Il dialogo non è uno sconto sulla verità

nota dicasteri

Il Papa firma la Nota “Un cammino di speranza” (16 settembre 2026).

Tre Dicasteri hanno firmato una Nota a 60 anni dalla “Nostra aetate”.  A nostro parere, cinque passaggi avrebbero richiesto una maggiore precisione.

Il 16 settembre 2026 i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato congiuntamente la Nota Un cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, che Leone XIV aveva approvato il 22 giugno. È un documento commemorativo e orientativo: rilegge il cammino percorso dopo il Concilio e indica alcune prospettive per il dialogo interreligioso, senza presentarsi come una nuova dichiarazione dottrinale.

C’è un modo sbrigativo di leggerlo, ed è fermarsi a metà frase. Chi vi cerca un cedimento si arresta al n. 54, dove legge che il proselitismo non avrebbe «ormai più senso». Chi teme, al contrario, una chiusura identitaria si ferma al n. 13, dove è riaffermata l’unicità di Cristo Redentore. Entrambi citano correttamente e leggono male.

Il n. 54 va letto per intero. La Nota chiede di lasciarsi alle spalle le logiche di difesa, di ostilità e di conquista, e giudica ormai privi di senso la difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, quando diventano l’unico modo di incontrare l’altro. Il bersaglio è una deformazione dell’annuncio, ridotto a pressione o a contrapposizione; la fede e la missione restano dove sono. Lo conferma la citazione di papa Francesco che chiude il paragrafo: alla logica dell’insularità va sostituita quella dell’incontro e della conoscenza reciproca, e le religioni possono farlo senza rinunciare alle proprie caratteristiche e ai propri doni.

Del resto, il documento richiama espressamente la Redemptoris missio e il valore permanente del mandato missionario. Al n. 22 tiene insieme due esigenze. A chi vorrebbe soltanto proclamare, senza mai ascoltare, ricorda che il dialogo fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. A chi è tentato di sfumare la propria identità per rendere più facile l’incontro, ricorda la fedeltà a Cristo, «via, verità e vita», e lo fa rinviando proprio a Nostra aetate.

Chi accusa la Nota di mettere Cristo tra parentesi, probabilmente non è arrivato fin lì. Più avanti, al n. 46, si legge: «Non si tratta, dunque, di rinunciare alla verità, ma di annunciarla in modo evangelico».

Il dialogo, dunque, non sospende la missione. Ne è una forma, non l’unica, ed è evangelica quando nasce dalla fede e prende il volto della carità. Il cristiano non dialoga perché dubita di Cristo. Dialoga perché crede che ogni uomo sia cercato da Dio e che lo Spirito sia arrivato, nel cuore di chi incontra, prima del missionario.

Israele: un mistero che non si lascia semplificare

Lo stesso criterio vale per le pagine dedicate agli ebrei. L’alleanza di Dio con Israele è irrevocabile, come irrevocabili sono i suoi doni e la sua chiamata (Rm 11,29), e la vita religiosa dell’ebraismo di oggi riguarda da vicino la coscienza cristiana. Da questo però non segue che esistano due vie parallele di salvezza, una per gli ebrei e una per i cristiani.

Non è equilibrismo diplomatico. È il paradosso di Romani 9–11: Paolo non pretende di scioglierlo in una formula e lo contempla finché diventa adorazione. Israele rimane amato a causa dei padri, e, insieme, ogni salvezza viene da Cristo, anche quando restano misteriose le vie per le quali la sua grazia raggiunge gli uomini.

Una Chiesa che dimentica la propria radice ebraica non diventa più cristiana: diventa marcionita, finisce cioè per opporre il Dio di Gesù al Dio d’Israele e per recidere il Nuovo Testamento dall’Antico. Sul versante opposto, una teologia che separasse l’alleanza dalla sua apertura universale in Cristo farebbe del mistero due sistemi religiosi autosufficienti. La Nota evita l’uno e l’altro errore, la sostituzione e il parallelismo.

Non possediamo la verità: siamo posseduti da essa

La pagina forse più bella è tra le meno citate. Allo stesso n. 46 la Nota riprende la Lumen fidei: il credente non è arrogante, perché la verità, più che essere posseduta da noi, ci abbraccia e ci possiede. È – credo – la chiave dell’intero documento.

Se scriviamo Verità con la maiuscola è perché per il cristiano essa è anzitutto una Persona, prima che una teoria. Una verità posseduta si difende come una proprietà; una Verità che ci possiede si serve, anche ascoltando. Di Cristo siamo discepoli e testimoni, non proprietari.

