
Sollecitata da una delle mie figlie – devi guardarlo, mamma, e poi dirmi cosa ne pensi – ho aperto anch’io, come migliaia di altre persone, il video di Alberto Ravagnani intitolato La scelta. Poveretto – è la prima cosa che mi è venuta da pensare. Ma chi l’ha fatto prete? – la seconda.
Nella parola «prete», entrata nell’uso della lingua italiana fin dalla nascita del Volgare, tra Due e Trecento, è palese il legame con il vocabolo tardo latino che l’ha originato, ossia presbĭter, a sua volta legato al greco presbýteros, comparativo dell’aggettivo présbys, «anziano». L’immagine del prete come il «più anziano», cioè il più titolato ad occupare un ruolo di responsabilità in una comunità in forza della sua formazione e della maturata esperienza, mi è subito apparsa paradossale associata a quel bel ragazzino con il broncetto e la dizione curata che, in apertura di video, si è presentato proprio utilizzando l’espressione «sono un prete».
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Non ci voleva uno psicologo, né tanto meno un team di psicologi o di esperti accreditati, per rendersi conto che non si può ordinare prete uno che è poco più di un bambino. Bastava l’occhio di una madre di famiglia. Bastava una madre di famiglia per capire che la responsabilità associata al ruolo di presbitero sarebbe stata del tutto sovradimensionata rispetto alla possibile tenuta di quel ragazzo che ancora a trent’anni continua ad esprimere tratti adolescenziali nel volto e nella postura.
Una madre di famiglia sa bene quanto sia difficile, per non dire impossibile, oggi, a vent’anni, a venticinque, a trenta, definire contorni irreversibili per la propria esistenza. Una madre che ha l’occhio sulle vite dei propri figli, che ne conosce le fatiche e i desideri, che li vede andare avanti e tornare indietro e poi ripartire e poi fermarsi e poi cadere e rialzarsi e cercare e tormentarsi e sperare, una madre lo sa che oggi ventiquattro anni sono troppo pochi per essere «il più anziano».
Fino a cinquant’anni fa un prete, per il solo fatto di avere studiato e grazie alla sua formazione scolastica liceale e agli studi di teologia, già a ventiquattro anni poteva godere di una posizione sociale superiore rispetto alla maggior parte delle altre persone, che a mala pena arrivavano a completare la scuola dell’obbligo. Si tratta di una semplice e banale constatazione di tipo sociologico: negli anni Settanta, poco più del 2% della popolazione italiana era laureata; oggi raggiunge la laurea un giovane su tre, e di questi laureati le donne rappresentano circa il 55%.
È evidente che, oggi, non è più possibile pensare che sia sufficiente una laurea in teologia per fare di un ragazzino di ventiquattro anni un presbýteros, cioè una figura con un «di più» di autorevolezza. È evidente che ordinare sacerdote un ragazzo di ventiquattro anni significa, oggi, buttargli addosso oneri esistenziali che difficilmente a quell’età si è adeguatamente preparati ad affrontare.
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Ma se c’è la vocazione?, mi dirà qualcuno. Se c’è la vocazione, se c’è la chiamata, chi siamo noi esseri umani per impedire alla voce divina di chiamare a farsi preti anche dei giovinetti?
Ripenso al documento contenente la Sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile, pubblicato lo scorso 4 dicembre 2025, e al tono di benevola sufficienza con cui la chiamata al diaconato avvertita da alcune donne viene riduttivamente definita «sensazione», anziché «vocazione». Mi fa specie la sicurezza – o forse sarebbe meglio dire la sicumera – con cui tanti uomini di Chiesa si propongono come garanti della chiamata divina, convalidando senza tentennare la vocazione di alcuni e negando in via pregiudiziale quella di altre.
