
La grave tensione fra Chiesa apostolica e governo armeno compie ulteriori passi: la pubblicazione di un rapporto governativo sulla situazione della Chiesa, l’avvio di una commissione parlamentare di inchiesta, il rocambolesco sviluppo del processo al patriarca Karekin II e ai vescovi del Consiglio spirituale supremo e l’accusa alla dirigenza ecclesiale di programmare disordini sociali. In sottofondo emergono le richieste di riforma interna della Chiesa.
Il rapporto governativo
Il rapporto del Centro per le relazioni pubbliche è stato pubblicato il 24 settembre. In 74 pagine si sviluppano importanti denunce: violazione dei voti monastici da parte del patriarca e dei vescovi, nepotismo, cattiva gestione finanziaria, arbitrarie censure ai dissidenti, dipendenza dalla Russia e politicizzazione, paralisi strutturale e spaccature nella diaspora armena che, con i suoi 7 milioni di persone (rispetto ai tre della madre patria), costituisce il polmone vitale per la sopravvivenza del paese. Come annota Peter Anderson nel suo sito: «Il rapporto propone, inoltre, delle misure per rivolvere la crisi tra cui il pensionamento o la rimozione dell’attuale Katholicos e l’adozione di una costituzione ecclesiastica».
Il pesante intervento governativo era già previsto nella presentazione del programma di governo approvato il 20 agosto.
È l’esito di una diatriba avviata nel 2018 ed esasperata dopo la sconfitta militare contro l’Azerbaigian e la perdita dell’enclave armena del Nagorno-Karabak con oltre 100.000 sfollati.
Le accuse al governo da parte della Chiesa sono di aver perso la guerra, di non aver gestito l’arrivo dei profughi, di non preoccuparsi dei prigionieri armeni in Azerbaigian, di mettere a rischio il paese allontanandosi dalla Russia e di intromettersi pesantemente nelle questioni ecclesiali.
Il governo accusa i vertici della Chiesa di aver sostenuto un moto popolare antigovernativo, di inefficienza pastorale, di autoritarismo di governo con la penalizzazione dei dissidenti, di gravi infedeltà personali, di opposizione al processo di pace con l’Azerbaigian, di dipendenza dalla Chiesa e dal governo russo.
Un processo ballerino
Il punto di maggiore criticità è la chiamata in tribunale di Karekin II e dei sei vescovi del Consiglio spirituale supremo perché si sono opposti alla sentenza del tribunale che ha riportato il vescovo dissidente, Gevorg Saroyan, alla sua sede dopo essere stato dimesso dal suo stato dalle autorità ecclesiastiche.
La ritrosia dei giudici davanti al compito ha visto sballottare l’avvio del processo. Un primo giudice, Hakob Manukyan, ha invocato un conflitto di interesse. Il secondo, Serzh Rushanyan, ha sollevato l’incompatibilità della sede, rinviano tutto alla capitale Erevan. Qui un terzo giudice ha fatto ricorso alla Corte di cassazione, sempre per via della sede.
La Corte ha rimandato la faccenda al tribunale provinciale di Armavir e al giudice Serzh Rushanyan. Quest’ultimo ha, infine, avviato il processo (18 settembre), fissando una seconda udienza il 30 ottobre. È la prima volta nella storia armena che rimonta al terzo secolo che un Katholikos viene portato in un tribunale civile.
Invocando la laicità dello stato e gli indebiti privilegi della Chiesa il ministro delle finanze, Vahe Hovhannisyan, ha annunciato il 4 ottobre che le attività commerciali della Chiesa saranno sottoposte a tassazione e che i proventi ritorneranno alla Chiesa a sostegno di progetti e attività ecclesiali coerenti con la sua missione. Finora i doni verso la Chiesa, i commerci di oggetti e le attività di gestione degli immobili erano esenti dalle tasse.
Alla fine di agosto, il primo ministro, Nikol Pachinian, ha accusato il patriarca di avere inviato delegazioni nella diocesi e nelle parrocchie con il fine di alimentare un nuovo movimento antigovernativo dal basso come già successo nel 2024 con l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, già condannato in sede civile ma confermato nel ruolo in sede ecclesiale.
