
È risorto (Graham Braddock).
Caro Vito,
ti ringrazio sinceramente per la passione, la prontezza e il rigore con cui hai inteso replicare ai miei articoli pubblicati su SettimanaNews. Il fatto stesso che due percorsi intellettuali e spirituali diversi si incrocino sui nodi incandescenti della teologia è un segno di salute per la cultura del nostro tempo.
La chiarezza epistemologica non è “polizia semantica”
Nel tuo intervento lamenti una presunta «mancanza di profondità qualitativa» nei miei scritti, dandomi persino del «poliziotto semantico» per aver qualificato il tuo pensiero come ateologia o teiologia. Permettimi di rassicurarti: non vi è in me alcuna volontà inquisitoria, né l’intenzione di impugnare la parola come un «manganello retorico». La teologia cattolica — che mi onoro di servire nella Chiesa e nella Pontificia Accademia di Teologia — non ha bisogno di difendersi con la forza dell’autoritarismo, piuttosto con lo splendore dell’argomentazione e la «carità intellettuale».
Tuttavia, chiamare le cose con il loro nome non è «polizia semantica»: è onestà epistemologica. Quando uso il termine teiologia non intendo affatto offenderti o negare la nobiltà del tuo cammino interiore. Intendo semplicemente chiarire un confine metodologico solido: un conto è la teiologia (un discorso filosofico e spirituale sulla trascendenza o sull’idea del divino, ammissibile anche fuori dal cristianesimo e accessibile alla sola ragione naturale); un altro conto è la teologia cristiana e cattolica, che non è un’invenzione concettuale del soggetto, ma il «sapere della fede» (intellectus fidei) nato dall’Incontro storico, reale e sacramentale con il Verbo incarnato, crocifisso e risorto.
Se tu rivendichi la sovranità della retta coscienza (principio che la grande tradizione da Tommaso d’Aquino al Concilio Vaticano II riconosce pienamente) per decretare che la carne di Gesù non ha un’efficacia salvifica unica, che i sacramenti non trasmettono la grazia, che il magistero ecclesiale è un fardello superfluo e che la risurrezione non è un evento reale accaduto a Gesù, sei liberissimo di farlo. Tuttavia devi avere l’onestà di ammettere che questo tuo «gesuanesimo» o «neo-cristianesimo» si colloca spontaneamente fuori dal perimetro della teologia cattolica. Non si tratta di una condanna personale, ma di un atto di trasparenza verso i lettori che non sanno – come me- che la cosa era stata “accertata prima” (tu citi il card. Ruini).
Nella tua replica sostieni che io avrei «eluso» i punti centrali del tuo libro. In particolare, mi accusi di non aver risposto a due tue obiezioni di fondo: la critica alla teologia del «sangue vittimale» e la negazione della «risurrezione come fatto storico». Accetto volentieri la sfida: entro subito nel merito di queste due questioni, per “dimostrare” (per quel che può valere una dimostrazione cogitante di un teologo dogmatico che non sarebbe a causa dei dogmi un “libero pensatore” e, dunque, un pensatore e basta!) che stai combattendo una grottesca caricatura di frange della teologia cattolica obiettivamente discutibili. Dicendo “caricatura” non nego che anche nella predicazione popolare ci siano i contenuti “grotteschi” di certe false immagini di Dio, contro cui io stesso mi scaglio nei tre volumi su Teologia in ginocchio, editi presso Ancora, dove mi impegno a mostrare come il cristianesimo è stato da sempre “post-teista” nel testimoniare il Dio trinitario, solo e sempre amore.
Oltre il “Dio violento”: la vera teologia del sangue e della croce
Tu ribadisci con forza la tua tesi soteriologica, sintetizzata in una battuta che riscuote sempre un facile consenso nell’opinione pubblica secolarizzata: «Un Dio che ha bisogno del sangue del figlio sulla croce per perdonare… non è precisamente un Dio di misericordia». E per convalidare questa tua accusa di “sadismo divino”, citi a piene mani i testi neotestamentari (come Eb 9,22: «senza spargimento di sangue non c’è perdono», o Rm 3,25 sul kapporet/espiazione), gli scritti di Agostino, Anselmo e perfino il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Qual è il vizio di fondo del tuo ragionamento, a mio modesto avviso? Tu pretendi di abbattere il dogma cattolico attaccando una sua deformazione giuridico-soddisfazionista (sviluppata da certa teologia medievale ed esasperata dal protestantesimo penale), come se la Chiesa fosse rimasta ferma alla teoria del risarcimento dell’onore divino offeso! Tu non ti accorgi — o fingi di non accorgerti — che la grande cristologia cattolica contemporanea (da Joseph Ratzinger a Hans Kessler, da Gerald O’Collins a Marcello Bordoni, fino a Giovanni Mazzillo, Giacomo Canobbio e PierAngelo Sequeri e Piero Coda) respinge esattamente la stessa caricatura di un “Padre sadico e irato”, offrendo una comprensione della Croce infinitamente più profonda, non violenta e intimamente trinitaria.
Rileggiamo insieme le Scritture senza le lenti del razionalismo positivista.
La semantica ebraica del sangue: nell’antropologia biblica (cfr. Lv 17,11), il sangue non è il trofeo di un macello o l’ingrediente di un rito pagano, ma è il simbolo della vita. Quando la Scrittura afferma che la salvezza avviene «nel sangue di Gesù», non sta dicendo che Dio si compiace della tortura fisica del Figlio! Sta dicendo che la redenzione si compie nella donazione totale della vita di Gesù, un’obbedienza d’amore che spinge il dono di sé fino alle estreme conseguenze.
