Armenia: Karekin II a processo

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Il catholicos di tutta l’Armenia Karekin II all’uscita del tribunale dopo la prima seduta del processo a suo carico (foto di D. Ghahram).

Si è aperto il 7 agosto il processo a carico del catholicos delle chiesa apostolica armena, Karekin II, accusato assieme ad altri sei gerarchi del consiglio supremo di ostruzione alla sentenza di un tribunale civile che aveva riconsegnato il ruolo episcopale al vescovo Gevorg Saroyan.

Ma il processo, che si potrebbe concludere con la condanna a due anni di carcere, si è subito interrotto per le dimissioni del giudice, Hakob Manukian, che ha invocato un suo possibile conflitto di interesse. L’evento è clamoroso. È la prima volta nella storia di una Chiesa che ha 17 secoli sulle spalle e ha costituito da sempre uno dei fondamenti dell’identità armena che si registra un fatto così «inquietante e inaccettabile» come l’ha definito il patriarca armeno di Gerusalemme.

Tutti i parlamentari dell’opposizione si sono presentati per sostenere il catholicos assieme a migliaia di persone. Ritornando in episcopio il gerarca ha detto: «Constato con rammarico che la nostra santa Chiesa e il nostro clero sono perseguitati dalle autorità. Sono stati avviati procedimenti illegali contro i leader della Chiesa e i benefattori nazionali, che hanno portato ad arresti e restrizioni della libertà».

A sua difesa si sono schierati la gran maggioranza dei vescovi e del clero, l’altro catholicos armeno (della Cilicia, residente in Libano), il patriarca armeno di Gerusalemme, i vescovi di Siria, Germania, Iraq, l’organismo caritativo della diaspora (Unione generale armena di carità) e la diocesi armena e il consiglio delle organizzazioni armene di Francia.

Ma il consenso ecclesiale e della diaspora non spegne le critiche interne al catholicos accusato di aver censurato oltre 150 membri del clero (fra cui quattro vescovi) per la loro richiesta di riforme della Chiesa e per la loro contrarietà alla sua posizione “politica” filo-russa e politicamente troppo vicina all’opposizione e all’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan.

Senza dimenticare che il fratello, Yzras Nersisyan, è vescovo della diocesi armena in Russia, è stato collaboratore e informatore dei servizi segreti russi (secondo la polizia armena) e gode della stima di Putin.

Un conflitto che viene da lontano

I precedenti immediati del processo sono la rimozione del vescovo Gevorg Saroyan e la sua dimissione dallo stato clericale (27 gennaio 2026), che un tribunale civile ha rimesso al suo posto contro la decisione ecclesiastica. In ragione dell’opposizione alla sentenza il governo ha impedito al catholicos e ai vescovi del consiglio supremo di celebrare un sinodo a St Pőlten (Austria) che si svolto come semplice assemblea episcopale.

Nel 2024 l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, aveva guidato un movimento popolare con il sostegno del catholicos chiedendo le dimissioni del primo ministro Nikol Pachinyan, come il catholicos aveva già fatto nel 2020. A sua volta Pachinyan aveva accusato Karakin II di aver violato il voto monastico di celibato e quindi di non essere in grado di guidare la Chiesa, sostenendo la protesta di una decina di vescovi e una trentina di preti che ne chiedevano la testa.

Il conflitto fra i due si avvia già nel 2018, quando Pachinyan giunge al potere: viene tolto il passaporto internazionale ai vescovi come anche la protezione della polizia al patriarca, si sopprime il servizio pastorale nelle carceri e si limita quello alle forze armate.

Il conflitto si esaspera con la guerra perduta contro l’Azerbaigian (2020-2023), la fuga di 100.000 armeni dall’enclave del Nagorno-Karabakh, la “pace dei vinti” firmata a Washington l’8 agosto 2025, il sospetto che la distensione con la Turchia possa oscurare la richiesta di riconoscimento internazionale del genocidio armeno. Su tutti questi temi i due leader si contrappongono.

La giustificazione e l’interpretazione di quanto sta succedendo si declinano su tre versanti: la piena acquisizione della laicità dello stato, la necessità di una formalizzazione giuridica dei rapporti fra Chiesa e stato, il cambiamento della collocazione dell’Armenia nella nuova mappa geopolitica mondiale.

