Mahsa e la coscienza dell’Occidente

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Mahsa Amini

Circola una domanda – in questi giorni pre-elettorali in Italia – sicuramente importante, ma forse, almeno in parte, mal posta: esiste un pericolo fascista? Se ne parla con accenti diversi.

Accade poi che – proprio poche ore prima dell’apertura della Assemblea Generale dell’ONU – una giovane iraniana sia torturata dagli aguzzini di regime in carcere perché non aveva indossato correttamente l’hijab – il velo del capo – e sia morta per le percosse subite. Ciò nonostante, il presidente iraniano non solo è ugualmente giunto al Palazzo di vetro, ma ha tenuto incontri importanti, su tutt’altro.

Se l’assassinio di Stato – a mezzo di tortura e frattura del cranio – avesse riguardato solo lei, Mahsa Amini, l’indecente silenzio politico internazionale sarebbe rimasto tale e avremmo pensato di doverci adeguare: il mondo funziona così. Solo il 20 settembre l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ad interim, Nada Al-Nashif, ha espresso la sua preoccupazione per la morte di Mahsa  – avvenuta il 16 settembre –  e per la feroce repressione in atto.

Il regime iraniano

In Iran c’è ormai una condizione pre-rivoluzionaria, le donne pubblicano sui social brevi filmati nei quali si palesano mentre si tagliano i capelli o danno fuoco a quel velo che, per l’autentico Islam, andrebbe portato per libera scelta, non per obbligo. Il regime ha così oscurato internet, soprattutto per non mostrare al mondo la dimensione dei cortei e per non far udire il coro «morte alla dittatura».

ll presidente francese Macron – che già ha insignito della Legion d’Onore l’uomo che ordinò i test di verginità sulle manifestanti egiziane, cioè Abd el Fattah al Sisi – ha incontrato a tu per tu il presidente iraniano Raisi al Palazzo di vetro.

Non risulta che abbiano parlato di Mahsa Amin e delle altre vittime delle repressioni che Raisi, famoso per aver disposto in altri tempi l’esecuzione di migliaia di prigionieri, ha con tutta evidenza ordinato prima di unirsi ai suoi omologhi chiamati a curare i mali del mondo. Di cosa avranno parlato le eccellenze mondiali Raisi e Macron? Certamente dell’accordo sul nucleare tra i grandi e l’Iran, che la Francia, con l’Europa, auspica al più presto.

Il prezzo dei nostri interessi

Se si convenisse sulla rinuncia al nucleare militare iraniano, gli USA toglierebbero le sanzioni alla commercializzazione del greggio iraniano: è un’urgenza di fronte alla quale le fonti ufficiali iraniane fanno ben notare di disporre de «le risorse naturali per risolvere tutti i problemi energetici che assillano il mondo in questo momento storico».

Questo significa che l’Iran sta chiedendo ai Paesi occidentali la licenza di uccidere al proprio interno chiunque segua o intenda seguire l’esempio di Mahsa, in cambio di petrolio, gas, energia.

Di eliminare le donne non obbedienti – e chi solidarizza con loro – si incaricano la polizia religiosa, i soliti pasdaran e i loro prossimi irregolari, i basij. Chiunque lo voglia sapere, lo sa. All’ONU, guarda caso, sono arrivati tutti i negoziatori del nucleare. Si sa, ma non si dice.

E si legge molto poco, specie sui giornali italiani. Certo sono stati questi i giorni della morte e dei funerali della regina Elisabetta, evento importante, ma ciò non basta! C’entra forse una diversa idea di fascismo? Io dico di sì.

Rimozione della coscienza

Provo a spiegarmi. Un famoso slogan fascista era e resta il me ne frego. Più chiaro? Raisi e Khamenei dicono il vero quando sostengono di avere le risorse per appagare il nostro fabbisogno energetico. Macron lo sa. Noi lo sappiamo. È con tale consapevolezza che interviene il me ne frego occidentale su Mahsa Amin. E se di lei non sappiamo nulla – anche grazie alla limitata informazione sui nostri media – la rimozione di coscienza avviene ancora più facilmente, senza provare alcun dolore.

Se ci sono politici italiani che adottano questo tipo di pensiero – in chiave nazionale – io dico che sbagliano enormemente. Se la rivolta iraniana, dopo otto lustri di feroce repressione teocratico-fascista, appare senza valore e induce a dirsi, nell’intimo, me ne frego, c’è, nei politici italiani come dentro ciascuno di noi, un problema urgentissimo da decifrare e da affrancare da mille pregiudizi ideologici.

L’antagonismo iraniano è noto: il loro essere contro gli Stati Uniti – contro l’Occidente in genere – attrae chi vede un solo male nel mondo; all’altro capo c’è il pregiudizio di chi ha visto e vede nel regime degli ayatollah un amico prezioso nella lotta al terrorismo islamico sostenuto dalle monarchie del Golfo. Un pensiero di una tale superficialità lascia sgomenti, ma è diffuso.

C’è pure un fascismo di stampo “cristiano” che ritiene l’Iran – in ciò buon alleato della Siria di Bashar al-Assad e della Russia di Vladimir Putin – protettore dei cristiani d’Oriente contro il totalitarismo congenito della maggioranza dell’Islam arabo, quello sunnita.

Iran: il popolo e i poveri

Forse ora io esagero, sotto la suggestione del disinteresse occidentale, a cui ho personalmente assistito, per un popolo – quello siriano – che ha sofferto l’indicibile, e che ancora continua a sfidare i suoi carnefici sostanzialmente a mani nude, raccogliendo assai poche attenzioni e simpatie.

La mancanza di un accordo sul nucleare con l’Iran sta imponendo da anni sanzioni pesantissime che si riverberano soprattutto sul popolo, sui poveri. Ma non è togliendo le sanzioni petrolifere all’apparato militare e industriale dei pasdaran – come sta chiedendo l’Iran e come l’Europa sta mostrando di considerare – che si possono alleviare storture e ingiustizie. Occorreva e occorre, altrimenti favorire la ricostruzione di una classe popolare iraniana, formata, informata, moderata, indipendente.

L’accordo sul nucleare sembra – di fatto – che si farà, anche se i più scommettono che Washington non lo firmerà prima di novembre per timore di un possibile uso politico avverso ai democratici nella campagna di mid term, già incandescente.

Aumentare la consapevolezza dei popoli circa la complessità dei problemi – non dire o solo pensare il me ne frego – è sempre importante, oggi più che mai.

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