Il capovolgimento del Kapporet (Rm 3,25): quando san Paolo applica a Gesù il termine hilastèrion (il coperchio dell’arca dell’alleanza su cui si aspergeva il sangue nel giorno del Yom Kippur), non sta teorizzando un Dio sanguinario. Come spiega magistralmente Joseph Ratzinger nel secondo volume di Gesù di Nazaret, avviene qui un capovolgimento cosmico del culto: nel rito antico l’uomo cercava di placare la divinità con il sangue degli animali; sulla Croce di Cristo è Dio stesso che prende l’iniziativa! Non è l’uomo che offre sangue a Dio per ingraziarselo, ma è Dio che versa la propria vita per l’uomo!
La transustanziazione della violenza nell’Ultima Cena: Gesù non è stato “mandato al patibolo” da un Padre giustiziere. La sua morte è il risultato storico dell’odio umano, dell’iniquità e del rifiuto del suo annuncio della basileía (Regalità di Dio), come evidenzia bene Giovanni Mazzillo. Nell’Ultima Cena, anticipando sacramentalmente il Golgota, Gesù compie il miracolo supremo: prende la violenza che gli verrà inflitta dai carnefici e la trasfigura dall’interno in un atto di amore obbediente (Hingabe). Sulla croce, l’Immensamente Puro entra in contatto con tutto lo sporco e la violenza del mondo e li assorbe, annullandoli nell’abisso della sua misericordia.
Il sangue che parla meglio di quello di Abele (Eb 12,24): il sangue di Abele gridava dal suolo chiedendo vendetta e punizione. Il sangue di Gesù versa riconciliazione e perdono. Quando preghiamo con san Paolo che siamo «giustificati nel suo sangue», la fede cattolica non celebra la tortura, ma celebra l’Amore vicario del Figlio che non risponde al male con il male, ma vince il male con il bene!
Vedi allora dove sta l’errore di una “soteriologia senza redenzione”? Tu dici che «ciò che salva è solo il bene e l’amore», e fin qui saremmo tutti d’accordo. Tuttavia la tua illusione pelagiana (tu stesso mi dicesti a Catania, rigettando le accuse di gnosticismo che Forte e Coda ti mossero a quei tempi, che meglio ti interpretavi come “pelagiano”) sta nel credere che l’uomo, con le sue sole forze naturali e mediante un puro sforzo di volontà della propria coscienza, sia capace di realizzare questo bene di fronte alla brutalità del male e della morte! La Croce ci dice che l’amore umano da solo soccombe; abbiamo bisogno che l’Amore divino s’incarni nella nostra carne fragile e la riscatti. La Croce non è un sacrificio penale, ma l’epifania dell’Amore sviscerato di Dio. Dunque per il cattolicesimo il problema non sono le “espressioni liturgiche” in cui il linguaggio vittimale pur esiste, ma la sua comprensione e predicazione pastorale per il popolo perché non si confonda: è un problema di onesta comunicazione.
Il realismo della Pasqua: perché la risurrezione non è un’idea della mente
Veniamo ora al secondo punto su cui sostieni che io ti avrei attribuito tesi non tue: la Risurrezione di Gesù.
Tu protesti vivacemente perché ti ho accostato all’esegesi razionalista di Gerd Lüdemann o David Friedrich Strauss, rivendicando che nel tuo libro non parli di «allucinazione psicogena» o di «elaborazione del lutto», ma che ti limiti a «sospendere il giudizio» sulla risurrezione, definendola un «evento escatologico avvenuto nell’eternità» e non un «fatto storico».
Caro Vito, parliamoci con estrema chiarezza. Quando tu affermi pubblicamente — e cito la tua viva voce — che «se si crede nella risurrezione, non la si deve intendere come un evento storico, quasi che il cadavere di Gesù fosse stato rianimato», e quando sostieni che la risurrezione risplende solo «nella coscienza morale di chi resta», tu stai compiendo un’operazione di radicale smaterializzazione della Pasqua.
Rispondo alla tua obiezione distinguendo ciò che la dogmatica cattolica afferma da ciò che la tua “ateologia” fraintende.
La Risurrezione non è la rianimazione di un cadavere (l’equivoco di Lazzaro): su questo punto la teologia cattolica è perfettamente d’accordo con te, ma per ragioni opposte alle tue! La Risurrezione di Gesù non è il ritorno alla vita biologica di prima, come è accaduto a Lazzaro o al figlio della vedova di Nain, i quali sono tornati in questo tempo cosmico per poi morire di nuovo. Come spiegano Ratzinger, Hans Kessler e Giacomo Canobbio, la Pasqua di Cristo è un «salto ontologico», una «mutazione decisiva» nell’evoluzione dell’essere. Il Risorto non rientra nello spazio e nel tempo ordinario (e poi quali “spazio e tempo”, quelli assoluti di Newton, di cui si servì Kant nel suo schematismo trascendentale? o quelli della relatività generale di Einstein? O ancora quelli inesistenti della meccanica quantistica?), ma entra nella dimensione definitiva di Dio, inaugurando la Nuova Creazione.
Il realismo della tomba e la trasformazione della carne: qui si consuma il nostro abisso epistemologico. Sebbene la Risurrezione trascenda le leggi fisiche immanenti (al punto che, come nota Kessler, «una videocamera messa nel sepolcro non avrebbe ripreso nulla» perché la risurrezione è uscita dal tempo cosmico), essa non è un mito disincarnato! Essa ha comportato una reale e oggettiva trasformazione della materia e del corpo stesso di Gesù. Come dimostra magnificamente Giacomo Canobbio nel suo recente trattato Sulla risurrezione (2026), non si può pensare teologicamente la Pasqua senza il riscontro reale della sparizione del cadavere e del sepolcro vuoto. Se il cadavere di Gesù fosse rimasto a marcire nella terra di Palestina — come ammette sconsolato Lüdemann (ma anche Gamberini -meno sconsolato- se non ricordo male in Deus 2.0) e come la tua “sospensione del giudizio” lascia spalancato —, allora la Risurrezione è una bugia, la morte ha vinto, e la fede cristiana è la più tragica delle illusioni.
