
La terza monografia del 2026 della rivista Presbyteri (3/2026) è dedicata alle diverse vocazioni che la Chiesa accoglie e suscita riconosciute come «frutto di un incontro personale con Cristo e risposte, diverse e complementari, all’amore di Dio. Il celibato, come dono per vivere il ministero ordinato o come voto di castità, e l’amore coniugale sono forme differenti (e senza gerarchia di valore!) con cui si realizza la sequela di Cristo e la chiamata a una vita di donazione a Dio e ai fratelli». L’intenzione è quella di «comprendere poi meglio in che modo presbiteri, consacrati, consacrate, sposi, diaconi possono aiutarsi, sostenersi, correggersi a vicenda e dare così testimonianza autentica di un amore generativo, gratuito, fedele». Firmano l’editoriale i coniugi Raffaele Speranza e Nadia Vincenzi, membri della Redazione di Presbyteri.
Nel frastuono di una contemporaneità che spesso confonde l’autonomia con l’isolamento e il successo personale con la realizzazione dell’essere, risuona ancora, provocatoria e magnetica, la parola vocazione. Non un semplice sinonimo di «carriera» o di «scelta di vita», ma una chiamata radicale che viene da «Qualcuno» e che chiede di essere incarnata qui e ora. All’interno del grande mosaico della Chiesa cattolica, questa chiamata trova le sue espressioni più alte, feconde e profetiche nel matrimonio cristiano, nel ministero ordinato e nella consacrazione verginale.
Per secoli, una certa spiritualità dualista ha rischiato di creare una gerarchia invisibile, un’archeologia dei meriti in cui la via del sacerdozio o della vita consacrata occupava il gradino più alto della perfezione cristiana, lasciando il matrimonio sullo sfondo come una sorta di «concessione» alla fragilità umana o come una via di seconda classe per la santificazione. Il Concilio Vaticano II ha spazzato via ogni equivoco, restituendo alla Chiesa la fulgida dottrina della chiamata universale alla santità[1]. Non esistono cristiani di prima e di seconda categoria. Esiste un unico battesimo, un unico Amore sorgivo e un’unica meta: la santità, intesa come la piena fioritura dell’immagine di Dio in ciascuno di noi.
Matrimonio e ministero ordinato non sono dunque due destini separati da un abisso, ma due modi diversi, speculari e complementari, di vivere l’unica vocazione all’amore e al dono di sé.
Ministri ordinati e sposi hanno creduto all’Amore
Che cosa spinge oggi un uomo e una donna a promettersi totale comunione davanti all’altare? E cosa spinge un uomo a stendersi sul pavimento di una cattedrale per ricevere l’ordine sacro? La risposta è identica: entrambi hanno creduto all’Amore.
Non si tratta dell’adesione a un’ideologia, né del fascino per un progetto altruistico. All’origine di entrambe le strade vi è un incontro con Gesù il Signore Risorto, l’esperienza di essere stati amati per primi in modo unico e personale. Sposi e ministri ordinati sono, innanzitutto, dei «conquistati» da Lui (Fil 3,12). Hanno sperimentato che l’Amore di Dio è affidabile, concreto, capace di riempire l’esistenza.
La loro risposta vocazionale non nasce da un senso del dovere morale, ma dalla gratitudine: poiché «gratuitamente hanno ricevuto e gratuitamente danno» (cf. Mt 10,8), davanti ad un amore così grande si può scegliere di rispondere spendendo la propria vita a testimoniarlo. Sposi e presbiteri sono i grandi innamorati della vita, coloro che hanno riconosciuto che il Signore è totalmente Altro, ma che si è fatto carne per noi e continua ad essere carne nel quotidiano di ciascuno.
