Cina: vescovo, preghiere e denunce

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Un vescovo per Hong Kong, vessazioni amministrative verso le comunità non «legali», un’ondata di preghiera per la memoria liturgica di Maria, aiuto dei cristiani, venerata nel santuario di Sheshan (Shanghai): la Chiesa cinese è tornata al centro dell’attenzione del mondo cattolico e cristiano.

La nomina di Stephen Chow Sau-yan a vescovo di Hong Kong (17 maggio)  ha fatto il pieno dei consensi. Nato in una famiglia cattolica della città nel 1959 è entrato nei gesuiti e ha un curriculum formativo molto significativo, fra Stati Uniti (prima in Minnesota, poi Chicago e Boston), Irlanda e Hong Kong, con specializzazioni in psicologia, filosofia, sviluppo organizzativo e teologia. Provinciale dei gesuiti in Cina e responsabile degli istituti scolastici della Compagnia nella città, è membro del consiglio presbiterale diocesano.

È il più giovane dei vescovi finora nominati a Hong Kong. Pur avendo partecipato in anni scorsi alle manifestazioni in memoria del massacro di piazza Tienanmen e pur considerando normale che fra i giovani si discuta della possibile indipendenza della città, è considerato equilibrato e non politicamente definibile.

Fra le affermazioni che le agenzie gli attribuisco vi è la seguente: «Nessuno in questo mondo è neutrale. Ma nella mia posizione cerco di accogliere tutte le opinioni. E sono disposto ad essere un ponte. E come ponte cerco di sopportare la critica quando le mie osservazioni sono spiacevoli per entrambe le parti. Questa società non avrà futuro se qualcuno non sceglie di camminare nel mezzo e fare da ponte».

Si ricorda la sua esperienza da coordinatore di un processo inteso a creare una università cattolica in città che si è infranto per l’improvviso dietrofront dell’allora governatore C.Y. Leung. La sua abilità di mediazione sarà messa alla prova dalle tensioni vive nella comunità diocesana come anche nel complicato rapporto con Pechino e la sua volontà di normalizzazione della penisola. I due anni necessari per la sua nomina sono dovuti, oltre alla complessità della situazione, al rifiuto di altri che non si sono sentiti all’altezza del compito, costringendo a nuove istruzioni. Si è detto da molti della sua funzione di equilibrio fra due candidati, mons. Joseph Ha, considerato vicino alle proteste di piazza per la democrazia, e Peter Choy, visto come più prudente.

In realtà mons. Ha non è mai entrato nella terna dei candidati. Da sottolineare anche l’assoluta neutralità del governo di Pechino che non ha mosso nessuna pedina per condizionare la nomina. La Santa Sede ha avvisato il governo centrale della nomina il giorno prima, come atto di cortesia istituzionale. Il vescovo di Hong Kong è un punto nevralgico della città. Spesso consultato dal governatore e talora anche dal governo di Pechino.

Confini e prigioni

Nella Cina continentale continuano le denunce di azioni amministrative a danno delle comunità «illegali». Si raccoglie anche una curiosa polemica su alcune ordinazioni sacerdotali celebrate da mons. Guo Jincai, ora riconciliato con Roma dopo un’ordinazione senza l’approvazione del papa. Il motivo della critica è legato alla diversa  mappatura delle diocesi fra Pechino e Santa Sede.

L’ordinazione sacerdotale in questione è stata fatta senza il permesso di mons. A. Cui Tai, che presiede da «sotterraneo» alla diocesi locale che comprende anche il territorio civilmente attribuito alla diocesi di Zhangjiakou, presieduto da un prete, p. Wang Zhengui. Quest’ultimo ambirebbe all’episcopato e ha chiesto a mons.  Guo Jincai di procedere alle ordinazioni. In realtà, a parte l’ambizione del prete responsabile, è in discussione la qualità dei candidati, già rifiutati da altri seminari, e la pretesa dei vescovi filo-governativi di ordinare più preti possibili in vista dell’attesa Olimpiade invernale, prevista per il febbraio 2022.

Un caso di persecuzione sarebbe quello avvenuto il 20 maggio nel seminario «illegale» di Shaheqiao. Un centinaio di poliziotti avrebbe  circondato l’edificio e arrestato una decina di seminaristi, il sacerdote responsabile e, successivamente altri sei preti e il vescovo «sotterraneo», G. Zhang Weizhu. Con le ultime normative entrate in esecuzione a maggio (cf. SettimanaNews, qui), tutte le fedi e le comunità non giuridicamente riconosciute sono passibili di censure, multe e chiusure. Con esiti molti diversi a seconda dei territori. I minori, secondo la legge, non potrebbero entrare nelle chiese, ma in alcuni posti lo fanno e in altri no.

I seminaristi minori di 18 anni sono perseguibili, ma non dappertutto lo si fa. Così le comunità cattoliche «sotterranee» vivono sempre sul limite della denuncia e dell’intervento di polizia. Per loro questo significa che l’accordo Vaticano-Cina non funziona, mentre altri, pur denunciando le vessazioni, sostengono la necessità che gli spazi «grigi» non ancora discussi fra le due parti (Santa Sede e governo) andrebbero congelati, senza interventi di polizia e senza inutili violenze. Pare che i seminaristi coinvolti siano già stati liberati e a Roma sono in attesa di informazioni più precise sull’esito della vicenda per i preti e il vescovo.

La canonizzazione del timoniere

All’Angelus di domenica 23 il papa ha detto: «I fedeli cattolici in Cina domani celebrano la festa della Beata Vergine Maria, aiuto dei cristiani e celeste patrona del loro grande paese. La madre del Signore e della Chiesa è venerata con particolare devozione nel Santuario di Sheshan a Shanghai ed è invocata assiduamente dalle famiglie cristiane, nelle prove e nelle speranze della vita quotidiana. Quanto è buono e quanto è necessario che i membri di una famiglia e di una comunità cristiana siano sempre più uniti nell’amore e nella fede! In questo modo i genitori e i figli, i nonni e i bambini, i pastori e i fedeli possono seguire l’esempio dei primi discepoli che, nella solennità di Pentecoste, erano unanimi in preghiera con Maria in attesa dello Spirito Santo. Vi invito, perciò, ad accompagnare con fervida preghiera i fedeli cristiani in Cina, nostri carissimi fratelli e sorelle, che tengo nel profondo del mio cuore».

La preghiera per la Cina è stata avviata da Benedetto XVI nel 2008 ed è sempre stata ripetuta anche dal suo successore per sostenere le comunità locali. Quest’anno si registra una ulteriore iniziativa di preghiera, proposta dal card. Charles Maung Bo, vescovo a Rangoon in Birmania, che, davanti alle sofferenze delle comunità «sotterranee» e alla crescente repressione del governo cinese verso le religioni in nome della loro sinizzazione, ha proposto una settimana di preghiera, dal 23 al 30 maggio. L’iniziativa del cardinale incrocia quella papale con una tonalità più aggressiva verso il potere comunista cinese, subito riconosciuta dai settori anti-cinesi più sensibili.

L’accordo Santa Sede – Cina è sempre in discussione. Da Roma si è fatto filtrare un crescente disagio rispetto scarsa operatività della parte cinese e per gli interventi di polizia e le vessazioni amministrative alle comunità «illegali».

Da parte di Pechino è arrivata la nota della priorità assoluta di questi mesi: la celebrazione dei 100 anni del partito e la celebrazione del congresso che incoronerà Xi Jinping. Dopo i mesi estivi, la necessità di garantire le previste Olimpiadi, renderà più malleabile la diplomazia dell’impero di mezzo.

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