
Ricorrono, in filosofia, parole e concetti come “archetipo” (tanto importante nella psicologia analitica junghiana) e “ideal-tipo”, secondo la proposta weberiana. E se anche l’Urszene, la “scena primaria” (o “originaria”) di Freud risultasse altrettanto efficace?
I primi due termini – un po’ come le “Idee” platoniche alle quali sono legati – tendono a dare una rappresentazione piuttosto statica del loro oggetto, della “cosa” a cui si riferiscono. La “scena”, invece, è per definizione più dinamica; una sequenza, più che un singolo “fotogramma”. Anzi; a ben guardare, la sua drammaticità si situa proprio nel dispiegarsi dell’evento. L’amore-“lotta” a cui potrebbe aver assistito, infante, L’uomo dei lupi, magari per pochi secondi, è comunque un’azione che si dispiega per un lasso di tempo; un’azione animata dai genitori o da una coppia di animali.
Ecco, forse l’Urszene non riguarda solo la psiche, o i “fantasmi” della psiche, e non è solo la vaga impressione lasciata da un coito a tergo a cui qualcuno/a ha assistito assai precocemente nella vita. E neppure dovremmo limitarci a parlare, in altri ambiti, di scena originaria semplicemente come metafora. Forse davvero costrutti decisivi della filosofia politica, ad esempio, possono venir interpretati come altrettante scene primarie: dallo “stato di natura” hobbesiano alla “lotta di classe” marxiana. Scene originarie di carattere sociale.
Non solo. Ipotizzerei che sia il Polemos di Eraclito, il Polemos “padre di tutte le cose” la matrice o, se vogliamo giocare un po’ con le parole, la scena primaria delle varie scene primarie. In fondo, il pensatore di Efeso ci aiuta a comprendere quello stesso rapporto sessuale percepito dal bimbo, secondo Freud, come seducente, sadico e “castrante”. In definitiva, cioè, quel sesso more ferarum finisce per condensare ed esprimere amore e violenza, spinte aggressive (o distruttive) e passione per l’altro. Un po’ come l’arco (βιόϛ) eracliteo, che ha per nome vita e per opera morte.
E, a sua volta, l’idea freudiana di “costruzione fantasmatica”, per la quale più che di veri e propri ricordi può trattarsi di una sorta di “composizione” di vari stimoli che evolve nel tempo in rapporto alla crescita della persona, aiuta a comprendere la natura e l’essenza di “costrutti dinamici” come il “contratto” (o “patto”) sociale e, appunto, la lotta di classe. Il “neocontrattualismo” alla John Rawls, anzi, accentua molto, rispetto al “contratto sociale” come concepito nella prima modernità, il carattere di condizione ipotetica e virtuale (al limite della metafora), di “esperimento mentale”. E in entrambi i casi si tratta di passaggi “logici”, più che cronologici. Detto altrimenti: il carattere dinamico dell’urszene riguarda anche il suo mutare nel tempo, le sue metamorfosi.
Alla luce di tutto ciò, poi, domande quali «la lotta di classe c’è sempre stata?» o «è ancora in atto una lotta di classe?» tendono a perdere di consistenza.
Non solo; vi è a mio avviso un rapporto ancor più intimo tra la “scena” freudiana e il Polemos di Eraclito. Marco Pannella, tra gli altri, evocava la “matrice sessuale” del concetto di dibattito. Il dibattito come trasposizione sul piano del confronto verbale del dibattersi dei corpi. E la “polemica” come espressione evoluta, e talora ritualizzata, del conflitto; un conflitto animato, insieme, dalla repulsione e dall’attrazione.
Provo a spingermi ancora oltre: nella “posizione originaria” tratteggiata proprio da studiosi come Rawls si scorge la coappartenenza, la reciproca implicazione di concetti spesso considerati confliggenti, quali “individuo” e “società”, o “comunità” e “persona”. Le “opposizioni”, gli aspetti del reale tra loro in contrasto o, addirittura, in contraddizione, dunque, probabilmente diventano tali solo da un certo “momento” in poi, come risultato di una sorta di differenziazione, di sviluppo divergente di elementi originariamente costitutivi di una medesima “scena”. E forse certi tentativi di infrangere barriere e di oltrepassare confini, la stessa aspirazione a porsi “al di là del bene e del male” o a recuperare l’essere parmenideo tradiscono una più o meno inconsapevole nostalgia di essa.





