Canada: la malattia della laicità

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Le sfide maggiori della Chiesa canadese sono: l’agnosticismo, il consumismo, l’individualismo, l’indifferenza all’ambiente, il riconoscimento dei popoli indigeni e l’accoglienza degli immigrati.

Ma l’elenco fornito dal nuovo vescovo di Toronto, Francis Leo, in un’intervista ad America (5 luglio), comincia con la malattia della laicità di una società occidentale, prospera e democratica: il secolarismo radicale. Quando la laicità si erge a ideologia, quando passa da una comprensione “aperta” a una “chiusa”, quando viene usata per escludere e non per includere, allora diventa un tumore della democrazia.

Ne sono un segnale le aggressioni contro i fedeli e gli edifici sacri. Da tutti denunciate, ma alimentate da un contesto che delegittima la libertà delle fedi. Nel 2021 sono state 884, con una crescita del 67% rispetto all’anno precedente. Interessano soprattutto gli 11 milioni di cattolici (30% della popolazione), i musulmani (5%) e gli ebrei (1%).

I timori non sono limitati agli ambienti tradizionalisti. Il 22 giugno 2023 è stata resa pubblica una lettera pastorale dei vescovi cattolici: Vivere come cattolici sullo spazio pubblico. Libertà di religione e libertà di coscienza in Canada. La lettera riprende il tema di un precedente documento del 2005: Lettera pastorale sulla libertà di coscienza e di religione.

Un postulato erroneo

Nel documento più recente si dice: «Contrariamente alle libertà relative all’azione pubblica – come le libertà di espressione, riunione e associazione – alle quali è legata, la libertà di religione risponde a ciò che alcuni pensatori hanno chiamato “il bisogno metafisico” della persona umana. In questo orizzonte si ha forse una nozione più completa della libertà di religione se la si definisce come l’esercizio della libertà di considerare attentamente le questioni fondamentali dell’esistenza: chi sono io? Chi sono in relazione agli altri? In relazione al mondo in cui vivo? In relazione a Dio?».

Essa confligge con una diffusa convinzione. «Un postulato postmoderno condiviso ed erroneo vorrebbe sacrificare la libertà di religione e di coscienza a vantaggio di una libertà di espressione e d’associazione più ampia».

Separando il pensiero dagli atti, la coscienza dai comportamenti, si può ottenere maggiore omologazione pubblica, ma non maggiore libertà e democrazia. «Non si può esercitare realmente la libertà di religione e di coscienza senza manifestarla pubblicamente. Certo, siamo liberi nella nostra vita interiore, là dove incontriamo nostro Signore Gesù Cristo e dove siamo chiamati a partecipare alla vita della Santa Trinità. … Ma la libertà di religione e di coscienza ci permette di manifestare pubblicamente la nostra fede attraverso il culto, la vita professionale e gli atti pubblici».

La lezione di Taylor

Le istituzioni pubbliche canadesi non si ispirano a una laicità “aperta”, come la definisce il filosofo cattolico Charles Taylor, quanto piuttosto a una laicità “chiusa”, che impedisce la manifestazione pubblica delle credenze.

Norme morali recentemente riconosciute dalla società laica, come la libertà di aborto senza restrizioni, la libertà assoluta di ogni espressione sessuale (identità di genere) o l’eutanasia “a comando” non sono condivise da molte fedi a cui si impedisce di manifestarlo. Si costringe in tal modo a privatizzare la fede per renderla accettabile nello spazio pubblico.

Per essere perfettamente laica, la società finisce per essere impositiva e per spegnere il pluralismo. «Senza una solida libertà di religione, le altre libertà fondamentali, come la libertà di espressione, di riunione e di associazione, saranno rimesse in questione, come già si può constatare in numerose università e in diverse professioni attraverso il paese».

«Che dei membri della nostra società – siano cristiani, ebrei, musulmani, sikh, o senza religione – si sentano limitati nella pratica della propria fede, significa che tale restrizione apparirà loro di indubbia gravità. La marginalizzazione provocata da tale esperienza alimenta la frammentazione ulteriore della nostra società». E finisce per favorire nelle fedi le tendenze fanatiche e la radicalizzazione.

Particolarmente grave sarebbe la chiusura delle istituzioni cattoliche (scuole, ospedali, case di accoglienza) per la pretesa dell’amministrazione pubblica di imporre programmi e pratiche del tutto contrari all’insegnamento cattolico e alla vita di fede dei credenti. Una tale tendenza favorisce il declino del discorso pubblico capace di senso.

La lettera del 2005: continuità e diversità

Il documento del 2005 anticipava sostanzialmente le questioni discusse ancora oggi, a partire dalla distinzione e relazione fra libertà di coscienza (personale) e di religione (collettiva), dal legame con la verità e dai contenuti delle singole libertà.

Denuncia un laicismo legislativo, «spesso legato a questioni relative alla dignità della vita umana o alla famiglia, che limita il diritto all’obiezione di coscienza nelle professioni sanitarie, giuridiche, d’insegnamento e nella politica».

E si conclude con un quadruplice appello: affermare il ruolo che compete alla religione nello spazio pubblico; preservare le sane relazioni fra Chiesa e stato; formare coscienze secondo la verità; proteggere il diritto all’obiezione di coscienza.

Non meno evidenti sono però anche le diversità dei due documenti. In quello più recente (2023) scompare la connessione stretta con le persecuzioni, l’attenzione alle altre fedi è più pronunciata e il pluralismo di orientamenti è valorizzato.

Ma la differenza più consistente è il quadro complessivo. Il riferimento non è più alla legge di natura e alla dottrina, quanto piuttosto al vangelo e ai segni dei tempi. «Dobbiamo difendere un’antropologia centrata sul Cristo: nella nostra umanità esprimiamo una dignità donata da Dio, una radicale uguaglianza fra tutti gli umani. Difendiamo tale dignità inerente a tutti gli esseri umani, dignità che si rivela dall’interiorità quando difendiamo la libertà religiosa».

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