La guerra, i papi e i cattolici americani

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Se esaminiamo gli insegnamenti e le riflessioni sulla guerra dei papi del secolo scorso, in particolare dal termine della Seconda guerra mondiale a oggi, troviamo un forte e costante «no» alla guerra. C’è una sorprendente coerenza in questo ambito dell’insegnamento papale, che sottolinea ripetutamente come la guerra non sia volontà di Dio e sia sempre un segno del fallimento umano.

Non sorprende che i pontificati da Giovanni XXIII a Leone XIV corrispondano a cambiamenti sostanziali nella guerra moderna. Alla luce della devastazione che le armi moderne possono causare, specialmente per gli innocenti e i non combattenti, questi pontefici hanno sottolineato che la guerra deve sempre essere davvero l’ultima risorsa. Tuttavia, guardando allo scoppio delle guerre negli ultimi decenni, viene da chiedersi se i cattolici stiano ascoltando i papi su un argomento della più grave urgenza.

Giovanni XXIII e Paolo VI

Possiamo iniziare una breve rassegna dell’insegnamento papale con Giovanni XXIII. In un momento in cui il mondo era impegnato in una corsa agli armamenti sempre più intensa e nell’accumulo di armi nucleari, e dopo che il potenziale uso di tali armi era diventato molto reale durante la crisi dei missili di Cuba, papa Giovanni XXIII pubblicò la sua enciclica Pacem in terris (1963) invocando il disarmo reciproco di armi nucleari, con richiamo al suo predecessore papa Pio XII: «Nulla si perde con la pace; tutto si può perdere con la guerra».

Nel 1965 papa Paolo VI divenne il primo papa a rivolgersi alle Nazioni Unite, dove ne affermò la missione fondamentale e implorò con forza: «Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!». Poco dopo, i vescovi di tutto il mondo, uniti a papa Paolo VI nel Concilio Vaticano II, promulgarono la Costituzione Pastorale Gaudium et spes, nella quale insegnano: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita “opera della giustizia” (Is. 32,7)».

Papa Paolo VI tornerà più volte su questo insegnamento e nel suo discorso del 1972 per la Giornata Mondiale della Pace coniò una frase che continua a guidare ancora oggi l’opera di molti gruppi cattolici impegnati a favore della pace: «Lo ripetiamo oggi con una formula più incisiva e dinamica: “Se vuoi la pace, lavora per la giustizia”». Ma egli si espresse anche contro conflitti specifici e fu uno dei primi a sostenere la fine della guerra in Vietnam. Nel primo anniversario del suo memorabile discorso alle Nazioni Unite (questa volta davanti a una folla di oltre 150.000 persone riunite a Roma), papa Paolo VI chiese a tutti, ma in particolare ai suoi fratelli cattolici, di unirsi a lui in preghiera per la fine del conflitto in Vietnam invocando il cessate il fuoco e i negoziati.

In seguito scrisse direttamente al presidente Lyndon Johnson e, anche quando le sue suppliche non furono ascoltate, non smise mai di invocare la fine di quella guerra, sottolineando le terribili perdite di vite umane e la devastazione in atto in Vietnam.

Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco

Papa Giovanni Paolo II, papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno continuato questa tradizione di insegnamento papale profetico sulla guerra. In centinaia di occasioni, nei discorsi, nelle udienze, nelle omelie o nei loro discorsi settimanali dell’Angelus, questi papi ci hanno esortato a porre fine alla guerra e ai conflitti violenti ovunque si verificassero in tutto il mondo. Anche quando hanno riconosciuto il diritto delle nazioni di difendersi e proteggere vite innocenti in caso di attacco (ad esempio, il popolo ucraino di fronte all’invasione russa), le risposte di questi papi hanno sempre messo in evidenza gli eccessi inevitabilmente causati dall’uso delle armi moderne.

Ad esempio nel 1991, papa Giovanni Paolo II riconobbe che l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein e l’annessione dei suoi giacimenti petroliferi erano ingiuste. Inizialmente il papa ha utilizzato i canali diplomatici per esprimere le sue preoccupazioni. Ma quando nel 1991 è iniziata la escalation verso una guerra in piena regola tra l’Iraq e una coalizione di forze che includeva gli Stati Uniti e i loro alleati, papa Giovanni Paolo II ha parlato pubblicamente, sottolineando l’inevitabile danno che una tale guerra avrebbe causato e implorando l’uso di mezzi diversi dalla guerra per contrastare l’aggressione di Hussein.