Il relativista e l’integralista stanno agli estremi, eppure commettono lo stesso errore: credono che la verità sia fragile. Il primo la nasconde per non offendere, il secondo la brandisce per non perderla, e così uno scambia il rispetto per silenzio, l’altro la testimonianza per imposizione. La verità cristiana non ha bisogno di essere attenuata e nemmeno di essere armata. Chiede di essere creduta e vissuta.

Cinque passaggi che chiedevano una parola in più

L’onestà, intellettuale ed ecclesiale, chiede però di indicare anche i punti nei quali la Nota avrebbe guadagnato da una maggiore precisione. Il giudizio deve restare leale, perché i criteri ci sono. Al n. 19 Assisi è descritta come un incontro nel quale ciascuno espresse la propria fede. Il n. 22 esclude relativismo e sincretismo e chiede, insieme, la massima identità e il massimo dialogo. Il n. 53 respinge l’idea di una grande religione mondiale che appiattisca le differenze. Alla luce di questi stessi criteri, cinque passaggi avrebbero meritato una parola in più.

Il primo è al n. 49. Tra le iniziative delle Chiese locali compaiono le «celebrazioni condivise», senza altra precisazione, e l’espressione è troppo ampia per essere lasciata sola. Ad Assisi, nel 1986, san Giovanni Paolo II ebbe cura di distinguere lo stare insieme per pregare dal pregare insieme, come se le differenze di fede fossero irrilevanti. Forme legittime di preghiera e di presenza interreligiosa esistono, specialmente davanti alle tragedie dell’umanità, ma domandano discernimento e rispetto dell’identità di ciascuno: una celebrazione non può suggerire l’esistenza di una religione comune o di un destinatario indistinto della preghiera. I criteri generali della Nota consentono una lettura corretta; sarebbe stato utile trovarli accanto a un’espressione pastoralmente così delicata. In pastorale le parole non precisate non rimangono ferme, fanno strada da sé.

Il secondo è al n. 51, dove il dialogo interreligioso è definito «luogo teologico» nel quale lo Spirito Santo vuole farsi sentire. L’espressione può essere feconda se ne sono chiari i confini. Il dialogo non è una nuova fonte della Rivelazione e non aggiunge nulla al Vangelo ricevuto dagli Apostoli; tanto meno può farsi tribunale sopra Cristo e la Tradizione. È, invece, un luogo nel quale la Chiesa, illuminata dalla Parola che ha ricevuto, riconosce l’azione preveniente di Dio, scopre semi di verità e di bene e viene richiamata a comprendere più a fondo ciò che già le è stato affidato. Alla Rivelazione compiuta in Cristo il dialogo non aggiunge nulla; può aiutare i cristiani ad accoglierne con maggiore fedeltà l’inesauribile ricchezza.

Il terzo è al n. 59, dove si parla dello Spirito all’opera nella storia dell’umanità e all’interno delle culture e delle religioni dei popoli. È un insegnamento che appartiene al magistero di Giovanni Paolo II. Ma la Redemptoris missio (nn. 28-29) e la Dominus Iesus (n. 12) tengono sempre in vista il complemento cristologico: lo Spirito che opera oltre i confini visibili della Chiesa è lo Spirito di Cristo, non agisce indipendentemente dal Figlio e non conduce a una salvezza alternativa alla sua. È lo Spirito del Risorto che prepara i cuori e li orienta verso Cristo. Riconoscerne l’azione nelle persone e nei popoli non toglie nulla all’unicità di Cristo e mostra, anzi, quanto sia ampia la sua grazia. Una frase esplicita, in quel punto del testo, avrebbe impedito letture equivoche.

Il quarto è al n. 42. La Nota auspica, con rinnovato discernimento, conversazioni e forme di collaborazione con i membri dei «nuovi movimenti religiosi» e con i rappresentanti di nuove esperienze religiose. Precisa opportunamente che questi incontri non sono dialogo ecumenico e nemmeno dialogo tra religioni, e li fonda sulla chiarezza dell’identità e sul rispetto reciproco. Sarebbero stati utili, però, criteri più concreti. Non tutte le realtà che si definiscono religiose meritano la stessa valutazione: vi sono gruppi nei quali si esercitano manipolazione delle coscienze, dipendenza psicologica, sfruttamento economico e forme di controllo incompatibili con la dignità della persona. Il dialogo non dispensa dalla prudenza, e chi parla di fraternità ha anche il dovere di proteggere i più vulnerabili.