Eventi storici (historisch) ed eventi reali (geschichtlich): tu dici che la risurrezione non è un fatto storico. Se con “storico” (historisch) intendi un fatto empirico analizzabile in laboratorio con i metodi del positivismo storiografico (i quali funzionano solo per analogia e correlazione con i fatti ordinari), è evidente che la Pasqua fuoriesce da quella gabbia. Eppure la Risurrezione è un evento reale (geschichtlich) ed extra nos (al di fuori del soggetto) che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia! L’origine della fede pasquale non nasce da una “riflessione interiore” o da un’elaborazione del trauma da parte di Pietro e dei discepoli, ma dall’automanifestazione libera e sconvolgente del Risorto. I discepoli non hanno proiettato un desiderio: sono stati conquistati da una Realtà che li ha trasformati da paurosi fuggitivi in martiri intrepidi.
La protesta della Giustizia per le vittime della storia: c’è un’ultima, immensa questione che interpella il tuo “gesuanesimo”: la teodicea. Se la Risurrezione è soltanto una “idea della coscienza” e non un fatto reale operato dalla potenza di Dio sulla carne di Gesù, allora la storia umana rimane tragica e disperata. Il Venerdì Santo sarebbe l’ultima parola: i carnefici, i tiranni e gli ingiusti avrebbero vinto per sempre, e Gesù di Nazaret sarebbe soltanto l’ennesimo martire fallito schiacciato dalla brutalità del potere. Nessuna “ispirazione etica” nel presente potrà mai risarcire le lacrime e il sangue delle vittime del passato! La Risurrezione reale del Crocifisso è la protesta della Giustizia di Dio: è la garanzia che il male non ha l’ultima parola e che la carne degli innocenti sarà risorta e glorificata.
Il cortocircuito della “armonia a prevalenza Cristo” e la custodia di Calcedonia
Nella tua replica rivendichi con orgoglio la tua formula teologica centrale: l’«armonia a prevalenza Cristo» (ispirata a Panikkar, Hick e Küng). Tu scrivi testualmente che, dopo aver distinto il Gesù storico dal Cristo della fede, occorre far prevalere il “Cristo” perché «dalla storia ci si deve salvare, ed è solo il Cristo, in quanto mediatore dell’eterno, che può salvare».
Caro Vito, affermare che «dalla storia ci si deve salvare» significa capovolgere la logica stessa dell’Inizio cristiano. Il cristianesimo non annuncia una salvezza dalla storia o dalla carne verso un’Idea universale e acosmica; annuncia la salvezza DELLA storia e DELLA carne! Contro ogni forma di gnosticismo e di docetismo. O Logos sarx egeneto: il Verbo non si è “mascherato” da uomo, si è fatto carne (Gv 1,14). Caro cardo salutis: la carne è il cardine della salvezza (Tertulliano).
Se tu separi il “Cristo” da “Gesù”, trasformando Cristo in una funzione simbolica universale “prevalente” rispetto all’uomo contingente di Nazaret, tu rendi la carne di Gesù del tutto interscambiabile con quella di Buddha, di Socrate o dei testi del Libro dei Morti egizio (come tu stesso ammetti quando neghi la “novità assoluta” di Cristo).
Diversamente, il Concilio di Calcedonia (451 d.C.) ha definito per sempre che in Gesù Cristo vi sono due nature, divina e umana, unite nell’unica Persona del Figlio, «senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione». Questa non è un’astrusità metafisica: è la custodia della nostra dignità! Il dogma di Calcedonia ci dice che l’umanità concreta di Gesù non è un involucro provvisorio da scartare per salire all’Idea, ma è l’umanità bella, riuscita e perfetta, l’originale su cui siamo stati creati.
Il “cristocentrismo obiettivo” che io difendo (sulla scia di Gronchi e Moioli) non è affatto un «colonialismo teologico» o una «volontà di potenza», come tu ingiustamente scrivi. È la consapevolezza gioiosa che ogni germe di bene, di bellezza e di verità presente in qualunque cultura o filosofia (i semina Verbi di san Giustino) trova la sua pienezza e il suo compimento nell’unico Volto del Risorto. Non siamo noi che “colonizziamo” gli altri: è Cristo che, essendo il Logos preesistente in cui tutto è stato creato (Col 1,16), attraversa la storia di ogni uomo e la condensa nel suo Amore!
Oltre il “disprezzo” per rivedere le stelle del dogma
Caro Vito, permettimi di chiudere con un’ultima, necessaria chiarezza sul piano delle intenzioni e del tono.
Tu mi rinfacci un presunto «disprezzo» verso il pensiero moderno e verso le correnti illuministe che difendi molto bene, per averle assimilate e fatte tue nelle prospettive di fondo. E però, anche io ti chiedo: dove avrei mai usato, nei miei articoli o nelle mie parole, il linguaggio del disprezzo? In me non c’è alcun disdegnoso rifiuto della ragione moderna! C’è soltanto la bruciante, ineludibile urgenza di uscire dal «Metaverso illuminista», da quella gabbia immanentistica che riduce il reale a ciò che è misurabile e la fede a una pia opzione etica. Come Dante nell’Inferno, il mio non è disprezzo per la notte, ma passione per la luce: l’urgenza di gridare che è possibile spezzare le catene del razionalismo e «quindi uscimmo a riveder le stelle»! Le “stelle” della trascendenza reale, della bellezza del Mistero, della carne risorta di Cristo!
Se proprio vogliamo parlare di «disprezzo» (ma l’espressione è tua), l’impressione — amara — è che esso risieda piuttosto nella tua sistematica svalutazione dell’autorità della Chiesa e del Dogma della Tradizione, puntualmente svuotato di ogni suo contenuto ontologico. Tu liquidi i dogmi come sovrastrutture coercitive o reperti fossili di un’epoca arcaica. Eppure la costituzione conciliare Dei Verbum (al n. 8) ci insegna che la Tradizione apostolica non è un museo di pietre morte né un prontuario immobile: essa cresce e si sviluppa organicamente nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo (crescit enim tam verborum quam rerum perceptio), affinché l’unica e immutabile fede risplenda di luce sempre nuova nei diversi contesti storici. Sviluppare il dogma non significa svuotarlo, ma farne fiorire la ricchezza!
