo Testamento in cui si parla di guerra e di “spada”:

«Nella sua mano destra aveva sette stelle, dalla sua bocca usciva una spada affilata a due tagli, e il suo volto era come il sole nel suo fulgido splendore. Quando lo vidi, caddi come morto ai suoi piedi, ma egli pose la mano destra su di me e disse: “Non temere. Io sono il Primo e l’Ultimo”» (Apocalisse 1,12-17).
«Gli eserciti del cielo lo accompagnano, montati su cavalli bianchi, in vesti di puro lino bianco. Dalla sua bocca esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente» (Apocalisse 19,14-15).
«Prendete, infine, l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio» (Efesini 6, 17).

L’unica arma con cui è lecito marciare verso la guerra, dunque, è la Parola, ed è la Parola stessa che porta la guerra dove regna la pace. Una Parola che ha lo scopo di destabilizzare lo status quo: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto a portare la divisione tra il figlio e il padre, tra la figlia e la madre, tra la nuora e la suocera, e i nemici di un uomo saranno le persone della sua stessa casa» (Matteo 19,34-36).

E non è una Parola che si limiti ad accettare l’ineluttabilità del conflitto, ma una Parola che lo inaugura e lo alimenta con radicalità: un’arma a doppio taglio, perché ci troviamo di fronte a una duplice battaglia sui campi della storia e della Chiesa. Senza dimenticare la battaglia che si combatte nell’interiorità di ogni discepolo.

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In questi giorni, mi interpella una citazione di papa Francesco nella Laudate Deum. Sorprende l’intenzione del papa che, con Soloviev, ci parla di un mistero, che le persone razionali e assennate normalmente evitano, perché è un tema scelto dai fanatici e dagli squilibrati. Ma si parla in modo inequivocabile della fine del mondo – o della fine di un mondo – e dell’Anticristo: «Dobbiamo tutti ripensare la questione del potere umano, il suo significato e i suoi limiti. In effetti, il nostro potere è aumentato freneticamente in pochi decenni.

Abbiamo fatto progressi tecnologici impressionanti e sorprendenti, senza renderci conto, allo stesso tempo, che siamo diventati altamente pericolosi, capaci di mettere in pericolo la vita di molti esseri e la nostra stessa sopravvivenza. Lo si può ripetere oggi, con l’ironia di Soloviev: “Un secolo così avanzato che ha avuto la fortuna di essere l’ultimo“. Ci vuole lucidità e onestà per riconoscere in tempo che il nostro potere e il progresso che abbiamo generato si stanno rivoltando contro di noi».[1]

Il mio amico Marcello Tarì mi ha invitato a notare che nella Veglia di preghiera ecumenica in occasione dell’apertura del Sinodo, il 30 settembre 2023,  Francesco ha parlato due volte nella sua omelia della moltitudine dell’Apocalisse: «Come la grande moltitudine dell’Apocalisse, noi siamo qui, fratelli e sorelle di tutte le nazioni,  tribù, popoli e lingue (Ap 7,9), provenienti da comunità e paesi diversi, figlie e figli dello stesso Padre, animati dallo Spirito ricevuto nel Battesimo, chiamati alla stessa speranza (cfr. Ef 4,4-5)»; e «Come la grande folla dell’Apocalisse, preghiamo in silenzio, ascoltando un grande ‘silenzio’ (Ap 8,1).

E il silenzio è importante, è forte: può esprimere un dolore indescrivibile di fronte alle disgrazie, ma anche, nei momenti di gioia, una gioia che trascende le parole. Per questo motivo, vorrei riflettere brevemente con voi sulla sua importanza nella vita del credente, nella vita della Chiesa e nel cammino dell’unità dei cristiani».

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Mi chiedo, allora, perché il papa si sia servito di quell’immagine, rafforzandola anche con la citazione del grande silenzio che si impone dopo l’apertura del settimo sigillo (Ap 8,1).

Allertati dai fanatismi ricorrenti, che scandiscono e rimarcano le date della fine del mondo, temiamo di essere presi per pazzi se sventoliamo il tema della fine, ma è innegabile che stiamo vivendo, tra prese di coscienza e rimozioni, tempi minacciosi. Non è quindi così medievale e millenario ipotizzare la fine di un mondo quando siamo sull’orlo di una guerra globale e in tempi in cui la vita stessa sulla Terra è minacciata di estinzione.

Ecco perché sto leggendo I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Soloviev e un piccolo libro di Emanuel Mounier, La paura nel XX secoloVerso un tempo di apocalisse, in cui, nel 1948, il filosofo riflette sui terribili eventi delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, dopo una guerra mondiale e i deliri sanguinosi e genocidi del nazifascismo, meditando sulla testimonianza dell’essere umano che affronta quell’Apocalisse.

Marcello Tarì commenta: «il discorso di Mounier rivela che, già in quel tempo lui lucidamente vedeva che la paura e l’angoscia, degradandosi, producono da un lato la grande paura diffusa e, dall’altro, quella che egli chiama la passione terrorista, saldandosi le due in un nichilismo compiuto».

«Il pericolo, la preoccupazione sono il nostro destino. Nulla ci lascia prevedere che questa lotta possa terminare entro un lasso di tempo calcolabile, nulla ci incoraggia a supporre che essa non sia costitutiva della nostra condizione. La perfezione dell’universo personale incarnato, quindi, non si identifica con la perfezione di un ordine, come pretendono tutti i filosofi (e tutti i politici) i quali pensano che l’uomo possa un giorno totalizzare il mondo. Essa è la perfezione di una libertà che combatte, e combatte strenuamente. E che sussiste anche dopo lo scacco. Tra l’ottimismo insofferente dell’illusione liberale o rivoluzionaria e il pessimismo impaziente dei fascismi, il vero sentiero dell’uomo è questo ottimismo tragico, in cui egli trova la sua giusta misura in un’atmosfera di grandezza e di lotta».[2]


[i] Cfr. Solov’ëv, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Bologna 2021, p. 256.

[ii] Mounier E., Il personalismo, Ave, 2004, p. 56.

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