Quando i terroristi attaccarono gli Stati Uniti l’11 settembre 2001, papa Giovanni Paolo II condannò immediatamente gli attacchi ed espresse profondo cordoglio per la perdita di vite umane negli Stati Uniti. Ma poiché la risposta americana a questi attacchi causò gravi crisi umanitarie in Afghanistan e Pakistan, il papa chiese la fine delle tattiche distruttive impiegate. Nel 2003, spinto dall’affermazione (in seguito completamente smentita) che Saddam Hussein e l’Iraq fossero in possesso di armi di distruzione di massa il cui uso era ritenuto imminente, papa Giovanni Paolo II ricorse discretamente al suo rappresentante personale, il cardinale Pio Laghi, amico della famiglia Bush, per cercare di persuadere il presidente a non entrare in guerra, sottolineando che una guerra del genere sarebbe stata illegale e ingiusta.

Allo stesso tempo, e in sede pubblica nel suo discorso del 13 gennaio 2003 al corpo diplomatico, papa Giovanni Paolo II dichiarò con forza: «NO ALLA GUERRA! La guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità. Il diritto internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra Stati, l’esercizio nobile della diplomazia, sono mezzi degni dell’uomo e delle Nazioni per risolvere i loro contenziosi».

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Paolo VI all’ONU.

Negli anni più recenti, gli interventi di papa Francesco in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, così come riguardo alle azioni di Israele a Gaza, mostrano quella stessa riluttanza dei papi a sostenere qualsiasi guerra a causa del danno sproporzionato che inevitabilmente causano. In un’intervista con i giornalisti del 15 settembre 2022 durante un volo da Kazakistan a Roma, papa Francesco ha affermato il diritto dell’Ucraina a difendersi: «Difendersi non solo è lecito, ma è anche un’espressione di amore verso la propria patria».

Ha persino cautamente aperto la porta affinché altre nazioni forniscano armi all’Ucraina, ma solo se fatto con la giusta intenzione: aiutare l’Ucraina a difendersi, non come mezzo per espandere la guerra o causare ulteriori vittime.

Ha inoltre fatto riferimento alla necessità di dialogare con la parte avversaria: «Non escludo il dialogo con nessuna delle parti in guerra, anche se si tratta dell’aggressore. Potrà anche puzzare, ma bisogna farlo». Vale la pena notare anche che il giorno precedente, nel discorso tenuto in Kazakistan al 7° Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, Francesco aveva ribadito: «Dio è pace e conduce sempre alla pace, mai alla guerra».

Allo stesso modo, ha rivolto parole particolarmente critiche ai leader religiosi che cercano di usare la religione per giustificare la guerra – una critica che aveva rivolto al Patriarca Cirillo della Chiesa ortodossa russa pochi mesi prima, avvertendolo di non trasformarsi in «chierichetto di Putin».

Allo stesso modo, quando i terroristi di Hamas hanno invaso Israele e massacrato 1.200 civili e preso 240 ostaggi nel 2023, papa Francesco ha espresso il suo orrore e il suo dolore per quanto accaduto e ha riconosciuto il diritto di una nazione all’autodifesa. Ma il papa ha poi proseguito ricordandoci che, anche in quel caso, la guerra è sempre una tragedia: «Si capisca che il terrorismo e la guerra non portano a nessuna soluzione, ma solo alla morte e alla sofferenza di molte persone innocenti. La guerra è una sconfitta! Ogni guerra è una sconfitta». E tre giorni dopo (11 ottobre 2023) ha detto: «È diritto di chi è attaccato difendersi, ma sono molto preoccupato per l’assedio totale in cui vivono i palestinesi a Gaza, dove pure ci sono state molte vittime innocenti. Il terrorismo e gli estremismi non aiutano a raggiungere una soluzione al conflitto tra Israeliani e Palestinesi, ma alimentano l’odio, la violenza, la vendetta, e fanno solo soffrire gli uni e gli altri».

Li abbiamo ascoltati?

Più e più volte, mentre i papi hanno pronunciato le parole profetiche «mai più la guerra», non solo chi detiene il potere le ha ignorate, ma anche la stragrande maggioranza dei cattolici sembra non curarsene. Mi chiedo se l’identità nazionale porti molti a mettere il Paese prima di Dio e a vedere l’insegnamento papale come un sentimento pio piuttosto che come un’autentica espressione del Vangelo di Gesù Cristo per il mondo di oggi. Il bisogno di esercitare il potere, di dimostrare che la nostra parte ha ragione, di demonizzare il nemico per giustificare i danni e la carneficina causati dalla guerra, sembra catturare le menti e i cuori delle persone molto più della sete di pace, dell’impegno a lavorare per la giustizia o della disponibilità a considerare la saggezza dei successori di Pietro.