Autoritarismo e riforme ecclesiali
L’evidente intromissione indebita dello stato in questioni ecclesiali si comprende per la grande autorevolezza storica della Chiesa, interprete riconosciuta da secoli dell’identità armena, per la sua connotazione etnico-nazionale e per la mancata pattuizione nel contesto di uno stato moderno.
La Chiesa apostolica armena raccoglie circa 10 milioni di fedeli con quaranta diocesi nel paese e in diaspora. Risponde all’autorità del Katholikos che ha due patriarchi attivi a Gerusalemme e a Costantinopoli. Ha anche un “concorrente”, un secondo Katholikos di Cilicia, formatosi per contrapposizioni storiche di lunga durata, che in Libano presiede 10 diocesi e che negli ultimi decenni del ’900 si è molto avvicinato alla sede storica di Etchmiaszin (Erevan).
Nella gestione interna non mancano tensioni. Karekin II è accusato di gestione autoritaria e di resistenza alle necessarie riforme. Non casualmente Pachinian poteva richiamarsi a una decina di vescovi dissidenti e a 150 preti “critici”.
In una dichiarazione di fine settembre tre vescovi armeni in Sudafrica suggeriscono un approccio meno contrappositivo al rapporto governativo. Alcune delle accuse non possono essere ignorate, anche se vanno provate. Se lo stato deve guardarsi da intromissioni indebite perché la Chiesa non è una struttura amministrativa, dall’altro lato le riforme urgenti devono essere affrontate mettendo in esecuzione gli organi canonici della Chiesa, in particolare l’Assemblea dei vescovi.
Anche nelle indicazioni uscite dalla riunione dei vescovi fatta a Sankt Pölten (Austria, 16-19 febbraio), dove si sono radunati 25 gerarchi, la difesa dell’autonomia della Chiesa rispetto alle intrusioni dello stato e la riaffermazione dell’obbedienza a Karekin II si sono connesse con il suggerimento di una «regolare convocazione dell’Assemblea dei vescovi».
La parola ai vescovi
Per capire il peso dell’indicazione, bisogna comprendere il sistema a matrioska dei vertici armeni. Karekin non convoca dal 1995 l’Assemblea ecclesiastica nazionale che costituisce il vertice del potere ecclesiale. Composta dai vescovi e dai rappresentanti eletti delle diocesi (alcune migliaia) assume il ruolo che, nella Chiesa cattolica, ha il concilio (con il papa).
L’Assemblea ecclesiastica nazionale ha legittimato uno strumento più agile, l’Assemblea dei rappresentanti della Chiesa (160 persone) la cui ultima riunione è del 2017. Essa può dare indicazioni, ma dovrebbero essere ratificate da una successiva Assemblea ecclesiastica nazionale.
Karekin II si serve più occasionalmente dell’Assemblea dei vescovi che però vengono invitati secondo il suo giudizio, con la prevedibile esclusione dei più critici.
Il vero organo di governo è il Consiglio spirituale supremo, composto dai patriarchi di Costantinopoli e Gerusalemme, da una quindicina di vescovi, un sacerdote e quattro laici. I partecipanti non sono eletti (o a rotazione come generalmente nei sinodi ortodossi) e rivestono il ruolo a giudizio del Katholikos. Un sistema che atrofizza e non fluidifica il rapporto fra base e vertici, con esiti prevedibili.
Il suggerimento di far ripartire l’Assemblea dei vescovi nella sua completezza (circa 60 gerarchi) non pare sia stato gradito. Il suo riavvio potrebbe riavvicinare i dissidenti, rendere possibile una condivisione delle riforme e mostrare l’insensatezza della pretesa governativa di provvedere alla riforma della Chiesa.
Il conflitto fra il presidente del consiglio, Nikol Pachinian, e Karekin II mette a rischio la pace sociale in un momento decisivo del paese uscito malconcio dalla guerra e deciso a liberarsi dalla tutela russa per un dialogo con l’Unione Europea e l’Occidente.