È qui che la tua proposta dell’«armonia a prevalenza Cristo» mostra la sua insostenibile fragilità. Domando a te e ai tuoi lettori: il tuo “Cristo prevalente” custodisce ancora la densità e la sostanza dell’homoousios del Credo Niceno-Costantinopolitano? Ha ancora in sé la verità scandalosa e salvifica di quel «della stessa sostanza del Padre», vero Dio da vero Dio, che si è fatto uomo e si offre nei Sacramenti? Oppure il tuo Cristo è diventato soltanto un’etichetta scolorita, un guscio semantico svuotato della divinità ontologica per compiacere lo spirito del tempo?
Caro Vito, la nostra controversia non è un “duello personale”, ma la testimonianza di una frattura profonda. Tu proponi una spiritualità “adulta”, de-dogmatizzata, una teiologia della coscienza autonoma che riduce il Vangelo a una sapienza etica orizzontale. Io propongo la «Teologia in ginocchio», la «Pop-Christology» e «l’Illuminismo cristico»: un sapere rigoroso e appassionato che non teme di utilizzare i linguaggi popolari delle arti e delle canzoni per cantare la bellezza del Dio-Agape, ma che si rifiuta categoricamente di svuotare la Croce della sua forza salvifica e la Pasqua della sua carne.
Certo, la mia teologia è dogmatica. E però, da quando il dogma sarebbe una minaccia per la libertà di pensiero e dunque per il pensare autenticamente? Questa obiezione vive di un pregiudizio tipicamente moderno: la separazione tra fede e ragione, di cui Heidegger — con la sua opposizione tra il pensare e il credere — è stato uno dei più influenti divulgatori. È lo schema illuminista che decreta che chi pensa a partire dal dogma, in realtà non pensa, perché non sarebbe libero. Ma è un banale pregiudizio, non un argomento. Il confronto autentico comincia proprio dal superamento di questo pregiudizio. A questa condizione un confronto rigoroso è possibile: sono sicuro che la Pontificia Accademia di Teologia, è pronta ad accoglierti per un dibattito pubblico e leale, purché ci si confronti sulle cose essenziali: se la salvezza sia il frutto di un’autosalvazione etica della coscienza oppure il dono sconvolgente di un Dio che si è fatto carne, è morto per amore ed è realmente risorto dal sepolcro per la nostra vita eterna.






Esorto gli accaniti lettori ed elogiatori di V.Mancuso ( e di altri autori + o – su similare lunghezza d’onda) a leggere o rileggere : l’ INTERA TEOLOGIA RATZINGERIANA- a partire da Introduzione al Cristianesimo e dai bellissimi volumi su Gesu di Nazareth; Giorgio Sgubbi, Il Logos è Amore ( sorta di epitome di punti centrali di Ratzinger); Ipotesi su Gesu,e Dicono che è risorto- del grande STORICO Vittorio Messori ( al lavoro sempre sui documenti originali); Bollore’ e Bonassie’s, Dio- la scienza- le prove- l’ alba di una Rivoluzione ; Simone Weil, Attesa di Dio; i volumi specie ultimi sulla S.Sindone, dimostranti incontrovertibilmente la sua origine documentaria incredibilmente profonda : un “Selfie” di Gesù nell’ atto di risorgere !!! Dopo tutto ciò e molto altro ancora, il volume ” neo- gnostico” di Mancuso si scioglie come gli aforismi di don Ferrante nei Promessi Sposi. Anche xchè ” È LO SPIRITO ( SANTO) CHE GIUDICA DELLO SPIRITO”; mentre questo autoreferenziale inutile volume è scritto ” di testa” e non ” con Sapientia Cordis”, che solo lo Spirito del Risorto sa donare agli umili ed ai puri di cuore!!! Dr Corrado Lagazzi medico chirurgo in Parma
Teologia fedicida che vede schierata da una parte quella, da santa inquisizione ,di Stagliano’ e dall’altra la bancarellara di Mancuso, in un contesto apologetico, di plastica ,usa e getta , soltanto a immaginare quello che rimane. Il niente della teologia, che ha contribuito a sancirne il daspo dal contesto accademico. Uno stucchevole e tictoctettaro bla bla bla riproposto, da qualche mese , a scadenza “settimanale news”, tra solerti teologi , neo/post , pro domo sua, che si sbracciano per approfittare di piazzare l’invenduto: altro che teologia rapida! Resta comunque sempre valida la proposta di procrastinare. questo teatrino di convenevole ipocrisia , tra le tende e le croci di Gaza, in un corpo a corpo di quelli che, ancora resistono, per .incontrare in carne e ossa, con a prevalenza di ossa ,il volto del Dio di Gesù Cristo!
Mah…non sono d’accordo. Cmq quando si contrappone la teologia alla carità mi sembra si sia lontani dal servizio che questa svolge….
Gent.mi, voglio qui ricordare un grande pensatore, prete cattolico, filosofo, teologo, mistico, Raimon Panikkar, alla cui opera Vito Mancuso si ispira in buona misura. Per me Panikkar è un riferimento centrale, confortato anche dal giudizo favorevole espresso dal card.le Ratzinger prima di essere eletto Papa, e quando analizzò nel suo Ufficio i testi paniķkariani. Cordiali saluti
Giorgio Taffon
Ma Panikar non ha mai affermato di non aderire o di rifiutare i dogmi della dottrina cattolica. Mancuso si. Ma perche’ volete renderlo un cattolico se lui stesso non lo vuole essere? Perche’ essere piu’ realisti del Re? Mancuso pubblicamente rigetta I Dogmi gdella Dottrina cattolica. Perche’ non prendetelo sul serio?