Forse, se nella formazione di Alberto ci fosse stato un confronto serio e sincero con delle donne autorevoli – delle insegnanti, delle suore, delle formatrici, delle madri spirituali – con compiti di guida e di accompagnamento nel suo percorso di crescita umana e spirituale; forse, se i suoi formatori avessero avuto a cuore di non mandarlo prematuramente allo sbaraglio con tutta la carica incontenibile della sua esuberanza giovanile; forse, se non si avesse l’ansia dei seminari che si svuotano e dei numeri dei preti in calo; forse, non sarei qui, oggi, a scrivere di un ragazzo che ha l’età dei miei figli e che, con la sua scelta di essere o non essere prete, ha trovato il modo di spopolare sui social.






“Non si può ordinare prete uno che è poco più di un bambino”: a maggior ragione non si può imporre una fede a uno che è appena nato.
Sono in disaccordo con l’autrice di questo articolo e di certo non condivido il suo facile giudizio su questo giovane ex sacerdote, “poveretto”, né il discorso sulla “madre di famiglia” e tutto il resto, di cui non sappiamo niente. Io definisco, semmai, questo ragazzo forte e coraggioso perché ha preso la sua sofferta decisione senza farsi intimorire dai giudizi altrui. Ognuno ha il diritto di decidere della sua vita come gli pare. Questo giovane sacerdote ha deciso di lasciare una condizione di vita che non gli andava più bene: perfetto, è giusto così, è stato onesto con sé stesso e con gli altri. Gli auguro ogni bene per il suo futuro. L’onesta è una dote rara e la ricerca della felicità è diritto di ogni uomo.
Credo sia la prima volta che mi trovo in totale disaccordo con Anita Prati. Da un lato, afferma sostanzialmente che chiamare “presbitero” un 24enne è ormai socialmente ridicolo; dall’altro, sembra riportare il tutto ancora una volta alla relazione col femminile di questo singolo prete, che forse non ha avuto la possibilità di confrontarsi in modo serio e maturo con figure di donne autorevoli e responsabili, perché magari non gli è stato consentito. Mi sembra una lettura profondamente riduttiva. Per esempio, questa lettura non tiene in nessun conto l’immaginario sacrale e sociale col quale qualunque candidato al ministero ordinato deve fare i conti, in relazione ad aspettative che si ritiene il prete sia tenuto ad assolvere in base alle “regole di ingaggio”. Per esempio, ancora, questa lettura non tiene in nessun conto il completo superamento delle classiche tre età della vita (formazione – in vista di un lavoro stabile – che ti condurrà alla pensione) che caratterizzavano il funzionamento della società fino a pochi anni fa, mentre oggi a chiunque è richiesto di poter rimanere a galla in una precarietà esistenziale dalla quale il prete sembra immune. Perché nell’Italia del 2026, quella dei preti è appunto l’unica categoria umana alla quale a 24 anni è garantito uno stipendio fisso a vita. E quando un prete decide di sporcarsi le mani con quella precarietà, allora è un immaturo. È molto facile liquidare il tutto in questi termini. Non mi interessa “difendere” Ravagnani nelle scelte quotidiane che ha fatto e che farà; ma semplicemente, di fondo, rimane evidente il tentativo di un giovane uomo di vivere da prete nella società di oggi, con tutte le sue contraddizioni. E il suo accorgersi di non riuscirci, anche a motivo dell’aura sacrale alla quale i preti non credo saranno mai disposti a rinunciare, perché se ci provassero seriamente smetterebbero probabilmente di esistere come categoria.
Mi pare che i sacerdoti al contrario condividano la precarietà esattamente come i laici che si sposano e in numero considerevole divorziano. Nessuno può garantirti che una scelta qualsiasi, laica, religiosa o lavorativa e di studio funzioni.
Su due piedi questa storia è più legata a dinamiche social proprie del mondo digitale e mediatico. È difficile non farsene dominare un pò per tutti.
Mah stessa storia per Suor Cristina, è difficile manovrare le dinamiche mediatiche e social senza farsene travolgere. Peccato, perché questo tipo di visibilità e successo dura poco, una suora che canta fa notizia, una ragazza che non lo è più, molto meno