Ucraina/Russia/Europa: guerra e diaspora

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Si stimano a quattro milioni gli emigrati e i profughi fuggiti dall’Ucraina aggredita dalla Russia (su 38 milioni di abitanti). Dopo quattro anni di guerra (24 febbraio 2022) e l’enorme numero delle vittime – secondo il Center for Strategic and International Studies fra morti, feriti e dispersi sarebbero 2 milioni, 1.2 russi e gli altri ucraini – gli emigrati e i profughi affrontano i problemi dell’inserimento in altri contesti nazionali e culturali portandosi dietro anche le domande religiose e la pratica di fede.

In molti paesi d’Europa si sono formate comunità e parrocchie che si prendono cura di loro. Fanno riferimento alla Chiesa ortodossa ucraina del metropolita Onufrio che, in maniera impropria, si indica come filo-russa (meglio, non autocefala). Essa mantiene un legame canonico con Mosca, nonostante l’autonomia proclamata in un concilio avventuroso del 22 maggio 2022, quando vescovi, laici e preti decisero di riformare gli statuti della loro Chiesa prendendo tutte le distanze possibili dal patriarcato di Mosca, senza arrivare alla rottura canonica.

Tuttavia, il sospetto di un nicodemico sostegno e di essere una “quinta colonna” a vantaggio degli invasori non è scomparso né dentro l’Ucraina né fra i paesi confinanti e nell’Unione Europea.

Ma, perché le comunità-parrocchie nei paesi dell’Europa fanno riferimento ai “filo-russi” piuttosto che alla Chiesa ucraina ortodossa autocefala del metropolita Epifanio, riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli?

Il riconoscimento (tomo) per la Chiesa ortodossa di Epifanio da parte del patriarcato ecumenico prevede espressamente il divieto di fondare comunità al di fuori dell’Ucraina. E questo in ragione di un indirizzo teologico-canonico a cui il patriarcato di Costantinopoli ha sempre fatto riferimento: la sua giurisdizione si allarga a tutti i territori fuori da quelli storici delle comunità ortodosse. Gli immigrati ortodossi dovrebbero fare capo alle locali comunità ortodosse di obbedienza costantinopolitana. La Chiesa non autocefala (“filo-russa”) nel citato concilio ha previsto, invece, la possibilità di avviare comunità-parrocchie nei paesi degli emigrati e dei rifugiati, rimanendo da sola sul campo.

Siamo ucraini e non filo-russi

La lunga premessa serve per capire il senso della dichiarazione del vicariato dell’Europa occidentale della Chiesa ortodossa ucraina non autocefala relativo alle comunità ucraine nei paesi dell’Unione.

Il testo, pubblicato a Bari il 6 febbraio in occasione di un’assemblea del clero impegnato fra gli immigrati ucraini, è finalizzato ad affermare il riferimento di queste comunità alla gerarchia ucraina, la loro autonomia rispetto alla Chiesa russa e il pieno sostegno alle forze militari di difesa del paese. In altri termini: la volontà di scrollarsi da dosso il sospetto di essere e di comportarsi come “filo-russi”.

«Le parrocchie all’estero sono sotto l’autorità del primate della Chiesa ortodossa ucraina (non autocefala), sua beatitudine il metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, Onufrio. Sul piano strutturale, tutte le parrocchie all’estero sono raggruppate dentro il vicariato dell’Europa occidentale. I preti incaricati del servizio nelle parrocchie all’estero sono cittadini ucraini come i fondatori delle parrocchie sono cittadini ucraini. I riti sono celebrati in slavone (antica lingua ecclesiastica) e in ucraino o, quando necessario, nella lingua del paese di accoglienza. Il mantenimento delle parrocchie è assicurato dalle risorse dei parrocchiani. Una parte cospicua del nostro clero all’estero cumula il ministero ecclesiastico con una attività professionale laica».

Le chiese e i luoghi per la celebrazione sono spesso forniti a titolo gratuito dalle confessioni cristiane dei luoghi di accoglienza (cattolici, protestanti, anglicani).

