Don Milani riletto nel suo contesto

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don milani

Una delle idee al centro della vocazione del giovane don Lorenzo Milani si può riassumere così: essere sacerdote e stare dalla parte degli ultimi, non tanto con le parole e le prediche, ma con i fatti, rinunciando a ogni privilegio e ricchezza.

In famiglia, la sua decisione di farsi prete venne accolta con dolore e, nonostante le tante affettuose rassicurazioni che la madre ricevette dal figlio, fu sempre considerata affrettata. Una forma di ribellione alla condizione privilegiata in cui era vissuto. Eppure, fu chiaro a tutti coloro che lo frequentavano come amico e che gli stavano intorno, che il giovane Lorenzo era stato «chiamato» alla vita religiosa, senza possibilità di ripensamenti.

Come racconta don Raffaele Bensi che fu suo consigliere spirituale fin dal 1943, quando Lorenzo ricevette la cresima, per lui «incontrare Cristo, incaponirsene, derubarlo, mangiarlo fu tutt’uno. […]. Gesù come alimento quotidiano e Dio come amore». La sua religione fin da subito non conosceva santi e beati, andava all’essenziale: «Dio va amato, non basta avere fede o crederci, e la religione altro non è che l’osservanza rigorosa dei comandamenti divini». Alimentarsi del corpo di Gesù e cercare di rimanere sempre in pace con le leggi di Dio, credere nel sacramento dell’eucarestia e della confessione, resteranno sempre i cardini del sacerdozio di don Milani: come dirà più volte: «momenti di quella Verità che solo la Chiesa cattolica possiede e può trasmettere».

«Sorreggere il comignolo»

Nella parrocchia di Calenzano, poco dopo la sua ordinazione nel luglio del 1947, don Lorenzo si era subito dedicato ai giovani e ai ragazzi, adottando con loro i metodi tradizionali che aveva imparato in seminario: giocare al pallone, riunirli insieme per farli divertire con forme diverse di ricreazione, per poi catturarli alla preghiera e alla parola di Gesù. Ma subito si era accorto di due seri problemi: la gente che andava in chiesa per la messa e le altre cerimonie diminuiva sempre più e quelli che frequentavano regolarmente la chiesa, nonostante le ore di catechismo, le tante prediche e le ripetute preghiere e funzioni, mostravano di possedere una religiosità povera di contenuti e, forse, di fede. La loro mancanza di istruzione e l’incapacità di molti di leggere e scrivere costituiva il primo impedimento alla chiarezza della fede.

Il nostro popolo, scriveva in proposito don Milani, è come quella costruzione che tenta invano di sorreggere il comignolo, «mentre le manca ancora il fondamento e i muri». Chi frequentava chiesa e parrocchia ascoltava e non capiva perché non aveva le capacità di lettura e comprensione. Per questo, il suo impegno pastorale consisterà principalmente nel fare scuola, ma non di religione. Scuola e basta: «Quando un giovane operaio o contadino ha raggiunto un sufficiente livello di istruzione civile, non occorre fargli lezione di religione per assicurargli l’istruzione religiosa. Il problema si riduce a turbargli l’anima verso i problemi religiosi».

Dunque, un parroco o un prete qualunque «che facesse dell’istruzione dei poveri la sua principale preoccupazione e attività non farebbe nulla di estraneo alla sua specifica missione». Infatti, come evangelizzatore, «non può restare indifferente di fronte al muro che l’ignoranza civile pone tra la sua predicazione e i poveri». Così, è necessario «farsi su le maniche» e fare scuola. A ogni ora possibile, a tutti coloro che lo vogliono, siano cristiani dichiarati o abbiano in tasca la tessera comunista.

La scuola è una forma di riscatto prima di tutto dalla miseria umana e sociale, poi può essere un primo passo in direzione della fede. E allora, don Lorenzo sacerdote si trasforma in maestro. Siamo ancora nel 1947 ed è a San Donato di Calenzano che decide di colmare l’abisso culturale profondo che separa i poveri dall’essere uomini e donne civili capaci non solo di cambiare il loro destino ma anche di contribuire attivamente all’avvenire della società.

Questa illuminazione resta e resterà un punto cruciale per comprendere appieno il segreto di Barbiana, la piccola parrocchia sperduta sui monti del Mugello dove don Milani verrà relegato dal vescovo di Firenze. A Barbiana, don Lorenzo comincerà a vedere in quei ragazzi, ma anche nei giovani più grandi, senza Parola, delle creature di Dio ferite dal mondo e dalla realtà, privi di quell’ingrediente fondamentale per essere uomini e donne tra gli altri.

Con il trascorrere del tempo, per eccesso di generosità, Barbiana divenne una sorta di Lourdes per gli incurabili delle scuole del Mugello (e tra gli incurabili, non solo i bocciati ma anche i disadattati). Don Lorenzo aveva dunque una giornata piena di impegni, a partire dalla mattina presto e fino a tarda sera; dalle sedici alle diciotto ore giornaliere di attività sacerdotale, comprese le funzioni religiose, previste dal calendario.

