Concistoro-Liturgia: partecipazione attiva

di:

grillo

Uno dei punti più delicati della tradizione liturgica degli ultimi 100 anni è la elaborazione del concetto di “partecipazione attiva”, che sta al centro della Riforma Liturgica, come quella luce verso cui tende l’intero assetto del ripensamento conciliare intorno alla natura della azione rituale. È evidente che se si comprende in modo sbagliato questo concetto decisivo, facilmente si fraintende tutta quella operazione teologica ed ecclesiale che, come Riforma Liturgica, è stata prima auspicata dal Concilio Vaticano II e poi realizzata dal post-concilio.

Origine della locuzione “partecipazione attiva”

La locuzione non nasce con il Concilio Vaticano II, ma 60 prima e compare, in modo solenne, ma non centrale, in un testo del magistero di papa Pio X.

Come è noto, nel Motu Proprio “Tra le sollecitudini” del 1903, il cui tema è la “musica sacra”, leggiamo una frase che è rimasta nella storia come la prima ammissione aperta e chiara di una comprensione rinnovata della azione rituale di culto nella esperienza della Chiesa cattolica. Esaminiamo anzitutto la frase nel suo tenore letterale:

«Essendo, infatti, Nostro vivissimo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti, è necessario provvedere prima di ogni altra cosa alla santità e dignità del tempio, dove appunto i fedeli si radunano per attingere tale spirito dalla sua prima ed indispensabile fonte, che è la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa. Ed è vano sperare che a tal fine su noi discenda copiosa la benedizione del Cielo, quando il nostro ossequio all’Altissimo, anziché ascendere in odore di soavità, rimette invece nella mano del Signore i flagelli, onde altra volta il Divin Redentore cacciò dal tempio gli indegni profanatori».

La frase, che è scritta nell’italiano dei primi del 900, manifesta almeno tre concetti centrali:

  1. L’intenzione è che “rifiorisca e si mantenga” in tutti i fedeli “il vero spirito cristiano”. In questa direzione la “prima di ogni altra cosa” è la “santità e dignità del tempio”. E’ qui evidente che si attesta una “cura per la liturgia” che appare come un elemento piuttosto nuovo nell’ambito delle preoccupazioni di inizio secolo: non una istanza politica, non una istanza dottrinale e o disciplinare, ma una mediazione simbolica sta al centro dello sguardo del testo.
  2. Il tempio è il luogo “dove i fedeli si radunano per attingere tale spirito dalla sua prima e indispensabile fonte, che è la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa.” Questa è la definizione del “tempio”. Qui troviamo la ripresa della idea che la “fonte” prima e indispensabile del “vero spirito cristiano” non è semplicemente il sacramento e la preghiera, ma la “partecipazione attiva” ad essa. Questa idea, che nel testo compare come motivazione di una nuova cura per il “canto e musica sacra”, presenta una visione con tratti di forte novità.
  3. L’ultima frase, in modo colorito, riprende su un altro piano l’espressione solenne: sottolinea la correlazione tra il discendere della “copiosa benedizione del Cielo” e l’ascendere dell’ “ossequio all’Altissimo”, quando non è all’altezza della tradizione. Profanare il tempio è, precisamente, trascurare questa correlazione.
Uno slogan del Movimento Liturgico

Se superiamo una certa diffidenza, legata inevitabilmente al linguaggio e alle figure impiegate, vediamo bene come questo testo sia divenuto quasi uno “slogan” del Movimento Liturgico degli anni 10-40 e sia stato utilizzato, soprattutto con la mediazione abilissima di Lambert Beauduin, per avvalorare una nuova visione della funzione “fontale”, “spirituale” e “pastorale” della liturgia. Tutte le parole-chiave del secolo successivo sono contenute in quel testo:

  • l’affermazione del valore spirituale della liturgia, contro cui ancora negli anni 50 i coniugi Maritain scrissero pagine di fuoco;
  • la comprensione della liturgia come fonte della azione della Chiesa, piuttosto che come “protestatio fidei” meramente esteriore e cerimoniale;
  • l’esigenza di fare della “partecipazione attiva” alla liturgia il cuore della pastorale, superando la logica di “assistenza” e di “passività” di muti spettatori.

Nessuna di queste tre affermazioni era ovvia agli inizi del ‘900 e non lo rimarrà fino agli anni 50 del secolo. La forma più semplice di questa “non ovvietà” della frase era sperimentabile nel vissuto comune della messa: in essa non era affatto scontata quella forma di “partecipazione attiva” che era anzitutto la comunione. Anzi fu proprio uno scandalo quando Pio X disse, qualche anno dopo quel testo, che poteva essere desiderabile che ogni fedele si comunicasse anche quotidianamente. Questo modo del partecipare era guardato con sospetto, anche se veniva pensato, dallo stesso papa Pio X, più come un atto di culto privato, che come un atto mediato dal rito liturgico di comunione. Fare la comunione non significava, allora, partecipare alla azione che si chiama rito di comunione, ma ricevere privatamente il Santissimo Sacramento.