Secondo me non lo contrappone a Mancuso, ricorda solo che su una parte degli argomenti mancusiani già Panikkar ha fornito un ottimo contribuito. Poi Panikkar non è facilissimo da leggere, almeno per quello che ho provato io (Gifford Lectures), è meno pop..
Penso che ogni essere umano che viene al mondo abbia un unica vocazione: diventare essere umano in pienezza…l’attuazione di questa vocazione si basa su due paradigmi: quello di Adamo ed Eva e quello di Caino ed Abele. il Giardino dell’Eden non è un avvenimento del passato, ma una situazione in cui ogni essere umano si trova: l’albero del bene e del male e’ davanti a ciascuno per la propria decisione e scelta. Noi tutto siamo Adami ed Eve che mordicchiano il frutto proibito, non così Gesù, uomo in pienezza, nuovo Adamo, in tutto uguale a noi eccetto il peccato…Anche la storia di Caino e Abele non e’ una storia del passato, ma una storia sempre attuale: siamo noi Caino ed Abele, la nostra scelta ci fa essere un Caino o un Abele, solo che c’è un grande equivoco in questo; si e’ esaltata e si continua ad esaltare la violenza e la forza e si schernisce la non violenza. Una volta per tutte e’ necessario affermare che chiunque usa violenza e forza si muove nel subumano. Siamo umani solo quando rinunciamo all’uso della violenza, della forza, dell’imposizione, delle liti, della guerra…Anche qui Gesù è Abele. La vocazione a pienezza di umanità è per tutti, ma questa chiamata è ostacolata, contrastata, repressa…. Gesù ha realizzato in pieno questa vocazione contro ogni tentazione, contro ogni persuasione diversa, contro ogni minaccia, contro ogni pericolo, e’ salito in croce, ma l’Uomo “Ecce Homo” non è annientabile. Con lo sbalordimento dei discepoli di fronte al sepolcro vuoto, comincia la comprensione e constatazione di chi è un Uomo. Ecco perché non possiamo fare a meno di consegnarci alla Sua amicizia…possiamo maneggiare altre perle preziose, ma per la Perla di gran valore si danno via tutte le altre. Il Crocifisso morto e risorto è big bang, chiave della storia, che porta l’umano a naufragare nell’eterno realizzando il destino beato del mondo contro ogni negazione.
Cito testualmente dalla “Risposta”: “La Scrittura afferma che la salvezza avviene «nel sangue di Gesù», non sta dicendo che Dio si compiace della tortura fisica del Figlio! Sta dicendo che la redenzione si compie nella donazione totale della vita di Gesù, un’obbedienza d’amore che spinge il dono di sé fino alle estreme conseguenze.” Ma se Dio non si compiace della “tortura fisica” del Figlio, perché l’ha comunque auspicata / voluta / permessa? Perché la redenzione si è dovuta compiere “nella donazione totale della vita di Gesù”, cioè con l’esporsi da parte di Gesu’ alla “tortura” in questione? “obbedienza d’amore che spinge il dono di sé fino alle estreme conseguenze”: ma perché il Padre esige che il Figlio obbedisca fino alle “estreme conseguenze”?
“sulla Croce di Cristo è Dio stesso che prende l’iniziativa! Non è l’uomo che offre sangue a Dio per ingraziarselo, ma è Dio che versa la propria vita per l’uomo!” ovvero “Il sangue di Gesu versa riconciliazione e perdono”; chiedo ancora per sapere: perché questo bisogno di sangue versato? niente riconciliazione / perdono senza sangue?
A me questo filosofo Mancuso, nella mia ignoranza, sembra semplicemente l’ ennesimo luterano o giù di lì, sotto falso nome!
I luterani erano piu’ onesti. Gli odierni sedicenti teologi sono subdoli e ingannano facilmente I semplici fedeli.
Caro Antonio, sono contento che sei favorevole a organizzare presso la Pontificia Accademia Teologica un dibattito con Vito Mancuso. Anche lui se lo auspica, avendolo espresso. Dato che sono stato menzionato nel tuo intervento, mi dispiace che ancora una volta si ripete con me quanto Vito diceva del modo con cui citi le fonti altrui. Parziale e non corretta è la menzione di quanto esprimo in Deus DuepuntoZero (pagg216ss) e del pensiero di Hans Kessler sulla “fisicità” della risurrezione di Cristo e la prova della tomba vuota..
Per quanto riguarda il mio testo Deus DuepuntoZero, tu affermi: “Se il cadavere di Gesù fosse rimasto a marcire nella terra di Palestina — come ammette sconsolato Lüdemann (ma anche Gamberini -meno sconsolato- se non ricordo male in Deus 2.0)”. Ebbene invito i lettori ad andare a quelle pagine del mio testo (p. 216) dove dico espressamente citando due autori: Bart Ehrman e John Dominic Crossan. “Ciò significa che Gesù potrebbe essere stato deposto in una fossa comune o in qualche sepolcro vicino al luogo della crocifissione, senza che i discepoli e le donne sapessero precisamente il luogo”. Uso espressamente il condizionale “potrebbe” per dire che è una ipotesi. Subito aggiungo in quella pagina: “Rimane il fatto che molto presto la tradizione orale preevangelica identificò in Giuseppe di Arimatea l’autorità giudaica che avrebbe dato il permesso di riporre il corpo di Gesù in un sepolcro nei pressi del Calvario”.
Caro Antonio, perché non hai citato il resto della pagina? Perché ti sei fermato lì a leggere e non andato avanti?
Lo stesso fai anche con Hans Kessler nel suo La resurrezione di Gesù Cristo (p. 309), il teologo tedesco dice anche: “La risurrezione non ha direttamente e incondizionatamente qualcosa a che fare con il cadavere. Il corpo della resurrezione non è formato semplicemente con i resti materiali corporei (ma è piuttosto un corpo radicalmente nuovo, individuale e tuttavia aperto alla solidarietà universale e a un rapporto con tutto il cosmo, quindi anche a un rapporto con la materia). Per questo l’idea del sepolcro vuoto non è una parte costitutiva necessaria della fede cristiana nella resurrezione ma ne è piuttosto un simbolo illustrativo. Paolo del resto non lascia trasparire da alcuna parte che egli pensi a un sepolcro vuoto” .