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Il saggio di Adolfo Scotto di Luzio

Gli aspetti essenziali della vita e delle idee di don Lorenzo Milani sono ricostruiti assai bene dal saggio di Adolfo Scotto di Luzio: L’equivoco don Milani, Einaudi 2023. «I tentavi di iscrivere il prete di Barbiana nella tradizione democratica della pedagogia del dopoguerra […] appaiono semplicemente desolanti per quanto sono privi di consistenza», scrive Di Luzio. Don Milani non vuole innovare la scuola e i suoi metodi. Per lui la scuola di Stato rappresenta solo la cultura e il potere della borghesia che emargina il povero (contadino, montanaro, oppure operaio). Perché, come scrive in Lettera a una professoressa, la scuola pubblica funziona come dispositivo di esclusione sociale: accetta solo un sapere ben definito e rifiuta le conoscenze di chi vive ai margini.

L’istruzione, come abbiamo visto, per don Milani era il primo presupposto dell’evangelizzazione e serviva allo scopo di comprendere e applicare nella vita quotidiana il messaggio di Cristo. «Ogni parola per don Milani è parola di Dio e perciò stesso il sapere di cui la parola è espressione – scrive Di Luzio – non può che essere sapere di Dio, e a Dio appartiene». La scuola così concepita diventa allora il luogo della riforma radicale del popolo e della società. Seguendo in parte il pensiero di Maritain e il modo di stare nella politica di Giorgio La Pira e di Giuseppe Dossetti, don Milani pensa alla realizzazione di una società cristiana di fratelli, ponendosi il fine di realizzare, nella sfera sociale, le verità evangeliche.

Di Luzio sottolinea giustamente che il parroco di Barbiana credeva possibile muoversi nel perimetro dell’ideale storico della nuova cristianità sociale. In questo ambito, come sacerdote-maestro metteva in pratica la duplice necessità di «reintegrare le classi popolari in una esperienza di Chiesa e gli emarginati e gli esclusi nel corpo vivo della società civile».

Per don Lorenzo Milani, che negli ultimi anni della sua vita a Barbiana aveva accolto, insieme a tanti bambini e ragazzi esclusi dalla scuola pubblica anche alcuni educatori, quel che contava era «la necessità di conversione interiore del singolo e di un percorso adeguato a questa conversione». La sua scuola e l’attenzione agli emarginati, ai sofferenti – fratelli tutti – aveva questo intento, ed era la sua missione prima di sacerdote.

Nel contesto storico, pedagogico, religioso e politico

Adolfo Scotto di Luzio inserisce correttamente il pensiero del sacerdote don Lorenzo Milani nello spirito del suo tempo. La società cristiana preconizzata da Dossetti e La Pira, le lotte per la giustizia sociale lo interessavano, sebbene fosse più lo stato spirituale del suo popolo di montanari a occuparlo ogni ora del giorno. Le sue battaglie – che lo portarono alla ribalta dei giornali e dei dibattiti accesi (oltre che dei tribunali) e che ancora oggi caratterizzano il riferimento al suo nome – fin da subito faranno perdere di vista all’opinione pubblica la sua missione di sacerdote.

Don Lorenzo resterà tuttavia saldo nel suo progetto fino all’ultimo respiro: tutte le sue battaglie civili, politiche e culturali si muovono nel solco del suo progetto di una nuova società cristiana. Non si poteva portare il suo popolo ad amare Dio se il popolo stesso smetteva di credere nel suo pastore. «Non si poteva portare il Vangelo al popolo – scrive di Luzio – mentendo sulle cause della miseria e occultando sistematicamente colpe e complicità dei politici cattolici e della Chiesa stessa».

La lettura di questo saggio rimette ora, dunque, al centro della discussione l’opera di don Lorenzo Milani, inserendola nel contesto storico, pedagogico, religioso e politico degli anni in cui il sacerdote ha vissuto e scritto, restituendogli la capacità di turbare gli animi tranquilli di coloro che nel tempo hanno cercato di accoglierlo nei loro scritti «solo» come il vero padre delle loro idee sulla scuola e sulle sue diverse e contraddittorie riforme.

Risollevato dal «figurino senza spessore di un pedagogismo nostrano», nelle pagine del saggio di Scotto di Luzio, il prete di Barbiana ritorna a scuotere le coscienze e a interrogare la società e tutti noi, sui grandi temi che ancora oggi l’attraversano: quelli della giustizia sociale, della tutela dei più fragili e dei senza diritti, dell’altruismo; temi che tennero impegnato tanta parte del suo vivere a Barbiana, fino all’ultimo respiro, accendendo un dibattito da tenere tuttora vivo.

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Adolfo Scotto di Luzio, L’equivoco don Milani, collana «Le Vele», Einaudi, Torino 2023, pp. 140, euro 12,00. Adolfo Scotto di Luzio è docente ordinario di Storia della pedagogia presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali della Università degli studi di Bergamo.

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