Unica Grazia per risposte differenti
Per descrivere la bellezza della Chiesa e la varietà delle vocazioni, Papa Francesco nell’esortazione apostolica Christus vivit[2] ci presenta una delle immagini più efficaci: quella del poliedro. A differenza della sfera, dove ogni punto della superficie è equidistante dal centro ma identico agli altri, quasi ripetitivo, il poliedro ha molteplici facce, ognuna con la sua forma, la sua inclinazione e la sua specificità. Eppure, tutte le facce confluiscono verso lo stesso centro e compongono un unico solido.
La santità della Chiesa è precisamente poliedrica. L’unica luce dello Spirito Santo attraversa i battezzati e si rifrange in colori e sfaccettature differenti ed elargisce a ciascuno grazie e carismi, tanto che «nessun dono manca» (cf. 1Cor 1,5-7). Il matrimonio e il ministero ordinato sono due facce di questo splendido poliedro:
- Nel Matrimonio, la risposta all’Amore si fa carne nella reciprocità, nell’alleanza tra uomo e donna, diventando icona vivente della tenerezza di Dio e del suo legame indissolubile con l’umanità.
- Nel Ministero Ordinato nei suoi tre gradi, la risposta si fa totale disponibilità ecclesiale e pastorale, configurando il ministro a Cristo Capo, Pastore e Servo, che si dona interamente a tutti senza riserve e senza confini.
Le risposte sono diverse perché diversi sono i linguaggi e i segni, ma la sorgente che ha attirato a Sé è la stessa. La diversità delle risposte trova la sua confluenza in un unico obiettivo: tendere alla santità[3]. Tale cammino ha una forma particolare nel ministero diaconale che incarna in sé la vocazione al matrimonio e al servizio alla Chiesa.
Ma, riprendendo l’immagine di Papa Francesco, non c’è competizione tra le facce del poliedro: se una di esse si oscura, l’intero solido perde la sua luminosità. Quando una famiglia vive la santità, edifica il ministero ordinato; quando un ministro vive con gioia il suo ministero, custodisce e nutre la grazia delle famiglie. Non va dimenticato che spesso le vocazioni nascono all’interno di una famiglia.
L’apertura alla Vita: custodi della fragilità
Un elemento cardine che unisce profondamente il carattere del matrimonio e del presbiterato è l’apertura alla vita, la cura per i fragili e gli ultimi, l’accoglienza di tutti. Nella visione cristiana, la vita non è mai un diritto da pretendere o un prodotto da programmare, ma un dono da accogliere e custodire, specialmente quando si presenta nelle sue forme più deboli, indifese e ferite. In questo progetto le vocazioni sono chiamate a «lavare i piedi» (cf. Gv 13,1ss) ai fratelli come Cristo.
Negli sposi, questa apertura si manifesta primariamente nella procreazione responsabile e nell’educazione[4]. Ma la fecondità coniugale va ben oltre l’aspetto biologico. Si esprime nell’accoglienza di un figlio disabile, nel sostegno a un parente anziano e malato, nell’apertura della propria casa all’affido o all’adozione. La famiglia santa è quella che non si chiude nelle mura della propria casa, ma diventa un «ospedale da campo», espressione cara a Papa Francesco, capace di abbracciare la vita vulnerabile, la carne debole che il mondo scarta.
Nel ministro, l’apertura alla vita si traduce in una fecondità spirituale sconfinata. Egli genera continuamente alla vita di grazia attraverso il Battesimo e la Riconciliazione. La sua accoglienza della vita debole si sperimenta quando ascolta ore intere le miserie umane nel confessionale, quando visita gli ammalati negli ospedali, quando sta accanto a chi vive ogni forma di dramma e sofferenza.
Anche per chi compie la scelta della verginità per il Regno dei cieli, sia religiose che religiosi, essere aperti alla cura della vita in ogni sua condizione è parte del proprio DNA spirituale.
La vocazione chiede fedeltà: oltre la cultura del provvisorio
Oggi quando si parla di fedeltà sembra quasi di utilizzare una parola rivoluzionaria. Abitiamo una società liquida, dominata dalla cultura del provvisorio, del «va bene finché dura», del «soddisfatti o rimborsati» come un prodotto da supermercato che posso usare, cambiare e anche buttare via.