Oltre a me e a Kessler, fai lo stesso anche per il Gesù di Nazareth (vol. 2). Benedetto XVI afferma a pag. 283 che il sepolcro vuoto “non può essere una prova della resurrezione”. Ancor più sul significato dell’evento “escatologico” (NON storico) della risurrezione, Benedetto XVI aggiunge: “Nessuno degli evangelisti descrive la risurrezione stessa di Gesù: […] è un processo svoltosi nel segreto di Dio tra Gesù e il Padre, un processo che per noi non è illustrabile e che per natura sua si sottrae all’esperienza umana” (Gesù di Nazareth, vol. 2, pag 290); “Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini “(Gesù di Nazareth, vol. 2, pag 272); “[…] [la risurrezione apre ]una nuova dimensione dell’esistenza umana […] creazione di una dimensione nuova della realtà umana” (Gesù di Nazareth, vol. 2, pag 275) ;
“Nella risurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tuti noi un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio (Al di là degli usuali orizzonti dell’esperienza […] Supera ogni esperienza e tuttavia presente in modo assolutamente reale” (Gesù di Nazareth, vol. 2, pag 274); “[La risurrezione] è un evento dentro la storia che , tuttavia, infrange l’ambito della storia e va al di là di essa ” (Gesù di Nazareth, vol. 2, pag 303); “La risurrezione dischiude lo spazio nuovo che apre la storia al di là di se stessa e crea il definitivo. In questo senso è vero che la risurrezione non è un avvenimento storico dello stesso genere della nascita e della crocifissione di Gesù. Essa è qualcosa di nuovo, un genere nuovo di evento (Gesù di Nazareth, vol. 2, pag 305).
I testi sono chiari: la risurrezione NON è un evento storico, ma escatologico (e questo lo afferma anche VITO!).
Caro Antonio usi il termine “realtà” per descrivere la risurrezione. Ti inviterei – quando usi tale termine – di chiarire che cosa intendi con realtà. Infatti non fai riferimento solo alla realtà storica (y) ma anche a quella di Dio (x), ciò che Benedetto XVI chiama la vita segreta del Padre. La realtà vera (x) è Dio-con-noi (x = x + y). Questo è il “salto ontologico” di cui parli. Vedere la realtà dal punto di vista di Dio. Ebbene VITO tiene a distinguere questi due ambiti, e li distingue per comprenderli meglio. Ma entrambi sono ambiti della realtà. Credo che su questi temi avremo modo di confrontarci ancora poiché hai già iniziato una serie di critiche anche alla mia “TEIOLOGIA o TEOSOFIA”. Non mi dilungo. Comunque, grazie a VITO MANCUSO per il suo servizio alla “TEOLOGIA” (cfr. https://paologamberinisj.home.blog/2026/09/23/la-presunzione-cattolica-della-teologia/) .
Caro Gamberini, in che modo dai testi di Benedetto XVI LEI desume che la resurrezione non sia un evento storico? Egli definisce la resurrezione “evento dentro la storia” anche se la trascende, segno escatologico che si dà nella carne, ed è proprio questa unione di immanente e trascendente che caratterizza la fede cristiana. Il fatto che noi non abbiamo la descrizione della resurrezione, che i nostri sensi e il nostro intelletto non la possa cogliere appieno, che non abbiamo un video su YouTube del processo resurrezionale e chat Gpt solo confusamente lo possa descrivere, beh, non mi sembra una scoperta epocale. Del resto se fosse pienamente comprensibile dai sensi e intelletto non potrebbe avere una funzione escatologica, e quindi salvifica; ma del resto se non fosse pienamente storica avrebbe solo significato simbolico astratto mitologico etc etc….. Ma allora questo si applicherebbe a tutti i misteri della vita di Gesù Cristo! Si può descrivere l’incarnazione? Il battesimo? La trasfigurazione? Etc etc. Se il criterio rimarrebbe solo quello della plausibilità storica, rimarrebbero solo le parole di Gesù, o meglio le parole che noi pensiamo che la comunità primitiva pensava fossero adatte ai pensieri del Gesù cosiddetto “storico” e questo in barba a ogni analisi filologica, testuale, teologica, in barba al buon senso persino. Non resterebbe perciò che un linguaggio astratto come quello che usa LEI nel SUO LIBRO Desu2.0 Gesù è stato messo nella fossa comune ma “si dice” che Giuseppe di Arimatea lo.abbia seppellito. Il sepolcro vuoto è un simbolo , benissimo, ma di che cosa? Il simbolo di un simbolo: la prosecuzione “con gli occhi della fede” “nella realtà di Dio” (quale Dio? Versione 1 o 2.0?) della vita del Cristo della fede, il quale è a sua volta un simbolo del Gesù storico, che simbolicamente agisce come figlio di Dio, termine anche questo simbolico? Direi che la simbologia non manca. Cordialità
Caro Antonio, Quando Benedetto XVI afferma che la risurrezione è “fuori e dentro la storia” allude al fatto che c’è un elemento di “fuori” che è appunto la risurrezione in quanto tale (di cui NESSUNO è stato testimone nell’atto della risurrezione e di cui NON parlano i Vangeli); c’è un elemento di “dentro” poiché vi sono state “apparizioni” e la “tomba vuota”. Dunque per questo BenedettoXVI dice che è un evento “dentro e fuori”. Ma questo lo afferma anche VITO e il sottoscritto. E con noi la stragrande maggioranza dei teologi cattolici ed evangelici. Cosa siano state le apparizioni e come sia stata la sepoltura è appunto qualcosa che si può indagare criticamente e razionalmente poiché sono due aspetti dell’elemento di “dentro” la storia. Alcuni teologi come Schillebeeckx tendono a vedere le apparizioni come esperienze nello Spirito. Io sono d’accordo con lui. Così come sono d’accordo con Dale Allison come cerca di comprendere le apparizioni di Gesù come fenomeni paranormali che i discepoli avrebbero avuto.