Una rilettura illuminante: J.-Y. Hameline

Il testo del 1903, in occasione dell’anniversario secolare della sua pubblicazione (nel 2003) è stato letto da J.-Y. Hameline [LE MOTU PROPRIO DE PIE X ET L’INSTRUCTION SUR LA MUSIQUE SACRÉE (22 novembre 1903), “La Maison-Dieu”, 239/3(2004), 85-120] come caratterizzato non tanto dalla idea della “partecipazione”, quanto dalla idea di “attività”.

È la insistenza sulla “azione” a qualificarlo in modo singolarmente nuovo. In effetti questo intento, che nasce in ambito musicale, ma che poi si estende all’intera esperienza liturgica, scopre il valore originario della “azione musicale” per la rigenerazione del tessuto spirituale della Chiesa. Qui Hameline riscontra con sorpresa una somiglianza tra il progetto di Pio X agli inizi del XX secolo e il progetto musicale che Wagner aveva pensato per la musica nella seconda parte del XIX secolo. Ma echi di questa ripresa dello “spirito liturgico” si trovano in Angelo de Santi, il padre gesuita implicato nella stesura della lettera e nella nuova edizione del graduale del 1908, dove si trova, proprio nel proemio, la espressione “spiritus, quem vocamus, liturgicus itemque precandi spiritus”.

Questo modo nuovo di intendere la “partecipazione attiva” non è stato immediatamente compreso. È interessante che la prima traduzione latina del termine italiano “partecipazione attiva” sia stata “communicatio actuosa”, presto però superata con “participatio”, in un latino meno elegante, ma più chiaro. Non si tratta semplicemente di “ricevere”, ma di “agire” nel culto (non solo musicale).

Dunque, anche dalle ricerche più accurate e autorevoli, emerge che la novità della espressione non consiste nel parlare di “partecipazione ai santi misteri”, che è espressione classica. La vera novità sta nella aggiunta di quell’aggettivo “attiva”, che cambia completamente la prospettiva.

Il rifiorire dello spirito cristiano viene collegato, diremmo attivamente, ad una nuova comprensione non solo della funzione della musica e del canto, ma dell’intera azione liturgica.

Si potrebbe dire, in sintonia con l’analisi di Hameline, che un testo nato da un intento chiaramente antimoderno, abbia di fatto messo in moto un nuovo modo di intendere l’atto musicale e l’atto di culto più in generale.

Continuità e rottura nella locuzione

Non c’è dubbio che il contesto musicale, che scopriva nel 1903 un “munus ministeriale” nell’azione del canto, cambiava la prospettiva di lettura non solo della musica ma dell’intero agire rituale. Così si è potuto elaborare quel concetto di “partecipazione attiva” che 60 anni dopo, nel primo documento del Concilio Vaticano II, nel 1963, è stato collocato al centro dell’intera esperienza liturgica ecclesiale. Questo aspetto programmatico resta un compito anche per l’oggi: non solo in campo musicale, ma in relazione a tutti i linguaggi della liturgia, la “partecipazione attiva” cambia la prospettiva pastorale, cambia l’esperienza della Chiesa. Non come “rottura”, ma come “custodia” della tradizione. L’azione in gioco è “comune” ed è efficace: questa è la sfida che inizia esplicitamente nel 1903: una cosa molto moderna, anche se concepita in partenza con intenzioni antimoderne.

Non sorprende che proprio su come si debba intendere la “actuosa participatio” oggi restino molti equivoci, anche sul piano ufficiale: non ultima la mancanza di chiarezza sul fatto che la domanda di riforma dei riti preconciliari risponde precisamente allo scopo di attivare una “actuosa participatio”: il rifiuto della riforma liturgica, la fuga in riti “non riformati” assicura soltanto la contestazione più viscerale di questa idea di Pio X, assunta dal Vaticano II e divenuta, non senza fatica, il principio di una nuova grammatica liturgica.

Questa grammatica ha al centro l’idea di azione comune: la fede si edifica di una azione che ha come soggetti Cristo e tutta la sua Chiesa. Ogni polarizzazione o contrapposizione interna a questi soggetti perde di vista il guadagno che la locuzione assicura. Non si deve temere che “partecipare” indichi una lettura sociologica del rito, anche se non esclude affatto che si possa recepirla soltanto a questo livello.

La teologia della “partecipazione attiva” è un ripensamento dogmatico della tradizione, fondato su un modo nuovo di intendere la funzione dei riti nella vita della Chiesa. La natura stessa della liturgia, in quanto azione, chiede che tutti coloro che ne sono titolari agiscano in essa. L’“actio sacra” non significa “azione separata”, ma “azione comune”. Sacro non è “riservato”, ma “partecipato”. Il ministero ecclesiale non sequestra l’azione, ma la rende condivisa: per questo l’atto più alto non è “presiedere”, ma “celebrare”: il primo è rischio, il secondo salvezza.

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Un commento

  1. Adelmo Li Cauzi 6 gennaio 2026

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