
Riprendiamo dall’ultimo fascicolo monografico della rivista Presbyteri (3/2026, pp. 221-227) – dedicato al tema: «Matrimonio, verginità, ministero ordinato» – la bella riflessione di don Giovanni Frausini, docente di Teologia sacramentaria all’Istituto Teologico Marchigiano e membro della redazione della rivista di spiritualità pastorale dei Padri Venturini.
«Cielo, mio marito!». Queste parole messe in bocca a una donna all’arrivo improvviso del suo uomo possono esprimere due situazioni opposte: quella della sposa sorpresa in flagrante adulterio o quella della sposa gioiosamente stupita di fronte alla venuta inattesa dello sposo.
Da che mondo è mondo l’amore tra un uomo e una donna non solo ha permesso al genere umano di non estinguersi ma, anche e soprattutto, ha custodito nel cuore di tutti la nostalgia di Dio per quella immagine di Lui presente in ogni coppia umana.
Infatti, sia gli sposati che i celibi sono segno dello stesso desiderio della Chiesa di essere sempre più la sposa fedele che gioiosamente attende lo Sposo, lo riconosce presente e vive unita a Lui, totalmente protesa al servizio dei fratelli: matrimonio e verginità sono due modalità diverse, ma con lo stesso fine; infatti
la Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere a immagine di Dio».
Il loro ministero è far sì che tutta la Chiesa cresca nel desiderio dell’incontro con Cristo, sempre desiderato, mai temuto. Mistero di infinita nostalgia. A conferma di questo basta mettersi in ascolto della lex orandi che nel rito più antico di consacrazione verginale così si rivolge al Padre:
Alla luce dell’eterna sapienza hai fatto loro comprendere, che mentre rimaneva intatto il valore e l’onore delle nozze, santificate all’inizio dalla tua benedizione, secondo il tuo provvidenziale disegno, dovevano sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell’intimo la realtà del mistero.
Nella coppia e nel celibe lo stesso mistero
Cosa ha reso possibile l’unità tra celibato e matrimonio, realtà così diverse tra loro?
Quando Dio creò l’essere umano, «maschio e femmina li creò», «a immagine di Dio» (Gen 1,27), ponendo una prima grande testimonianza di sé: una sua immagine nel mondo. Poi, dopo diverse vicende alcune gioiose, altre drammatiche, volle entrare in un rapporto nuovo e ancora più profondo con alcuni uomini chiamando Abramo e donandogli i figli. Così Dio entrò in alleanza con un popolo, il suo popolo, in maniera così unica e piena da poter affermare: «Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio» (Es 6,7). Nel popolo di Dio si entra per generazione, perché figli di Abramo. Per Israele generare figli vuole dire, fino ad oggi, generare il popolo di Dio; allora per ogni ebreo «il matrimonio […] costituisce un dovere», come pure la generazione di figli «è un dovere imposto da Dio, nel momento stesso della creazione della prima coppia umana, […] il celibato […] è una colpa».
Ma Dio dovette fare i conti con la durezza del cuore del suo popolo e per questo l’unità della prima coppia si scontrò con la fragilità umana: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così» (Mt 19,8). Eva che era stata definita da Adamo «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» diventa la colpevole: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gen 3,12).
Poi ecco la svolta, l’unica vera novità della storia: l’incarnazione del Verbo (cf. Desiderio desideravi n. 10). Anche se «tutto è stato fatto per mezzo di lui», ora proprio il Verbo si è fatto carne e questo ci pone di fronte non più solo all’immagine di Dio, ma al Dio fatto uomo, Gesù.
Ora quella che è l’immagine di Dio presente nel dono della coppia uomo-donna raggiunge la sua pienezza nella presenza del Dio fatto carne, Gesù Cristo, uomo Figlio di Dio. Ecco perché quello che era un dovere diventa una possibilità, perché figli di Dio non si diventa più per nascita ma per la fede in Gesù Cristo. La sua persona apre all’umanità possibilità nuove tanto da poter dire che siamo realmente figli (cf. 1Gv 3,1). Anche il problema della morte, che aveva come unica soluzione la generazione di figli nei quali poter continuare a vivere, grazie al dono della risurrezione dei morti e della vita eterna viene superato.