Mi ritrovo a riflettere con una certa ansia se oggi sarà lo stesso per noi come cattolici e cittadini degli Stati Uniti. Come reagiremo quando il nostro governo prenderà decisioni extragiudiziali per distruggere navi in acque internazionali, uccidendo chi si trova a bordo senza alcuna giustificazione se non quella di etichettare i morti come «narco-terroristi»? O quando, contrariamente al diritto internazionale, rapisce un capo di Stato per provocare un cambio di regime, mettendo al contempo da parte il leader in esilio per il quale il popolo ha votato democraticamente?

Ascolteremo il Santo Padre e il suo discernimento di fronte alla minaccia unilaterale della nostra nazione di appropriarsi della Groenlandia senza alcuna autorizzazione legale, o di causare quanta più sofferenza economica possibile all’innocente popolo di Cuba nel tentativo di forzare la destituzione del suo leader? E mentre è praticamente impossibile piangere l’assassinio dei leader recentemente uccisi in Iran, che erano essi stessi responsabili della sofferenza e della morte di migliaia di persone, non abbiamo forse causato ancora una volta un’enorme distruzione e sofferenza al popolo innocente dell’Iran – senza una chiara motivazione per il nostro attacco, e con la vaga accusa che l’Iran fosse sul punto di attaccare gli Stati Uniti – cosa che è stata ancora una volta smentita?

Non abbiamo creato ancora una volta una situazione di guerra che ha portato a un’escalation di violenza e sofferenza, con molti innocenti che ne hanno fatto le spese, tra cui bambini e insegnanti?

È significativo notare una giustificazione più recente della guerra, definita «guerra preventiva». L’idea che si possa giustificare l’uso della guerra o della violenza sostenendo che serva a prevenire qualcosa di ancora peggiore è in realtà nata con la Guerra del Golfo del 2003. Oggi viene impiegata nuovamente da alcuni di coloro che sostengono una guerra con l’Iran per giustificare le azioni della nostra nazione. Alcuni sostenitori americani di questo concetto hanno persino cercato di convincere il Vaticano che si trattasse di una legittima estensione della tradizione della guerra giusta. La loro argomentazione di base è che se non agiamo ora in seguito accadrà qualcosa di molto più devastante. Ma il Vaticano ha respinto con fermezza tale tentativo di giustificare l’uso della forza e continua a respingerlo come giustificazione per un intervento armato in Iran.

La tradizione della guerra giusta si è sviluppata come un modo per limitare l’uso della violenza tra le nazioni, non come un modo per giustificare la violenza preventiva. Ad esempio, il cardinale Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI, in qualità di capo di quella che all’epoca era chiamata Congregazione per la Dottrina della Fede, respinse del tutto l’idea in occasione della guerra del Golfo del 2003, affermando: «Il concetto di guerra preventiva non compare nel catechismo».

All’inizio di quest’anno, l’attuale Segretario di Stato vaticano, il cardinale Parolin, ha dichiarato: «Se agli Stati venisse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo i propri criteri e senza un quadro giuridico sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di andare a fuoco. Questa erosione del diritto internazionale è davvero preoccupante: la giustizia ha ceduto il passo alla forza; la forza della legge è stata sostituita dalla legge della forza, con la convinzione che la pace possa sorgere solo dopo che il nemico è stato annientato».

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Il Segretario per la Guerra USA Peter Hegseth.

Altrettanto preoccupanti sono quelle voci che hanno cercato di caratterizzare le azioni di aggressione dell’esercito statunitense come «sante», paragonando il personale militare a «guerrieri santi». Alcuni hanno persino invocato il linguaggio di una «santa crociata», come se si trattasse di un conflitto radicato nella religione. Il nostro attuale “Segretario per la Guerra” (un nuovo nome allarmante per quello che un tempo era il “Dipartimento della Difesa”, poiché implica che la difesa non sia più lo scopo primario del conflitto armato) è il più esplicito nell’uso di tale linguaggio.

Un linguaggio che cerca di battezzare l’uso delle armi da guerra con una patina religiosa, persino cristiana – come se Dio fosse dalla nostra parte e Gesù ci accompagnasse alla vittoria – va sempre respinto come una menzogna, se non addirittura blasfemo. La nostra storia delle Crociate avrebbe dovuto insegnarci molto tempo fa che legare la guerra alla religione non è mai una buona cosa, poiché distorce la malvagità della guerra e ci rende troppo facilmente ciechi di fronte al danno, alle contraddizioni e alle assurdità della guerra.