Fra laicità, concordato e geopolitica

Per Harutyun Harutyynyan, professore all’università statale di Erevan, il processo in atto costituisce una spallata al vecchio equilibrio, alla vecchia scuola del KGB che «garantiva che l’Armenia rimanesse sotto il dominio russo e non si avvicinasse minimamente all’Occidente». Stabilisce «la vittoria della laicità rispetto a una forma di cooperazione storica consolidata tra stato e Chiesa nazionale. Si tratta della definitiva separazione tra politica e religione in questo paese che è stato il primo nella storia a riconoscere il cristianesimo come religione di stato nel 301 dopo Cristo» (Katholisch.de, 7 agosto).

Per René Dzagoyan (Nouvelles d’Armenie en ligne, 8 agosto) quanto sta succedendo mostra per la prima volta come una giurisdizione civile voglia sospendere gli effetti di una decisione che la Chiesa considera esclusivamente propria, entro il diritto ecclesiastico. Il catholicos davanti ai giudici mostra come «tutto il sistema di relazioni fra lo stato armeno e la Chiesa apostolica si ritrova sul banco degli accusati».

La formulazione della costituzione del 1995 che proclama la separazione dello stato dalla Chiesa riconoscendo a questa una missione eccezionale nella vita spirituale del popolo armeno è ancora priva di una declinazione adeguata e precisa in materia di patrimoni, di fiscalità, di trasparenza finanziaria, di modalità per affrontare i dissidi. Manca cioè una sorte di concordato o di legge che dia ordine e misura alla relazione stato-Chiesa.

Molto più comune fra i commentatori è la collocazione dello scontro personale fra Karekin II e Pachinyan, fra la Chiesa e lo stato, entro il nuovo contesto geopolitico mondiale.

Il governo sta traghettando il paese fuori dell’orbita tradizionale di una “appartenenza” filo-russa in una collocazione di autonomia politica più prossima alla cultura dell’Occidente. Tre fatti possono dare il senso dello spostamento.

L’esito delle elezioni legislative del 7 giugno scorso conferma la maggioranza del partito “Contratto civile” di Nikol Pachinyan (64 seggi) rispetto all’opposizione pro-russa di “Armenia forte” (29 seggi) e “Alleanza armena” (12) e quindi legittima l’indirizzo del governo.

Il secondo fatto è l’assenza di Pachinyan all’incontro dell’Unione economica euroasiatica (Astana 29 maggio) presieduta da Vladimir Putin. L’alleanza economica che rappresenta la maggiore area di mercato per l’Armenia è sempre più distante da Erevan. I paesi partecipanti hanno chiesto a Pachinyan di chiarire la sua collocazione, hanno preteso (invano) un referendum popolare in merito e la Russia ha provveduto a severi limiti sul piano commerciale (senza però toccare le forniture decisive del gas).

Il terzo evento è la celebrazione a Erevan della riunione della Comunità politica europea (4 maggio), un forum che riunisce l’insieme dei paesi dell’Unione Europea, i paesi viciniori, il Regno Unito, i paesi balcanici e il Canada e il successivo incontro fra UE e Armenia (5 maggio). La firma dell’accordo di pace con l’Azerbaigian sotto il patrocinio del presidente statunitense D. Trump ne rappresenta il coronamento.

Esposizione al rischio

L’elemento più discutibile è l’azzardo di rischiare lo scontro con il tradizionale legame alla Russia che ha condizionato, ma anche garantito l’Armenia e di pretendere di forzare gli indirizzi della Chiesa secondo metodi (legislativi, giudiziari, amministrativi) più vicini alla tradizione sovietica che al sistema giuridico democratico.

Un paese fragile (poco più di tre milioni di abitanti con 7 milioni in diaspora), stretto fra due “nemici” come l’Azerbaigian e la Turchia e fuori dai giochi internazionali che contano è perennemente esposto all’implosione.

Così si esprimeva il prof. Aldo Ferrari dell’università Ca’ Foscari di Venezia: «Non vorrei sembrare drammatico, ma non conosco altri paesi al mondo altrettanto a rischio di esistenza come la Repubblica di Armenia. L’unico caso simile, se vogliamo, è quello di Israele dato che alcuni tra i paesi vicini esprimono il desiderio della sua eliminazione. Ma con una colossale differenza tra la forza di Israele – che è anche una potenza nucleare – e quella dell’Armenia. Mentre nessuno oggi può realisticamente cancellare Israele, per l’Armenia non si può dire altrettanto. Le pretese territoriali dell’Azerbaigian sul territorio armeno – che sono potenzialmente genocidarie – sono espresse a livello ufficiale, come è possibile verificare sui siti ufficiali del Paese».

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