Ormai anche il celibato, accanto al matrimonio, è una condizione di vita possibile per i credenti.
Va anche sottolineato il fatto che con il Vaticano II abbiamo riscoperto la universale vocazione alla santità: la radicalità evangelica è possibile in ogni condizione di vita, a tutto il Popolo di Dio, secondo la chiamata ed il carisma di ciascuno. Anche il matrimonio è, quindi, una via possibile alla santità.
Ciononostante continua ad essere presente nella Chiesa un linguaggio che predilige le differenze: parliamo di speciale consacrazione, diciamo che alcuni gruppi di cristiani sono i consacrati, come se fosse possibile una consacrazione più grande del battesimo. Certo l’esercizio della vita cristiana, la virtù, ci differenzia per come ci lasciamo guidare dal dono della Grazia, ma non certo per lo stato di vita nel quale siamo inseriti.
Anche l’utilizzo della metafora sponsale per descrivere esclusivamente i rapporti tra Cristo e chi vive nel celibato o nella verginità non è adeguata al nostro contesto teologico. La sposa di Cristo è la Chiesa, non un gruppo particolare, ma tutta la Chiesa. È molto significativo che si sta diffondendo il rito della velatio nel matrimonio cristiano: si rende in tal modo evidente il fatto che il sacramento del matrimonio lega la coppia a Cristo con un vincolo nuziale. Non è la donna che riceve il velo ma la nuova coppia che, con le promesse fatte davanti a Dio e alla comunità e l’effusione dello Spirito, è diventata una piccola chiesa, come amava esprimersi Giovanni Crisostomo.
Paradossalmente il fatto che a celebrare il sacramento del matrimonio siano di frequente famiglie esistenti già di fatto da molti anni e persino con figli, rende ancora più evidente che il sacramento del matrimonio, pur avendo nel consenso la propria materia prima, senza della quale non è possibile costruire una famiglia, trasforma quel legame di coppia in un nuovo legame con Cristo, e lo inserisce in quell’unione sponsale che lega Cristo alla Chiesa, sua amatissima sposa.
Il ministero degli sposi si concretizza in una famiglia che, ad immagine della Chiesa, ama e serve il suo Sposo; ma sappiamo bene che Cristo-Sposo rivolge le sue attenzioni amando e servendo la sua Chiesa e l’umanità intera. Così la famiglia cristiana.
Quali ragioni del celibato nel ministero ordinato?
Storicamente le ragioni che hanno portato nella Chiesa latina a unire il ministero al celibato sono state diverse, cominciando dalla necessità di salvaguardare i beni della Chiesa; per evitare la dispersione del suo patrimonio, quando i ministri ordinati erano chiamati anche tra persone sposate, si richiedeva loro di abbandonare l’amministrazione dei beni di famiglia, e talvolta anche di vivere la castità assoluta. Poi, la sacerdotalizzazione del ministero, avvenuta gradualmente a partire dal III secolo, ha trovato nel celibato un valido alleato per quella incompatibilità tra culto e sesso che anche Israele ha conosciuto, così come in molte religioni pagane.
Quale senso ha oggi il celibato dei ministri ordinati al presbiterato ed episcopato nella Chiesa latina?
Innanzitutto la testimonianza della presenza del Risorto, vivente in mezzo a noi; anche affettivamente Gesù e la sua Chiesa possono dare pienezza alla nostra umanità che, per disposizione del Creatore, è fatta per mettersi in relazione. «Non è bene che l’uomo sia solo» non è ormai solo la premessa alla relazione di coppia ma si apre anche, per un carisma particolare, al celibato-verginità, che diventa così testimonianza della Pasqua di Cristo, della sua presenza viva in mezzo alla sua Chiesa.
