Il Libano nella catastrofe

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L’esplosione a Beirut è stata il risultato di una lunga serie di fallimenti politici in Libano? Marc Frings, segretario generale del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) ed esperto di Medio Oriente, spiega la situazione che sta dietro il dramma di Beirut e come vede il futuro. Riprendiamo qui l’intervista che ha rilasciato a Katharina Geiger per l’emittente Dom Radio di Colonia.

  • Signor Frings, nella catastrofe avvenuta nel porto di Beirut, il 4 agosto, dovuta all’esplosione di una grande quantità di nitrato di ammonio, varie decine di persone sono rimaste uccise; migliaia i feriti e innumerevoli i dispersi. Molti hanno detto: immagini così spaventose non si erano più viste dalla fine della guerra civile. Cosa le sembra?

Questo è assolutamente vero. Il Libano è un paese molto fragile che ora è stato colpito da questa terribile crisi. Tuttavia, la crisi è molto profonda e si trova nel DNA del Libano. Negli ultimi 20 anni ci sono state di continuo sfide enormi. Basti pensare alla dipendenza dalla Siria, alle varie guerre, anche con Israele, o ai molti rifugiati che sono venuti nel Paese. Dall’autunno scorso si ripetono le proteste e le manifestazioni contro i politici. La gente non crede che abbiano realmente la capacità di cambiare qualcosa. A questo proposito, si deve purtroppo dire, come pensa la gente, che più in basso di così la situazione non può scendere.

  •  Le esplosioni hanno ora scosso un paese che si regge su gambe estremamente vacillanti. Come si presenta attualmente la crisi? 

Sostanzialmente il Libano è un paese molto fragile, anche per il fatto che esiste un’aritmetica di potere molto sofisticata e molto dettagliata che cerca di includere i molti gruppi di una popolazione con quasi 20 comunità religiose. Clientelismo e nepotismo sono qualcosa che osserviamo in molti stati della regione e che potremmo descrivere come caratteristica di fondo. Ma in Libano questa divisione confessionale dei posti è, in definitiva, anche un sistema. È stato in questo modo che hanno pacificato il paese dopo la guerra civile.

Ma oggi il sistema è soprattutto motivo di insoddisfazione e di rabbia, perché chiaramente – soprattutto secondo i giovani libanesi – non è in grado di affrontare le sfide. Si tratta soprattutto di problemi economici e finanziari. Il paese è ormai al verde. La moneta nazionale ha perso completamente il suo valore. Si parla dell’80%. Di fatto non si può importare nulla.

  • Cosa vuol dire ciò per la gente?

C’è un’enorme disoccupazione e c’è inoltre anche la crisi umanitaria dovuta a un massiccio afflusso di rifugiati: 1,5 milioni di siriani sono ospitati in Libano. A questi si aggiungono i profughi palestinesi, ossia un altro mezzo milione di persone.

Dopo l’esplosione del 4 agosto, circa 250.000 persone sono rimaste senza casa, e si tratta solo di stime provvisorie. Esiste un alto grado di insoddisfazione. E tutto ciò accade in piena crisi del coronavirus che colpisce anche il Libano, quindi si deve continuare a parlare di una tendenza verso il basso.

  • Se è giusta la supposizione secondo cui un’enorme quantità di nitrato di ammonio è saltato in aria, cosa significherebbe?

Significherebbe che, indipendentemente dalle speculazioni politiche che continuano a prendere piede, le accuse contro i politici di non aver fatto niente, hanno sicuramente fondamento. Infatti, già da sei anni, in base a una concessione, queste quantità erano immagazzinate nella zona del porto.

Si pone di nuovo la domanda: la politica ha fallito? Non si tratta solo dell’attuale governo che è in carica solo da poche settimane, ma in definitiva di sapere se il sistema politico potrà sopravvivere a questa crisi. Infatti, le manifestazioni si sono fermate in primavera solo perché è intervenuta nel frattempo la crisi del coronavirus.

  • La comunità internazionale offre aiuti. La solidarietà è stata espressa già da molte parti. Anche da Israele, che formalmente è in guerra con il Libano. Un barlume di speranza?

Non credo. È certamente un importante fatto simbolico che qui bisogna registrare. Anche Tel Aviv spegnerà oggi luci e invierà nel Nord messaggi di partecipazione. Ma importante è che qui soffi uno spirito umanitario, non solo sul piano mondiale, ma anche nel Libano, dove si sente parlare di molte organizzazioni umanitarie, di molto lavoro della gente comune e di aiuti di prossimità; si nota che molte cose stanno accadendo. Io penso che il principale aiuto verrà certamente dalla Francia, in forza degli stretti legami storici che ci sono sempre stati tra Parigi e Beirut.

Ma dobbiamo guardare anche più lontano, nel senso che bisognerà affrontare la crisi economica e finanziaria che paralizza questo paese. E c’è da sperare che adesso anche i responsabili politici di Beirut comprendano che devono essere avviate delle riforme in modo che il FMI possa realmente raccogliere e attivare il pacchetto di aiuti che ha presentato. Solo così il Libano potrà trovare una pace duratura che la società ha più che meritata.

  • Di cosa ha più bisogno urgente il Libano a suo giudizio per sfuggire alla catastrofe? 

Credo che, lasciando un attimo da parte la crisi attuale per quanto grave, c’è un chiaro segnale per i giovani. Ogni anno 35.000 studenti si diplomano nelle università libanesi. Il 90% non ha alcuna prospettiva di lavoro. Queste persone hanno bisogno di un segnale chiaro di avere un futuro nel Paese e non nella diaspora.

La maggior parte dei libanesi non vive in Libano ma all’estero, e investe molto nella società locale attraverso le rimesse. Ma io penso che i dati economici del 2020 saranno molto miseri a causa della pandemia. Perciò è tanto più importante offrire ai giovani una prospettiva in loco. E ciò è qualcosa che sia il Libano sia la comunità internazionale devono e possono realizzare.

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