Etiopia-Eritrea: lo spettro della guerra

di:
abiy ahmed

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali

È una ferita che sanguina almeno dal 1961 quando i nazionalisti eritrei intrapresero la lotta armata per l’indipendenza dall’Etiopia, lo «Stato padrone» che nei dieci anni precedenti aveva rosicchiato poco alla volta la risoluzione delle Nazioni Unite (che federava i due Paesi) per sottomettere Asmara. Poi 30 anni di guerra feroce, senza risparmiare nessun orrore al racconto della storia.

Nel 1991 l’agognata indipendenza dell’Eritrea non pose fine al conflitto per la mancanza di chiarezza sui confini tra i due Paesi e le tensioni sfociarono in una nuova guerra circoscritta alle frontiere che si trascinò dal 1998 al 2000. Seguirono anni di rapporti tesi ma almeno senza spargimenti di sangue.

L’ascesa al potere del Primo ministro etiope Abiy Ahmed nel 2018 regalò l’illusione che la pace potesse diventare certezza. Storico è il suo abbraccio con Isaias Afwerki, lo spietato presidente-dittatore eritreo, in occasione della riapertura dell’ambasciata di Asmara ad Addis Abeba. Una riuscita operazione di marketing politico che l’anno successivo spalancò le porte all’assegnazione (concessa con esagerata generosità e malriposta fiducia) del Premio Nobel per la Pace al premier etiope.

Le ostilità tra l’esercito governativo etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF) al comando nella regione settentrionale della Nazione hanno cementato tra il 2020 e il 2022 una insolita alleanza militare tra Abiy e Aferweki. L’esercito eritreo ha affiancato gli etiopi nella repressione dei tigrini, colpito i rifugiati eritrei che avevano trovato riparo in quelle aree e regolato i conti con gruppi etnici ostili in una cornice di inaudita violenza, stupri, esecuzioni di massa, violazione sistematica dei diritti umani.

Gli accordi di pace sottoscritti a Pretoria sono rimasti inapplicati. Oggi bisogna fare i conti con 600mila morti, 1 milione e 200mila sfollati che non possono tornare nelle loro terre, mentre un terzo del territorio del Tigray resta sotto il controllo eritreo. Ma intanto sono radicalmente cambiati i rapporti tra i due leader. A dividerli è l’obiettivo di Abiy Ahmed di garantire a tutti i costi uno sbocco sul Mar Rosso all’Etiopia che ne è priva: una svolta per le prospettive di sviluppo economiche, politiche e militari di una Nazione che vuole contare sempre di più e non solo negli scenari africani.

Il Primo ministro di Addis Abeba ha dapprima cercato una sponda nel Somaliland, ipotesi affossata dalle proteste di Somalia e Turchia. Oggi punta senza troppi complimenti al porto eritreo di Assab, 64 chilometri dal confine etiope. Il premier non è disposto a far sconti e ne parla a con tale convinzione da calpestare i più elementari princìpi di rispetto delle cautele diplomatiche.

Questo intransigente obiettivo costituisce il serissimo rischio di una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea con ripercussioni sui mercati internazionali, sulle rotte commerciali, su importazione e distribuzione di generi alimentari che scuoterebbero anche l’Europa, oltre a destabilizzare definitivamente lo strategico Corno d’Africa, già terremotato dai 35 anni di conflitto civile in Somalia.

In un perverso effetto domino una guerra tra Etiopia ed Eritrea coinvolgerebbe inevitabilmente anche il Sudan e l’Egitto. Addis Abeba può contare su un esercito altamente addestrato e ricche risorse militari ma l’entrata in guerra potrebbe innescare l’esplosione di insurrezioni interne (specialmente nelle regioni di Amhara e Oromia) di gruppi etnici che si sentono marginalizzati.

L’Eritrea, sotto il pugno duro della dittatura, non ha potenzialità militari analoghe ma potrebbe stringere accordi con gruppi armati etiopi scontenti del governo centrale, senza tralasciare di trovare sponde in Paesi (come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Sudan) interessati a vario titolo a espandere la loro influenza. Gli scontri tra Etiopia ed Eritrea fanno registrare una rapida escalation. Nel luglio dello scorso anno, il ministro degli Esteri etiope ha accusato l’Eritrea di appoggiare una fazione del TPLF per colpire il governo centrale.

A settembre scorso un’associazione che riunisce la diaspora eritrea all’estero ha denunciato che l’Etiopia sta ammassando truppe ai confini con l’Eritrea, una misura che sta consentendo al dittatore Afwerki di sfruttare la minaccia per imprimere un ulteriore giro di vite autoritario sulla popolazione. A novembre il TPLF ha accusato il governo presieduto da Abiy di aver effettuato attacchi con i droni contro obiettivi in Tigray. Un nuovo conflitto rischierebbe di mandare gambe all’aria non solo il Corno d’Africa e la parte orientale del Continente ma minacciare seriamente l’equilibrio mondiale, già duramente provato dai conflitti in corso.

Enzo Nucci, giornalista, è stato corrispondente della RAI per l’Africa subsahariana. Pubblicato sul sito della Rivista Confronti, il 7 gennaio 2026

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