Anche il non generare figli contribuisce a questo scopo: se siamo destinati alla vita eterna non è la generazione di altre creature che ci permette di continuare a vivere oltre la morte, ma la Pasqua di Cristo in noi.
Accanto a queste ragioni che manifestano la preziosità del celibato per il ministero ce ne sono altre, a mio parere, meno significative.
C’è la cosiddetta libertà che il non avere moglie e figli comporterebbe: il tempo pieno. Ma siamo sicuri che questo sia vero? Quando guardiamo alle responsabilità di un parroco (o di un vescovo) ci rendiamo conto che una parte importante del suo tempo non è destinata al proprio del ministero, ma ad adempimenti di altra natura. La condivisione della responsabilità è qui una necessità, non certo una concessione. Nella direzione che lo Spirito sta dando alla Chiesa non può essere questa la ragione del celibato. Anche perché è ormai evidente che la testimonianza fondamentale del Vangelo è soprattutto nella vita dei cristiani e non tra le mura della parrocchia.
Il matrimonio nel ministero ordinato: il diaconato uxorato
Dal Concilio Vaticano II la Chiesa latina, che a differenza della Chiesa orientale, non conosceva un ministero ordinato coniugato, ordina al diaconato anche uomini sposati. Una situazione nuova, sconosciuta in questa parte di Chiesa, che è appena iniziata.
Essa ci testimonia la possibilità di un ministero coniugato, data l’affinità nello scopo di questi due sacramenti, matrimonio e ordine; ma richiede anche l’avvio di una paziente ricerca, teologica e pratica, su come mettere in relazione l’essere sposati e ministri ordinati. L’equilibrio tra questi due sacramenti richiede molta chiarezza e pazienza.
Va anche sottolineato il fatto che questa prima esperienza di ministero coniugato potrà essere particolarmente importante per le future scelte della Chiesa in questo campo. Ma perché la stragrande maggioranza dei diaconi è coniugata? Possibile che il Signore, per mezzo della Chiesa, chiami al diaconato solo sposi?
La crisi del celibato-verginità: un kairos per la Chiesa
Fa riflettere come accanto a un’evidente crisi del matrimonio, fatta di separazioni, divorzi e soprattutto di fuga dal matrimonio, si presenti anche una fuga dal celibato, come forma stabile di vita di un credente, dimenticando che essere cristiani è rispondere a una chiamata. Non è facile capire questa situazione: certamente entrano in gioco diversi fattori come la precocità delle relazioni sessuali, la solitudine, il bisogno di quelle conferme affettive che sono talvolta mancate nell’infanzia e altre ragioni ancora.
Ma soprattutto è necessario, a mio parere, riproporre la vita cristiana come relazione con Cristo, nella Chiesa, perché solo dentro a questo incontro è possibile intuire la bellezza e la forza della verginità-celibato per il Regno dei cieli e anche del matrimonio-sacramento. Una occasione d’oro, un kairos, per ritrovare l’essenziale del ministero celibe e sposato: annunciare Gesù Cristo che ha dato se stesso per noi ed è vivo nella sua Chiesa, mentre attendiamo il suo ritorno.






Vorrei precisare che l’articolo qui pubblicato è parte della rubrica della rivista Presbyteri dal titolo: SPUNTI DI MEDITAZIONE. Non altro. Grazie. Giovanni Frausini
Che la “rinunzia al matrimonio” sia presentata nel XXI secolo quale scelta preliminare ed encomiabile per i presbiteri e i/le consacrati/e è quanto di più vetusto e astruso permane nella narrazione vocazionale, fonte pure di molti equivoci e ambiguità. Anche il matrimonio è una vocazione, dove si incontrano due intenzionalità diverse e convergenti, che la Chiesa riconosce e benedice. È da quell’atto che scaturisce il sacramento del matrimonio. Come si può parlare di rinuncia al matrimonio (che, nel caso, non esiste!)? Sottilmente sembra anzi che il matrimonio rappresenti una scelta riduttiva, quasi un’ovvietà antropologica e sociale. Anche per questo ha perso tanto del suo fascino. Sarebbe più congruo esprimere la cosa come rinuncia all’attività sessuale, pur preservando tutte le prerogative della sessualità personale, che non è affatto detto che siano o possano diventare più scadenti, eventualità tutt’altro che escludibile per gli ammogliati.