In questo contesto, sia il matrimonio che il ministero ordinato e la consacrazione religiosa appaiono come follie agli occhi del mondo, perché esigono un impegno totale ed eterno, sono profondamente controcorrente, ma il «per sempre» dice che la persona ha fatto il passaggio di orientare irreversibilmente la propria esistenza al Vangelo. La fedeltà cristiana non è la rigida esecuzione di un dovere giurato nel passato, né una resistenza stoica e incattivita contro il tempo. Essa è la dinamica stessa dell’amore che cresce. È la capacità di rinnovare il proprio “Sì” ogni mattina, adattandolo alle stagioni della vita.
Sia per vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose che per gli sposi, la fedeltà è possibile solo perché poggia su una fedeltà più grande: quella di Dio. Non si è fedeli per le proprie forze, ma perché ci si fida di Colui che ha promesso «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
La fedeltà è il sigillo della santità; è la prova che l’amore ha sconfitto la paura del futuro. E come ha scritto Papa Benedetto XVI, «Quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente»[5]. La gratuità deve essere, allora, il segno distintivo per costruire vere relazioni che facciano spostare l’attenzione dall’io al noi.
Questa apertura del cuore nasce dal sentirsi «misericordiati» cioè certi dell’Amore infinito di Dio che perdona i nostri peccati. Ma nel cammino si incontrano difficoltà e ostacoli. Nessuna via di santità è esente dalla croce. Non esiste matrimonio senza ferite, non esiste ministero o vita consacrata senza momenti di Getsemani.
La santità non è la perfezione morale ottenuta a colpi di forza di volontà, ma l’accoglienza della grazia divina dentro la debolezza di ciascuno. In questo spazio, la specificità delle vocazioni aiuta a vivere nella Chiesa una reale reciprocità e complementarietà delle vocazioni, correggendosi e sostenendosi l’un l’altro per realizzare un’autentica comunione e testimoniare efficacemente il Vangelo.
Matrimonio, ministero ordinato e verginità possono essere una profezia per il mondo moderno. La Chiesa del terzo millennio è chiamata a promuovere con forza questa visione poliedrica della santità. È urgente superare l’idea che la vocazione sia una scelta intimistica o un destino per pochi eroi solitari.
Ministri ordinati, religiosi e sposi, camminano insieme sui sentieri della storia. Avendo ciascuno creduto all’Amore, essi offrono al mondo la testimonianza che l’essere umano è fatto per l’eterno e che la felicità non sta nel possesso di sé, ma nella perdita di sé per il bene dell’altro. Custodendo la vita del debole e rimanendo saldi nella fedeltà oltre ogni logica di convenienza, queste vocazioni squarciano le tenebre del pessimismo contemporaneo. Esse gridano, con la forza dei fatti e della quotidianità, che l’Amore di Dio non è un’illusione, ma la roccia più solida su cui edificare l’eternità.
[1] Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (21 novembre 1964) § 39-42.
[2] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Christus vivit (25 marzo 2019) capp. VIII e IX.
[3] Papa Francesco, Udienza Generale, 19 novembre 2014.
[4] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (22 novembre 1981) § 14.
[5] Benedetto XVI, Enciclica Spe salvi (30 novembre 2007) § 2.






Si parla di ministri ordinati e di sposi, con qualche accenno ai consacrati.
Oggi forse si dovrebbe smettere di trascurare, nel discorso sulle vocazioni, chi è “semplicemente” Battezzato/a. Non ha comunque una vocazione a vivere la sequela di Cristo e a donarsi a Dio e ai fratelli? Non può essere comunque una persona che crede all’Amore? Sono infiniti i modi in cui la storia di una persona può prendere forma alla luce della fede in Cristo e con la forza della sua grazia.