Il quinto è al n. 15 e riguarda il Medio Oriente. La Nota nomina espressamente i conflitti divampati negli ultimi anni, dice che hanno segnato il dialogo ebraico-cristiano e riconosce che molti ponti di comunicazione hanno vacillato e sono ancora messi alla prova. Non è dunque silenzio.

La formulazione, però, resta molto ampia, e il n. 36 aggiunge soltanto un richiamo complessivo alle tante guerre che ogni giorno causano vittime e ingiusta sofferenza. Mancano gli eventi concreti, le popolazioni civili coinvolte, la devastazione umanitaria, la sofferenza delle comunità cristiane; manca una parola sulla responsabilità che il dialogo interreligioso assume quando la guerra ferisce insieme ebrei, musulmani e cristiani.

La prudenza diplomatica si capisce. Ma una parola più incarnata avrebbe sostenuto quanti cercano di tenere in piedi quei ponti a mani nude. Non occorreva un giudizio geopolitico, bastava dare un nome alle ferite. Un dialogo che non regge nel tempo della prova rischia di ridursi a esercizio per stagioni tranquille.

Letti insieme, i cinque rilievi chiedono la stessa cosa da angoli diversi. Il dialogo è cristiano quando assume lo stile di Cristo senza tacerne il nome, e il discernimento dell’azione dello Spirito non può separare lo Spirito dal Figlio. L’apertura all’altro comporta la tutela della libertà e della dignità della persona. La fraternità, infine, deve misurarsi con la storia concreta, soprattutto quando è ferita dalla guerra.

Il ferito come criterio di verità

La Nota offre anche un criterio che non ammette retorica. Al n. 32 ricorda che il dialogo non è una formula magica e che chi vi si impegna non deve essere ingenuo. Indica, poi, una misura universale di discernimento: l’accoglienza o il rifiuto della persona ferita ai bordi della strada. L’attenzione concreta ai più vulnerabili verifica ogni progetto, anche religioso, e il povero è la bussola che dice se si sta andando nella direzione giusta.

Un dialogo che produce convegni e non samaritani è fallito; un’ortodossia che passa oltre il ferito, pure.

La parabola non domanda al soccorritore quale formula abbia sottoscritto. Domanda se si sia fermato, se abbia fasciato le ferite e si sia fatto carico dell’altro. Con questo la verità non diventa irrilevante: la verità di Dio si fa credibile quando prende la forma della misericordia.

Acquistano così peso anche il richiamo ai cristiani perseguitati e la richiesta di libertà religiosa nei Paesi in cui essi sono minoranza. L’insegnamento non è nuovo, era già nell’Evangelii gaudium e in molti interventi del magistero; che ora lo riaffermino insieme tre Dicasteri gli dà un peso ecclesiale particolare.

La reciprocità non può essere posta come condizione per riconoscere i diritti fondamentali, perché la libertà religiosa appartiene alla persona e non è una concessione diplomatica: va riconosciuta a tutti anche quando altri Paesi, di fatto, non la garantiscono. Questo non impone il silenzio sulle discriminazioni. Proprio perché quella libertà è universale, la Chiesa ha il diritto e il dovere di chiederla per tutti, anche là dove i cristiani vivono nell’insicurezza e nella paura.

Non polemisti, ma testimoni

La Nota porta la data della memoria liturgica dei santi Cornelio e Cipriano. Qualcuno potrebbe scorgervi un’ironia, ricordando la formula extra Ecclesiam nulla salus. Ma Cipriano scriveva dentro le lacerazioni dell’unità ecclesiale, tra la controversia battesimale e gli scismi che ferivano la Chiesa, e non pronunciava una sentenza sui popoli che non avevano conosciuto il Vangelo.

E la sua ultima parola fu il martirio. Non tolse la vita a nessuno in nome della verità; diede la propria per renderle testimonianza.

È forse questo che la Nota affida alla Chiesa. Il dialogo non è uno sconto sulla verità, perché la verità cristiana non è una merce su cui trattare. L’intransigenza, però, non basta a garantire la fedeltà, se dimentica il modo in cui Cristo ha reso testimonianza al Padre.

La Verità con la maiuscola non ha bisogno di essere attenuata per dialogare, né di vincere per restare vera. Ha bisogno di testimoni.

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