Le comunità-parrocchie ucraine non hanno finora chiese proprie. «Nessuna parrocchia appartenente al vicariato dell’Europa occidentale celebra in edifici ecclesiali della Chiesa ortodossa russa». «Nessuna propaganda filo-russa è condivisa nelle nostre comunità, contrariamente a quanto talora viene maliziosamente diffuso nello spazio mediatico. Siamo ucraini, i nostri fedeli sono ucraini e hanno sofferto la guerra, costretti a lasciare la loro casa a seguito dell’aggressione russa all’Ucraina. Questo significa evidentemente che nessuno difende o glorifica il proprio aggressore».

I sospetti rimangono

Il riconoscimento del diritto a vivere e a manifestare la propria fede come la chiarezza di posizione espressa dal documento non appianeranno tutti i sospetti, legati in buona parte alla non conoscenza dei fatti, ma anche alla permanenza di elementi di ambiguità della Chiesa non autocefala in Ucraina. La diffidenza del governo, delle amministrazioni civili e dell’esercito (e delle altre Chiese) è visibile nella discussa e censurabile legge approvata dal parlamento che ne disciplina la vita e la possibilità di azione.

Vi sono altri elementi di ambiguità: nessun vescovo è stato estromesso dal sinodo, neppure quando è passato a vivere in Russia, non si è aperto alcun dialogo con la Chiesa autocefala, non si registrano posizioni a firma di Onufrio contro il bombardamento russo sulla cattedrale di Odessa (particolarmente cara al patriarca Cirillo di Mosca) né contro la sostituzione dei vescovi ucraini nei territori occupati.

Nelle sedi internazionali non si registrano prese di distanza dall’imbarazzante difesa delle istanze russe che si fanno paladine in quelle sedi della Chiesa ortodossa non autocefala.

La scuola russa

Per la scarsa cultura teologica delle cancellerie occidentali, resta difficile distinguere il ruolo filo-governativo se non del tutto interno ai servizi segreti dei responsabili delle comunità ortodosse russe in Occidente dal comportamento della Chiesa ortodossa ucraina non autocefala e giuridicamente legata a Mosca. Una crescente attenzione dei servizi segreti e delle forze di polizia occidentali verso le presenze ecclesiastiche russe nei paesi europei è arrivata sui media. Non solo nei paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), ma anche in Finlandia, Svezia, Norvegia, Regno Unito e Germania.

Richiamo tre episodi indicativi. Il primo riguarda il metropolita Marco (Golodkov) di Riazan. Il prelato, esarca per l’Europa occidentale, ha sostituito recentemente il metropolita Nestor (residente a Parigi) sospettato di qualche distanza critica rispetto alla glorificazione della guerra operata dai vertici ecclesiali russi.

Il sito parlonsorthodoxie (19 febbraio) racconta della plateale benedizione di strumenti bellici impegnativi operata dal gerarca in ragione della difesa della patria e per «l’avvenire promettente del nostro paese». Difficile negare che un’esposizione tanto evidente non venga esercitata sulle diocesi in Europa direttamente dipendenti da lui.

Il secondo episodio riguarda la presenza ortodossa russa in una stazione termale della Repubblica ceca, Karlovy Vary, luogo dove si è rifugiato un alto personaggio della gerarchia russa, mons. Hilarion, accusato di molestie ma, in realtà, censurato per la sua distanza dalla decisione bellica. La polizia e i servizi segreti locali lo ritengono un luogo abituale di riunione di agenti dei servizi segreti russi (GRU). Tanto sospetto da mettere in forse la stessa presenza di Hilarion.

Il terzo episodio riguarda una comunità monastica russa in Svezia, il monastero di Sant’Elisabetta, non lontano da Stoccolma (Täby). La testimonianza delle suore, il loro servizio nelle parrocchie e il piccolo commercio di materiali religiosi nasconderebbe il sostegno all’influenza russa assicurata dalla Chiesa ortodossa nella regione. La Chiesa protestante di Svezia ha ufficialmente preso le distanze.

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