Caro Gamberini grazie della risposta.
Schillebeeckx precisa che la resurrezione non può essere solo un dato epistemologico che spiritualizza una esperienza concreta, quella del passaggio dal Gesù storico al Cristo della fede all’ interno della comunità cristiana; se fosse così, si perderebbe ogni iniziativa del Risorto e la resurrezione sarebbe “solo” una odissea dello fede comunitaria, una fenomenologia dello spirito (con la s minuscola) religioso e perciò perfettamente replicabile anche in altre occasioni. Il teologo stesso insiste
sulla iniziativa divina e i racconti delle apparizioni vogliono esattamente comunicare ciò. Se non c’è iniziativa divina e se sono solo esperienze disincarnate, allora a che pro parlare tout court di resurrezione? Nella sua prospettiva post teista, caro Gamberini, nella quale in qualche modo la visione di Dio come persona viene sostituita da una visione panenteistica, un approccio tale è probabilmente il più corretto. Ma se mi permette (mi vergogno un po’ a parlare con un teologo del suo livello onestamente, mi creda) , credo che il panenteismo debba rispondere ancora alle critiche che Schelling mosse al panteismo spinoziano nella prima parte dello scritto del 1809 sulla libertà umana, in particolare perché rifiutare a Dio l’attributo di persona in senso proprio (anzi, di essere l’analogatus princeps di
persona) se nella realtà immanente la personalità è un attribuito comune? Credo che questo influenzi anche il modo di intendere la resurrezione di Gesù Cristo. Nella sua prospettiva le apparizioni, mi corregga se sbaglio, sono una esperienza nello Spirito che permette ai discepoli di comprendere alla luce della fede quella auto trascendenza creatrice cosmica che ha operato la resurrezione di Gesù (riassumo brutalmente, impossibile in due parole riassumere la complessità della sua posizione che mi sembra si caratterizzi però dal fatto di identificare l’azione di “Dio” come cosmica e precedente l’azione di Gesù, che la rivela). Ma se è così, in questa dimensione “cosmica” non si perde un po’ la speranza specificatamente cristiana? Cioè la speranza che la risurrezione di Cristo, come primizia, è il pegno anche della mia personale resurrezione, della resurrezione di coloro che amiamo, della resurrezione di coloro che abbiamo visto soffrire, precisamente con le loro ferite e attraverso le loro ferite. Quinzio ha scritto pagine bellissime su ciò (Mysterium iniquitatis). Se le ferite di Gesù toccate da Tommaso e assunte dal Risorto non sono reali, personali, vissute, ma una sorta di
auto guarigione cosmica, non si perde realmente la drammaticità dello scandalo del male che è esperienza vissuta e attraversata da tutti noi? È questa l’unica vera problematicità che ravviso nelle posizioni di Mancuso e , in maniera differente, nella sua. Il messaggio autenticamente cristiano non rifugge dal mistero dell’ iniquità nascondendosi in un generico appello all’ amore e alla vita. Certo che Gesù voleva amare e vivere ma si dà il caso che amore e vita contengano un aspetto irriducibilmente drammatico e crocifisso, che Gesù (o Cristo che dir si voglia) ha esperito su di sé, ha portato su di sé, concretamente e realmente. Il sacrificio, stricto sensu, è proprio questo, l’aver amato e l’aver vissuto, con tutte le conseguenze anche drammatiche del caso. La vita divina ha illuminato amore e vita e le ha ordinate a sé. Ma se si rinuncia a personalità e trascendenza, questo riscatto diventa “cosmico”, “universale”, eternamente astratto, e perciò vuoto di significato per la persona concreta.
Non entro in dettaglio. Ci tengo solo a precisare per l’ennesima volta che “esperienza nello Spirito” non sono fenomeni puramente “soggettivi” ma appunto “nello” Spirito (MAIUSCOLA). L’iniziativa di Dio è sempre CREATRICE (ex nihilo) e dunque non puoi ridurre le esperienze nello Spirito a esperienze soggettive. Per quanto riguarda il panenteismo la CTI ha dato un parere più positivo del tuo, e dato che tu dici che ti vergogni un po’ a parlare con un teologo del mio livello (sarà vero?), sarebbe bene ascoltare anche quei teologi senza però vergognarti.
come viene citato, ci sono due livelli
– dentro la storia
– e fuori dalla storia
ma anche per la scrittura
– il livello letterale
– e il livello simbolico
dal racconto storico, saliamo al cielo, alla visione spirituale, poi discendiamo e contempliamo come Dio ha operato questo miracolo della storia
così per tutti i miracoli di Gesù: c’è il senso simbolico e c’è l’opera di Dio materiale: è Dio che si è fatto uomo
Grazie, Eccellenza Antonio Staglianò,… la chiarezza e la purezza della Verità.
Stagliano’ sa il fatto suo e parla gentilmente e con molta chiarezza sia intellettuale che dottrinale. Mancuso ha la sua personale prospettiva, che però non collima assolutamente con la visione cristiana: egli dice altre cose, è libero di dirle, come siamo tutti liberi di manifestare le nostre idee ed opinioni. Il cristiano sempre si confronta con chi la pensa diversamente, oggi non farà crociate, ma deve poter parlare e replicare. Il dialogo merita quindi di continuare: sicuramente non porterà a nessun risultato, ma è necessario per capire e capirsi.
