
La fede cristiana sta vivendo una delle fasi critiche più profonde della sua storia, tanto che papa Francesco parlava addirittura di una interruzione della trasmissione della fede da una generazione a quella successiva: «Nemmeno possiamo ignorare che, negli ultimi decenni, si è prodotta una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico» (Evangelii gaudium n. 70). Per cui giustamente Giovanni Paolo II invocò, fin dal 1979, l’urgente avvio di una Nuova Evangelizzazione.
Ci troviamo effettivamente a un crocevia storico tra esaurimento e rigenerazione profonda della fede, ma anche direi della stessa cultura cristiana.
Perciò chiamammo la nostra collana proprio «Crocevia», nel 2004, perché in effetti ogni aspetto della realtà, dalla famiglia alla democrazia, dalla scuola alla sanità, sta vivendo un travaglio senza precedenti. E in tal senso il nuovo libro di Giovanni Amendola: Dio al crocevia. Come credere nel XXI secolo?, risulta di straordinaria attualità.
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Il problema odierno infatti non sembra essere tanto quello dell’ateismo, quanto piuttosto quello di una incomprensione radicale del senso stesso della fede e di cosa significhi o comporti questo credere.
Tutto il XX secolo, filosofico, artistico, ma anche spirituale, ci ha resi molto sospettosi nei confronti dei discorsi preminentemente teorici e astratti, facciamo fatica perciò a dare credito a prediche troppo concettuali, ma anche esageratamente moralistiche.
L’uomo contemporaneo cerca disperatamente una salvezza, anche semi-consciamente, ma vorrebbe incontrare una proposta concreta, esistenzialmente efficace, e sperimentabile. Anche per questa ragione da decenni le proposte di origine asiatica, sia yogiche che buddhiste, ma oggi anche taoiste, trovano notevole riscontro tra le popolazioni occidentali, tanto diffidenti al contempo nei confronti delle Chiese cristiane.
Per cui oggi il problema non è soltanto in che cosa, in quale Dio credere, ma anche come vivere questa fede. La Nuova Evangelizzazione diventa un problema di metodo, di rinnovamento metodologico dei cammini iniziatici a tutti i livelli.
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Giovanni Amendola ci accompagna con grande perizia e leggerezza a confrontarci con le tre grandi correnti teologiche: il sentiero mistico-logico da Anselmo a Wittgenstein; il sentiero eucaristico-cosmologico da Tommaso d’Aquino a Teilhard; e infine il sentiero antropologico da Kant a Rahner. E ci mostra come tutti questi cammini esorbitassero dai limiti dell’indagine razionale verso esperienze spirituali più radicali, sostanzialmente mistiche. E infine ci propone il cammino dei gruppi «Darsi pace» come un esperimento di nuova sperimentazione della fede cristiana, come un piccolo ma tenace «laboratorio della fede», secondo la felice espressione di Giovanni Paolo II.
In questi gruppi, che abbiamo avviato nel 1999, e che ormai sono diffusi in tutta Italia, e anche all’estero, noi tentiamo di integrare un livello culturale di formazione, che comporta sostanzialmente una interpretazione messianica ed evolutiva del nostro tempo, con un livello di autoconoscimento, e uno più propriamente spirituale. Tutti e tre questi livelli formativi sono sperimentati attraverso pratiche specifiche, studio, esercizi, e meditazione che culmina nella contemplazione cristiana.
In tal modo il praticante è accompagnato a realizzare i misteri, e non solo a viverne una rappresentazione “teatrale”, che, come diceva già Paolo VI, rischia di restare estrinseca e superficiale.
Per cui il libro di Amendola si propone come uno strumento efficacissimo per confrontarci in modo nuovo con la grande speranza che la fede cristiana annuncia e testimonia nel mondo.
Giovanni Amendola, Dio al crocevia. Come credere nel XXI secolo?, Prefazione di Marco Guzzi, Paoline, Milano 2026, 216 pp., 16,00 euro. Giovanni Amendola, matematico e teologo, è professore di informatica all’Università della Calabria e di teologia all’Istituto Teologico Calabro. Vicedirettore della rivista di scienze teologiche Vivarium, è autore di pubblicazioni sull’intelligenza artificiale e sul rapporto tra fede e scienza, tra cui Antropo-Logos (Studium 2021) e Una ragione agapica per realizzare la fede (Artetetra 2023, con G. Fiorini Morosini).






E come spiegate la crescente attrazione, anche nei giovani, per i riti cattolici antichi?
Forse anziché di innovazioni, non avremmo per caso bisogno di un ritorno alla sacralità del passato?
Il testo proposto non è particolarmente innovativo però, bisognerebbe leggerlo.
“Il problema odierno infatti non sembra essere tanto quello dell’ateismo, quanto piuttosto quello di una incomprensione radicale del senso stesso della fede e di cosa significhi o comporti questo credere.”
Giusto, però dando per scontato che esista una dimensione comune di cosa significhi questo credere (dato che sostanzialmente non siamo d’accordo su nulla) chi la spiega?
Il destino ultimo del credente oggi sembra la solitudine..
L’innovazione di cui parliamo è possibile soltanto se pienamente inseriti nella grande Tradizione. Ma affinché questa Tradizione continui oggi, essa deve progredire. Benedetto XVI parlava della Tradizione come delle acque di un fiume che ci permettono di procedere nella storia, nella certezza che è lo Spirito a guidarla. Per cui ogni ritorno alle Origini è sempre un ritorno in avanti. Nei giovani riemerge quell’anelito insopprimibile di spiritualità e purtroppo oggi le nostre proposte ecclesiali sono in gran parte inadeguate. Da un lato rischiano un relativismo estremo riducendo la Chiesa ad una onlus e dall’altro forme fondamentalistiche che apparentemente danno stabilità, ma finiscono con l’alimentare una identità in contrapposizione e separazione dagli altri che non la pensano come noi.
Oggi, come il Magistero sottolinea da oltre cinquant’anni, c’è bisogno di una nuova evangelizzazione che metta al centro una più profonda e personale esperienza di Dio e dei Misteri della fede cristiana. Si tratta, in altri termini, innanzitutto di superare le nostre rappresentazioni di Dio per realizzare Dio nella nostra vita, facendo esperienza concreta di poter costantemente rovesciare in noi l’uomo vecchio per rinascere in Cristo, la nostra vera umanità-divinità.
La ringrazio per la gentile risposta. La mia sottolineatura è questa: per tradurre (sia nel tempo di tradere/trasmettere, sia in quello più preciso di traduzione) serve un vocabolario comune. Se ognuno utilizza una grammatica diversa invece della Pentecoste delle lingue avremo una Babele.
Personalmente mi sono stancata di cercare questa grammatica, anzi mi viene voglia di lasciar deflagrare ulteriormente il tutto.