Altra distopia è evocare “la nostalgia di Dio per quella immagine di Lui presente in ogni coppia umana” (sic!). Che poi esistano “due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana all’amore: il matrimonio e la verginità” significa idealizzare due condizioni non immuni dalla travagliate vicende personali in cui l’amore è sempre messo a dura prova e misconoscere che di amore ce n’è (eccome!) nella moltitudine degli umani che ancora non si riconosce in queste specifiche scelte di vita, che in definitiva tocca a noi proporre come obiettivo.
Veramente sostiene che anche il matrimonio è in crisi. Ci si sposa poco e tardi e ci si separa molto di frequente. Credo voglia dire che lasciato solo all’umano il per sempre sembra diventare impossibile.
Frausini, che apprezzo essendo stato mio professore, sembra qui non fare alcun riferimento alla storia della Chiesa. La “materia” è più complessa di quanto si voglia far credere. Anche perché solo con la riforma gregoriana del’XI secolo nella Chiesa cattolica occidentale è stato imposto l’obbligo del celibato ecclesiastico (ciò significa che prima non c’era). Sicuramente articoletto che andrebbe approfondito.
No significa che non hai studiato. È dai tempi di San Paolo che si parla di celibato. La riforma gregoriana era non tanto perche i preti erano sposati, ma perchè per lo pìú vivevano in maniera del tutto disordinata il loro status e le relazioni con le “perpetue”, mi si passi il termine. Poi naturalmente anche perche non diventasse una pratica dividere i beni economici della chiesa/parrocchia/diocesi con eventuali eredi ecc.
Secondo me nelle pagine come questa si parte sempre dal presupposto che i movimenti di riforma debbano essere “liberalizzazanti”. Da un sistema chiuso a continuamente apribile. Ma le riforme servono a contrastare il lassismo. Prendi il movimento francescanio: Francesco, conventuali, spirituali, osservanza. La sfida è riuscire a mantenere la coerenza di vita iniziale.
È una questione di entropia: senza lavoro il disordine tende fatalmente ad aumentare. È più semplice buttare giù un muro o mantenere in ordine una stanza?
Puoi pure buttate giù tutti i muri ma poi o dormi all’aperto o devi ricostruirti un tetto.
Altrimenti finisci come gli Agnelli che un pezzo alla volta si stanno vendendo tutto. Può anche avere senso all’inizio razionalizzare le risorse, ma quando ti sei venduto tutte le risorse non hai più nulla da razionalizzare.
Io ho detto che con la riforma gregoriana si impone il celibato ecclesiastico. Ciò significa che come obbligo prima non c’era. Tanto che nella Chiesa ortodossa, che ha mantenuto la prassi antica, oggi ci sono i preti sposati. Mi scusi ma forse lei dovrebbe fare un ripasso.. P.S. Si ricordi che Pietro stando al Vangelo aveva la suocera, che Agostino aveva un figlio…
Il celibato è stato imposto per il disordine generale del clero, non per una forma di sadismo fine a se stesso. Che è il senso dell’articolo: il matrimonio è in crisi, il sacerdozio è in crisi, cosa ti garantisce che un prete che si sposa poi non finisca in crisi uguali? E’ di fatto lo stesso sacramento che implica una assunzione di responsabilità molto forte.
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una buca?»
In questo momento sia sacerdoti che laici sposati sono come ciechi, per cui non ha molto senso pensare che la soluzione possa venire dalla stessa categoria che è in crisi. La risposta può venire solo dall’apertura alla grazia. Poi ovvio che è una risposta puramente di fede, non hai alcun modo di provarla umanamente.