Forse va presa più sul serio la frase “Non esistono i cristiani di prima e seconda categoria…”.
Considerando la mia età ritengo quanto esposto molto rivoluzionario rispetto alla consuetudine dottrinale di un tempo. Io lascerei un po’ da parte il solito problema dei preti sposati. La sostanza è un’ altra e trasversale, che attraversa chi si sposa, chi si affida alla vita religiosa. Oggi chi sceglie la propria vocazione a differenza di una volta è un adulto consapevole della sua scelta
Per me il cambiamento vero che attende la Chiesa è il riconoscimento dell’ accesso ai ministeri delle donne, che presuppone un effettivo sconvolgimento teologico e culturale. Ma va affrontato alla luce della parità di genere. Certamente si scontra con una mentalità maschilista recepita nella tradizione ecclesiale.
Forse quelle citate sono “formule fumose” solo per chi non forma con lo studio la propria coscienza? Per non far coincidere chi “non riesce a capire” con chi “non vuole capire”, si può iniziare dall’enciclica del Papa del Concilio, san Paolo VI, Sacerdotalis Caelibatus
Allora andiamo avanti così, perché su qualunque virgoletta della dottrina, del catechismo o del codice di diritto canonico troveremo sempre una frase di convinto sostegno da parte di qualche santo papa del passato più o meno remoto.
Di questo passo … restiamo immobili, anche su aspetti che con il centro del messaggio del Vangelo nulla hanno a che vedere, anzi a molti appaiono controproducenti.
Rimango convinto che la fedeltà al Vangelo sia altra cosa rispetto all’immobilismo dottrinale e pratico su aspetti del tutto secondari. Se è vero che la Chiesa ha da insegnare al mondo è anche vero che in molti casi dal mondo può anche utilmente/opportunamente/giustamente apprendere
Non si tratta di restare immobili, ma di essere coerenti e fedeli. Come due sposi che non si tradiscono per tutta la vita: ecco la nostra feconda castità. Come un sacerdote celibe e puro di cuore: ecco la sua feconda castità. Forse che una coppia di sposi è dinamica se ritratta l’amore nel quale sono una carne sola? E un prete che ha scelto il celibato è onesto con se stesso e davanti a noi se non vede l’ora di disfarsene?
Tralasciando le solite questioni trite e ritrite come immobilismo, aperture, blah blah…sarebbe interessante focalizzarsi sui “concetti” dal punto di vista antropologico (prima ancora che teologico)…la “fedeltà” è una cosa buona o no? Soprattutto: ci piace l’idea di poter essere (anche faticosamente) fedeli oppure non ci fa schifo? Vorremmo esserlo oppure non lo desideriamo nemmeno? Vorremmo che il nostro partner lo fosse oppure siamo contenti che ci tradisca senza se e senza ma? Si potrebbe fare gli stessi esempi per tanti altri concetti (es: la santità etc…) ma credo che l’idea sia già sufficientemente chiara così…
Mi pare una buona descrizione della dottrina tradizionale cattolica.
Non si dice, però, che sono ormai molti i buoni cristiani (sia dotti che semplici) che in buona fede e retta coscienza non riescono a capire per quale valido motivo chi si occupa di Chiesa non si possa anche sposare, fare sesso, avere figli biologici. Sul punto la dottrina tradizionale si affida in realtà a formule fumose (“totale disponibilità ecclesiale e pastorale, configurando il ministro a Cristo Capo, Pastore e Servo, che si dona interamente a tutti senza riserve e senza confini”), ritenute autorevoli non per la loro effettiva fondatezza (teologica o biblica), ma perchè ritenute convenienti dal punto di vista disciplinare o del governo della Chiesa.
Oltretutto, una maggiore apertura sul fronte familiare (per i preti), potrebbe affievolire la piaga del clericalismo, dovuto alla ingiustificata eccessiva separatezza del clero rispetto al cristiano comune.