Sinodalità alla prova

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Leggo sui notiziari: «Papa Leone XIV convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia» e mi dico: «Sarà la prova del nove per verificare se il papa intende prendere sul serio, oppure no, la fatica di quei milioni di fedeli che in tutto il mondo, lungo il Cammino Sinodale degli anni 2023-2024, si sono ripetutamente riuniti, al livello locale, nazionale e continentale, per elaborare l’idea della sinodalità e promuoverne la pratica costante nella Chiesa».

A tema la vita familiare

L’occasione per una verifica è la più felice che si possa immaginare. Se c’è un’esperienza, infatti, che i pastori della Chiesa non fanno, essendo votati al celibato, e per la quale non godono dei corrispondenti carismi dello Spirito, è proprio quella della vita familiare.

Se c’è, quindi, una problematica pastorale per affrontare la quale è indispensabile che il discernimento, e le eventuali decisioni da prendere, avvengano in forma sinodale, è quella per la quale il papa sta convocando i presidenti delle Conferenze episcopali per il prossimo ottobre.

Il fatto è che vescovi, preti, frati e suore, nella normalità dei casi, non hanno fatto l’esperienza di chi è alla ricerca del partner perché desidera sposarsi, del ritrovarsi alle prese con il difficile discernimento della decisione da prendere, con la necessità di affrontare la complessa impresa di mettere insieme ad un’altra persona tutti gli aspetti, anche i più intimi, della propria esistenza, con la gioia e la fatica, ma spesso anche con i drammi che la crescita dei figli porta con sé, e così via.

Là dove non c’è un’esperienza vissuta, neppure è dato scorgere i segni dei carismi che lo Spirito dona ai fedeli per affrontare alla sua luce i problemi concreti dell’esistenza.

Se c’è, quindi, una problematica che i vescovi intendono approfondire, e in ordine alla quale vorranno proporre ai fedeli delle linee di orientamento per vivere una felice esistenza cristiana conforme al Vangelo, e per la quale devono riconoscere di non avere essi stessi i carismi di cui lo Spirito Santo arricchisce i fedeli che si sposano e che si prendono cura dei figli, è proprio la problematica della vita familiare.

È stato detto ufficialmente che non si tratta di un’assemblea del Sinodo dei vescovi. Sarebbe utile, però, riferirsi proprio alle due assemblee sinodali, che sono state celebrate nel 2023 e nel 2024 e che restano a modello di una vera pratica sinodale.

In quelle due assemblee, per la prima volta, salvo smentite, nella storia della Chiesa, 70 fedeli non vescovi, fra preti e laici, uomini e donne, si sono seduti accanto ai 264 vescovi, agli stessi tavoli, con lo stesso diritto di voto. Non sono, personalmente, molto disposto a quel timore reverenziale che, non di rado, i cattolici manifestano quando si trovano di fronte a vescovi e cardinali, eppure devo riconoscere che, durante il Sinodo, mi faceva un certo effetto ritrovarmi seduto, gomito a gomito, accanto al card. Parolin, avendo di fronte a me il cardinale Müller, con i quali discutere alla pari e giungere, votando, ad una risoluzione comune dei quesiti proposti, facendo il computo della maggioranza e delle minoranze che vi venivano espresse.

In questo caso si può dire seriamente, e non con la stessa superficialità con la quale spesso lo si dice di tanti eventi, che si è trattato di un evento storico.

Le famiglie devono avere voce in capitolo

Mentre stavo elaborando nella mia mente la migliore espressione che mi riuscisse formulare per avanzare un appello a proposito dell’incontro episcopale indetto per il prossimo ottobre, vedo comparirne in rete, nel sito Catholic Church Reform Internationals, un testo indirizzato direttamente al papa: «In un sinodo sulla famiglia, le famiglie devono avere il diritto di un voto deliberativo. Non c’è sinodalità se i vescovi si riuniscono senza il popolo. Le famiglie devono essere presenti e avere voce in capitolo nelle discussioni sulla pastorale familiare».

Ci si attende, quindi, di vedere in ottobre ricomparire nell’Aula Paolo VI quei tavoli rotondi, cui ormai ci siamo abituati, in numero sufficiente da accogliere, accanto ai 115 vescovi, uno più uno meno, almeno altrettanti fedeli laici già sposati, un certo numero di fidanzati e una presenza significativa anche di divorziati, perché il Sinodo non si riunisce per compiacersi dei successi della pastorale familiare, ma per discernere quali siano «i passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi».

Non si tratta di sostituire il magistero episcopale, fondato sul sacramento, ma di determinare gli ambiti nei quali si esercita la sua autorità. Se lo Spirito del Signore ha voluto un ministero, dotato di autorità, questo è avvenuto per assicurare alla Chiesa la preservazione fedele della predicazione autentica degli Apostoli e la custodia di quell’unità della Chiesa che direttamente ne deriva.

Da qui risulta possibile e congrua quella pratica sinodale nella quale risultano determinanti, di volta in volta, i fedeli dotati dei carismi pertinenti alla res de qua agitur, e dove i ministri ordinati siano i garanti dell’autenticità della fede a salvaguardia, nella pluralità dei giudizi emergenti, della comunione nella comunità.

Data la fondazione trascendente dell’autorità nella Chiesa, troppo spesso accade che si perda il senso dei limiti dell’autorità. Un’autorità senza limiti, in qualsiasi ambito della vita sociale, non è altro che un monstrum, che malamente incombe sulla convivenza umana. È celebre la sentenza di Agostino: «Io non crederei al Vangelo se non mi ci conducesse l’autorità della Chiesa cattolica», ma una volta raggiunto il Vangelo, il Vangelo si erge a giudice dell’autorità della Chiesa: «Non dobbiamo sottometterci all’autorità per sé stessa, ma per amore della verità».

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Un commento

  1. Fabrizio Mastrofini 26 marzo 2026

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