Sinceramente: ma non si da troppa importanza a Mancuso? Tanto chi lo vuole seguire lo seguirà, anzi, criticandolo si sentirà ancora più libero pensatore contro gli ottusi cattolici. Già lo trovi (insieme a Barbero o Galimberti) sugli scaffali dell’ipermercato, sarebbe carino anche vedere si ci sono filoni teologici davvero nuovi originali in giro che al lettore comune possono sfuggire.
Sono assolutamente d’accordo. La lettura kenotica del cristianesimo di Vattimo o l’ateismo radicale di Slavoj Zizek, ad esempio, offrono spunti molto più interessanti di rilettura dei dati della fede
Lancio un nome: Enrico Mazza, uno dei decani dei liturgisti italiani e autore apprezzato anche all’estero (non infrequentemente lo vedo citato in pubblicazioni liturgiche in lingua inglese)
Il suo ‘Eucarestia: genesi del rito e sviluppo dell’interpretazione’ penso sia una lettura un po’ datata e criticabile ma che sicuramente ti lascia tanto di positivo.
https://www.ibs.it/logos-software-della-creazione-come-libro-enrico-mazza/e/9788810559321
Mi salvo questo.
I filoni teologici “nuovi e originali” ci sono, ovviamente non si trovano al banco del salumiere ma richiedono ahimè pazienza preparazione e studio
Una piccola osservazione. Staglianò scrive: “La Risurrezione non è la rianimazione di un cadavere (l’equivoco di Lazzaro): su questo punto la teologia cattolica è perfettamente d’accordo con te, ma per ragioni opposte alle tue! La Risurrezione di Gesù non è il ritorno alla vita biologica di prima, come è accaduto a Lazzaro o al figlio della vedova di Nain, i quali sono tornati in questo tempo cosmico per poi morire di nuovo.” Ragionando nel XXI secolo, la risurrezione di Lazzaro o del figlio della vedova, nel Primo Secolo avrebbero dovuto essere eventi da ricordare in tutto il mondo allora conosciuto. O no? Perchè non sono ricordati? Perchè neppure vengono citati negli Atti, nelle Lettere, in qualche documento? E se Lazzaro sarà morto di nuovo e per davvero, perchè un totale silenzio? Certo, queste sono le domande del XXI secolo, ma forse erano notevolmente importanti anche nel Primo. O no? Mi sembra che questa osservazione rinforzi Mancuso laddove nota come Gesù non volesse morire. Ed i brani che apparentemente lo smentiscono, sono analizzati da Brown nel suo voluminoso studio “La morte del Messia”, dimostrando che si dovrebbe trattare di interpolazioni e non delle parole stesse di Gesù. Dunque la questione è certo molto complessa e ogni affermazione apodittica su questa tematica mi sembra problematica e fuori luogo. Grazie.
Alla fine è il vecchio discorso su quanto sia possibile una religione totalmente naturale, stile rasoio economico di Occam: se fosse possibile essere cristiani senza rivelazione a cosa sarebbe servita la venuta di Cristo?
Mi pare di poter affermare che Lei abbia capito poco niente dell’intervento di sua Eccellenza. Poi, mi lasci dire, le sue sono obiezioni sinceramente fanciullesche. Mi perdoni la franchezza.
Certo che Gesù non voleva morire… Gesù “voleva fare la volontà del Padre suo” assolutamente. Perciò quando la “storia” crea le condizioni tali per cui “Gesù deve morire” allora Egli (che non voleva morire) accetta di morire per Testimoniare l’amore del Padre, il quale “a sua volta non voleva che Gesù morisse in croce” sicuramente quanto anche oggi “non vuole” che si facciano le guerre… va bene cosi?
Gesù voleva Vivere e lo fa donando la vita in abbondanza.
Giovanni 3,16
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
e questo è anche il potere della Croce
chi crede che Dio sia in tutti gli eventi, arriva a dire che lo è anche nel male, ma non è così
Dio è Dio con noi nei momenti di patimento soprattutto, se facciamo la sua volontà, come l’ha fatta Cristo
va mica tanto bene…mi permetto umilissimamente di riportare gli articoli 599, 600 & 601 del Catechismo:
599 La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di Pentecoste: «Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio» (At 2,23). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno «consegnato» Gesù (At 3,13) siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.
600 Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di «predestinazione» includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: «Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele [Cf Sal 2,1-2] per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse» (At 4,27-28). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento [Cf Mt 26,54; Gv 18,36; Gv 19,11] al fine di compiere il suo disegno di salvezza [Cf At 3,17-18]”.
5. “«Morto per i nostri peccati secondo le Scritture»
601 Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del Servo, il Giusto, [Cf Is 53,11; At 3,14] era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato [Cf Is 53,11-12; Gv 8,34-36]. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere «ricevuto», che «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1Cor 15,3) [Cf At 3,18; At 7,52; At 13,29; At 26,22-23]. La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente [Cf Is 53,7-8 e At 8,32-35]. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente [Cf Mt 20,28]. Dopo la Risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, [Cf Lc 24,25-27] poi agli stessi Apostoli [Cf Lc 24,44-45]”.
Dalla messa di oggi: a Satana è concesso tentare Giobbe, ma di Giobbe si dice: In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.
Il Figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. (Mc 10,45)
non si può prescindere dalla fede per contemplare il tema della risurrezione
ma i testimoni riportano un esperienza reale, pur con tratti soprannaturali (gli angeli, modi misteriosi…)
…dicono i due di Emmaus: potente in opere e in parole; quindi anche nella dimensione storica
Luca 24,18-24
18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
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questo dovrebbe bastare per sfatare il mito che il vangelo sia solo un racconto metaforico privo di storicità
A me ignorante e senza capacità discernimento teologico pare che i testi citati di Benedetto XVI mostrino almeno un punto inequivocabile: per questa realtà di fede, in questa delicatissima disquisizione, storico ed escatologico non sono affatto antitetici. Nel mio modesto sensus fidei non lo sono neppure per il concepimento, la nascita e la crocifissione di Gesù.
Sono ricordati , da 2000 anni che ne parliamo