Cattolici USA: discepoli o patrioti?

Nel considerare le ramificazioni del nostro mancato ascolto dell’insegnamento papale, i cattolici americani dovrebbero anche considerare seriamente quanto queste guerre, questi conflitti e questi atti di violenza ci siano costati come nazione. Ad esempio, l’attuale amministrazione, in un presunto sforzo di ridurre quella che riteneva una spesa federale dispendiosa, ha chiuso una serie di dipartimenti e licenziato dipendenti di varie agenzie statunitensi, una delle quali era l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Questa agenzia gestiva un programma di aiuti esteri molto apprezzato e apparentemente di successo, con un budget di circa 25-35 miliardi di dollari all’anno. Sebbene si tratti indubbiamente di una somma ingente, le iniziative dell’USAID in materia di istruzione, salute, ambiente, cibo e acqua hanno contribuito a una significativa riduzione della mortalità legata all’età, specialmente tra i bambini (cf. The Lancet, qui).

Nel frattempo, è stato riferito che la Casa Bianca prevede di richiedere al Congresso fino a 200 miliardi di dollari per la guerra in corso con l’Iran – un finanziamento aggiuntivo che va oltre il regolare bilancio del Pentagono. Il finanziamento dell’USAID stava salvando vite umane, oltre a promuovere un senso di solidarietà e buona volontà tra i popoli del mondo e gli Stati Uniti come nazione. Era un esempio di come e perché possiamo essere giustamente orgogliosi degli Stati Uniti. Tuttavia, il finanziamento della guerra richiede una quantità di denaro significativamente maggiore e non porta a salvare vite umane, ma a distruggerle in un conflitto che molti ritengono non avrebbe dovuto verificarsi affatto. Questo finanziamento, insieme alla violenza e alla distruzione che alimenterà, non creerà forse una minaccia di conflitti globali ancora più gravi?

Noi americani possiamo essere orgogliosi dei molti modi in cui la nostra grande nazione è stata un faro di speranza, libertà, stato di diritto e aiuto umanitario per il mondo nei momenti di bisogno. Ma non possiamo essere orgogliosi del male che infliggiamo ad altre nazioni, soprattutto quando non è moralmente giustificato. Non possiamo definirci sia discepoli che patrioti se sosteniamo, senza alcuna protesta o critica, le azioni dei nostri leader governativi quando contraddicono la legge morale. Piuttosto, come cittadini dobbiamo esortare i nostri leader a sostenere i valori della nostra repubblica americana in tutto ciò che fanno, mentre come discepoli la nostra fede ci impone di schierarci a favore della pace, dell’unità e della verità.

Esorto i cattolici negli Stati Uniti, insieme alle persone di buona volontà di tutto il mondo, ad ascoltare con maggiore attenzione le parole e la saggezza dei nostri papi. Papa Leone XIV ha parlato con forza della distruzione causata dai bombardamenti aerei in Iraq e in Libano, implorando che tale disumanità cessi e si apra il dialogo verso la pace: «Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità. La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!» (Angelus, 22 marzo 2026).

Certamente, noi cattolici dobbiamo permettere che tale insegnamento papale plasmi un vero e morale patriottismo che non abbia paura di mettere in discussione le decisioni dei leader quando, a tutti gli effetti, tali decisioni appaiono ingiustificate e immorali. Non rendiamoci complici del male che la guerra scatena, specialmente quando l’uso della violenza chiaramente non è l’ultima risorsa. Cerchiamo piuttosto di essere testimoni della pace e dei mezzi non violenti per risolvere i conflitti. È proprio la nostra fede, rafforzata più e più volte dalla saggezza dei papi, che può darci il coraggio di chiamare male ciò che la guerra provoca e di essere solidali con gli operatori di pace e le vittime della guerra.

Per compiere questa opera fondamentale del Vangelo, mi sembra che i papi abbiano adempiuto alla loro missione in modo profetico. Ora è il momento per noi fedeli di adempiere alla nostra missione, che inizia semplicemente con l’ascolto: ascoltare profondamente e seriamente l’insegnamento coerente dei nostri papi e permettere che quel messaggio, saldamente radicato nel Vangelo, ci formi come discepoli e discepole migliori.

  • Mons. Edward J. Weisenburger è arcivescovo di Detroit. Pubblicato sul sito della rivista America (originale inglese, qui).
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Un commento

  1. Angela 1 aprile 2026

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