
La morte di Vittorio Messori (lo scorso 3 aprile 2026) ci ricorda il debito di riconoscenza che abbiamo con il suo libro fondamentale, Ipotesi su Gesù (1976), apparso negli anni in cui il cristianesimo e la figura stessa di Gesù sembravano dover essere relegate nelle soffitte del pre-moderno (pubblicato sul blog Vino Nuovo, 7 aprile 2026)
Dobbiamo tutti qualcosa a Vittorio Messori. Almeno noi, ragazzi d’oratorio della generazione boomer. Almeno noi, giornalisti cattolici con qualche velleità di esserlo. Chi non c’era, fatica oggi a immaginare il clima degli anni Settanta, quando per la cultura cattolica sembrava non esserci posto nel dibattito pubblico: tutto impregnato nelle ideologie, nelle utopie della «rivoluzione» qui e ora che fatalmente guardavano dall’alto in basso quelli che – ancora! – pretendevano di proporre argomenti riguardanti anche un oltre.
Vittorio Messori allora ci ha dato una grande mano. Lui, un convertito proveniente (come non mancava mai di ricordare) dalla scuola del rigido razionalismo illuminista torinese dei Galante Garrone e dei Bobbio «prima maniera», aveva tirato fuori un libro denso di pagine fitte che nel titolo ammiccava alle «Ipotesi su Gesù» (1976), ma in realtà nel contenuto argomentava una tesi ben precisa: che quel falegname di Nazareth non solo era realmente esistito (contro la tesi storicistica), non solo era stato descritto in modo credibile nei Vangeli (contro la tesi mitica), ma che crederlo il Cristo era «ragionevole» e che comunque la sua figura aveva cambiato la storia. E almeno per questo valeva la pena di confrontarsi con lui.
Tutti, non solo i credenti. Il «laico» (comunista del comitato centrale PCI) Lucio Lombardo Radice, che accettò di firmare una lunga prefazione a quel libro, lo scriveva così: «Il principio, illuministico e positivistico, della demistificazione scientifica, storico-critica della fede cristiana deve essere coraggiosamente abbandonato».
E per noi, liceali (o poco più) cresciuti con educazione cristiana, era davvero come uscire da un ghetto: dunque non eravamo dei poveri arretrati papisti, dunque potevamo anche noi dire la nostra nel fermento ribollente di quegli anni di dibattiti, di incontri, di speranze post-sessantottine e post-conciliari.
Messori è diventato così la bandiera della nuova apologetica cattolica, almeno in Italia, a volte un po’ compiaciuta (ma del resto: non è che dall’altra parte dell’ideologia facessero poi tanti sconti…) e comunque con la tendenza mai rinnegata a rivalutare aspetti tradizionali e magari desueti del cattolicesimo: i miracoli, persino quelli più straordinari; la devozione mariana; la morale. In questo filone si iscrivono i suoi altri bestseller mondiali assoluti delle interviste a Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II.
Solo che nel frattempo la temperie culturale è radicalmente cambiata, come spesso succede, e quanto era prima di minoranza (la spiritualità, il sentimento, il «complotto», l’immagine), se non piena maggioranza, è divenuto mainstream. Nella crisi delle ideologie il cattolicesimo con le sue certezze (altro che «ipotesi»…) è servito, da una parte, quale zattera di salvataggio per chi aveva perso i punti di riferimento oppure, dall’altra parte, viene rifiutato perché la sua «ragionevolezza» (quella che Messori ha cercato per una vita di dimostrare) non interessa più.
Chissà, forse oggi bisognerebbe anzitutto avere il coraggio ammettere che – al di là di Gesù – molto di ciò che crediamo è davvero un’«ipotesi».
Grazie comunque di tutto, Vittorio!






