
- Gentile Chiara Bertoglio, quali suggestioni bibliche raccoglie la musica per “dire” la risurrezione?
Benché il Mistero Pasquale appartenga al Nuovo Testamento, i Padri della Chiesa ne hanno colto i prodromi, come sempre, nell’Antico, e proprio da suggestioni musicali. Mi piace infatti ricordare la lettura pasquale dei Salmi 57 (56) versetto 9 e 108 (107) versetto 3 – svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora! – ove il risveglio dell’anima dell’orante è assimilato al “risveglio” di Cristo nel sepolcro, nella sua doppia natura: umana (la cetra) e divina (l’arpa). La risurrezione – cioè il “ritorno” alla vita – è così percepita quale ritorno al suono della vita: alla musica.
Gli stessi testi neotestamentari non descrivono la risurrezione. I Vangeli e gli Atti degli Apostoli narrano “solo” gli incontri col Risorto: da questi racconti originano due filoni della musica scritta per l’Evento pasquale: quello propriamente liturgico, fissato canonicamente, e quello storico in continuo divenire.
- Puoi dirne i caratteri fondamentali?
Il filone del canto liturgico ci è familiare dal Giorno e dal Tempo di Pasqua. Attinge appunto, dalle narrazioni bibliche dell’incontro col Risorto. Canti, come l’Exultet nella Veglia Pasquale o il Victimae paschali laudes nell’Ottava di Pasqua, riprendono frammenti, figure e concetti neotestamentari che riguardano l’esperienza di incontro col Risorto, nel tono contenuto della preghiera, del raccoglimento e della contemplazione.
Neppure la musica liturgica può darci, dunque, una “descrizione” dell’evento in sé: trasmette piuttosto il senso di un’esperienza, quella che è stata – fortemente – dei primi cristiani.
Mentre il percorso storico-artistico successivo – a partire dagli stessi testi e dagli stessi presupposti – ha assunto, via via, caratteri diversi.
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- Puoi farne una breve storia?
Torniamo alla nascita del teatro moderno, al tempo delle rappresentazioni sacre dei vangeli e quindi delle prime narrazioni pasquali. Torniamo al tempo in cui l’interrogativo Chi cercate? (da Giovanni 20,15) – cioè l’interrogativo rivolto alle donne al sepolcro vuoto – è divenuto il centro di tante rappresentazioni tardomedievali e poi rinascimentali.
Queste prime esperienze si riversano poi nel genere Oratorio, sviluppatosi nelle grandi opere musicali che conosciamo, cioè in narrazioni in musica dei testi evangelici, ovvero con parafrasi ed elaborazioni degli stessi.
Posso citare, quale esempio d’epoca del primo-barocco, la Storia della gioiosa e vittoriosa risurrezione del nostro redentore e salvatore Gesù Cristo di Heinrich Schütz del 1623 (qui), per poi arrivare a dire di opere tra le più note della storia della musica sacra, quali l’Oratorio, in lingua italiana, la Risurrezione di Georg Friedrich Händel del 1708 (qui) e l’Oratorio di Pasqua di Johann Sebastian Bach del 1725 (qui).
- Quali sono – già in queste opere musicali – i segni specifici della evocazione della risurrezione?
Dall’ingresso, in maniera strutturata, degli strumenti nella musica, il suono della tromba – o degli strumenti a fiato in genere – è divenuto il tratto sonoro caratterizzante e significante, in qualche modo, abbastanza specifico, la risurrezione, sia perché nell’immaginario della tradizione – anche pittorica – le schiere angeliche sono dotate di strumenti a fiato nel loro rendere Gloria al Signore, sia perché non è mai stato dimenticato San Paolo – 1 Corinti 15,51-52 – laddove ha scritto che «la tromba squillerà e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati».
- Puoi farci un esempio famoso di suono di trombe e di fiati per la risurrezione?
L’esempio più famoso è l’Allelujah dal Messiah di Händel (qui). Come noto, il Messiah narra – con testi esclusivamente biblici in lingua inglese – l’intera vita di Gesù, ma, al “periodo” che va dalla risurrezione alla fine dei tempi, è dedicata la maggior parte dell’opera.
Lo sfavillio di sonorità dell’Alleluiah spicca a significare la risposta della comunità credente all’Evento pasquale: una grande gioia! Ma, in fondo, nel Messiah di Händel, la risurrezione non sta proprio nell’Alleluja…
- Dove “sta” allora la risurrezione in Händel?
Secondo me, sta soprattutto in un brano molto più sobrio, in cui si canta un versetto dal libro di Giobbe (19,25) – io so che il mio redentore è vivo (qui) -, una intima e profonda professione di fede nel Signore Risorto.
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- Puoi fare altri esempi dalla musica barocca?
Tornando un po’ indietro nel tempo rispetto ad Händel, mi è caro ricordare un brano dalle Sonate del Rosario di Franz Biber del 1676. Biber ha composto un ciclo di 15+1 sonate per violino e basso continuo, secondo i 15 misteri del rosario (tradizionale): la 11a sonata – della risurrezione appunto – è scritta per violino con “scordatura”, in cui cioè le corde centrali sono incrociate per produrre un effetto sonoro che, in qualche modo, lo avvicina alla tromba, per cui, al nostro orecchio, risulta, insieme, la sobrietà del suono del violino e la maestosità del suono della tromba.
- Nel genere musicale “Messa” la resurrezione come viene resa?
Il Credo è, nel genere “Messa”, la parte “narrativa” in cui svetta l’evento della risurrezione di Cristo. Il Credo di Nicea accosta, in successione, la sua incarnazione, la sua crocifissione, la sua risurrezione. Proprio questa successione – e il rapporto tra tali eventi della storia della salvezza – ha dato impulso alla creatività dei grandi autori, come Bach e Beethoven e altri.
L’incarnazione è stata spesso evocata – come quasi prescritto dal rito liturgico all’atto dell’inchino del celebrante all’incarnatus – in maniera sobria, raccolta, contemplativa; nel crucifixus, gli autori hanno messo poi tutto il tono del dolore possibile, ma in vari modi: chi in maniera esternata, chi in maniera più sommessa, profonda; nell’et resurrexit, come detto, molti hanno osato il massimo fulgore sonoro.
La resa della risurrezione sta dunque soprattutto nel passaggio, nel salto – nel contrasto sonoro – tra l’incarnatus-crucifixus e l’et resurrexit, ad esaltare l’effetto di stupore, di sorpresa, di gioia, di fronte all’inatteso e all’indicibile.
Due grandi esempi abbiamo nelle Messa di Bach (qui) nella Missa solemnis di Beethoven (qui): nei rispettivi Credo, benché le differenze di epoche e di stili risultino evidenti, all’ascoltatore assorto risulta sempre sorprendente il tratto-passaggio comune: quasi a segnare il “momento” della risurrezione, il momento – nel tempo e fuori dal tempo – della Pasqua.
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- Da musicista – interprete – ci va uno stacco di silenzio tra morte e risurrezione, in musica?
Nelle esecuzioni dal vivo – magari in chiesa – dipende: dipende, oltre che dalle “prescrizioni” dell’autore, dalle percezioni dell’interprete-direttore; se si arriva a quel punto dopo che si è ingenerata la giusta tensione emotiva, questa va amplificata, secondo me, dal silenzio, come un Sabato Santo di silenzio che un’opera musicale che si spegne esige per potersi poi rigenerare o “risvegliare”, nel movimento della risurrezione. Anche se, naturalmente, gli astanti, i fedeli, conoscono bene l’opera, l’effetto di stupore non viene mai meno, anzi si rinnova con maggiore intensità.
- Puoi dire della risurrezione nella musica contemporanea?
Non ci nascondiamo che, specie nella contemporaneità, la Pasqua – morte e risurrezione – è davvero uno scandalo e una follia irrazionale, come ha scritto San Paolo nella sua lettera (1 Corinti 1,23). Le “affermazioni” sulla risurrezione dei musicisti contemporanei, perciò, appaiono quanto più improbabili.
È singolare tuttavia costatare come affermazioni così forti e coraggiose siano giunte, specie nel Novecento, da compositori dei Paesi dell’est europeo sottoposti al dominio culturale sovietico, di per sé ateo e razionalista.
- Puoi fare qualche esempio?
Il mio pensiero, in questo momento, va, ad esempio a Sofja Gubajdulina: richiesta di comporre una Passione secondo San Giovanni dalla Bachakademie di Stoccarda nell’anno 2000, anziché fermarsi con la musica ove liturgicamente termina il racconto della passione – cioè dinnanzi al sepolcro chiuso -, ha voluto spingersi oltre, quasi a colmare quel vuoto, per lei – cristiana ortodossa – altrimenti insopportabile (qui).
Un altro compositore che mi viene in mente è Krzysztof Penderecki, cattolico, polacco, vissuto in un clima culturale – specie negli anni Settanta del secolo scorso – di discriminazione e di spregio della fede cristiana. Col suo monumentale lavoro, Utrenja, che si colloca tra il Sabato Santo e la Domenica di risurrezione (qui) ha fatto una sua professione, molto forte, di fede nella risurrezione.
Ma anche l’Occidente non manca di compositori che si siano cimentati col tema, da credenti: cito James McMillan (n. 1959), cattolico, inglese, con il suo Visitatio Sepulchri (qui).
Uscendo, poi, dalla musica prettamente classica – ed entrando quindi nel folk, nel pop, nel rock -, gli esempi si possono moltiplicare, in direzioni comunque molto interessanti. Mi piace citare il brano Lord of the Dance su musica di tradizionali danze irlandesi e testi del cristianesimo antico (qui).
- Un’ultima domanda: la musica riesce ad integrare le parole rispetto ad un evento fondamentale – non descritto e indescrivibile – per la fede cristiana?
La musica è l’arte del tempo, perché si svolge e si esaurisce nel tempo con continue trasformazioni armoniche, di ritmo, di velocità, di timbro, volume, ecc., di per sé, all’infinito. Prendiamo l’arte musicale delle variazioni su un tema (qui), in cui il motivo musicale “reale” – di origine – subisce nel tempo continue trasformazioni: è sempre lo stesso, eppure cambia divenendo sempre “altro”.
Ecco, è questa l’idea – tipicamente musicale – che può aiutarci, secondo me, a capire o a intuire il significato della Parola – in questo caso il significato della Parola della risurrezione – perché esprime il senso della trasformazione del corpo reale di Gesù – che tale resta – nel corpo glorioso di Cristo, vero uomo e vero Dio nella Trinità.
Sì, la musica aiuta a “credere” che ciò che è reale, finito, addirittura morto, subisce, per volontà divina d’amore, anche in noi, una continua trasformazione, verso ciò che resta reale, concreto, ma infinito e per sempre vivente. La risurrezione di Cristo è «primizia di risurrezione» (1 Corinti 15,20) e perciò principio di una speranza che è già all’opera in noi, insopprimibilmente, e che nessuna forza ostile può definitivamente spezzare, neppure la morte.





