
Brian Burch, ambasciatore USA presso la Santa Sede (Stephanie Gengotti for The New York Times)
Lo scorso 9 luglio, sul New York Times, l’ambasciatore degli USA accreditato presso la Santa Sede, Brian Burch, «attivista cattolico conservatore di lungo corso», ha inteso correggere la portata del giudizio di Papa Leone XIV sulla guerra in Iran come guerra (moralmente) «ingiusta», affermando che un tale giudizio sarebbe stato espresso dal Papa non in qualità di Vicario di Cristo, ma come sovrano politico dello Stato Città del Vaticano e dunque da una posizione equivalente a quella del Presidente Trump (ma evidentemente meno informata dei fatti). Lunedì 13 luglio, sul sito ufficiale di informazione vaticana Vatican News, il direttore Andrea Tornielli gli ha risposto (senza nominarlo) con un editoriale evidentemente concordato con i vertici della Santa Sede. Riprendiamo da America, 13 luglio 2026 (originale inglese)
Il Vaticano è intervenuto il 13 luglio per correggere una rappresentazione ritenuta fuorviante del ruolo del Papa, avanzata dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Brian Burch, riaffermando che il Papa parla sempre come Pastore: «Anche quando parla di pace e di guerra, di accoglienza ai migranti o di come restare umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il Successore di Pietro è e resta sempre un leader spirituale».
Lo ha fatto attraverso un editoriale pubblicato da Vatican News e firmato dal direttore editoriale Andrea Tornielli, dal titolo: «La parola del Papa è sempre quella del Pastore». Editoriali di questa rilevanza vengono sempre approvati ai più alti livelli della Santa Sede e America ha appreso che anche questo testo ha seguito tale prassi, pur senza menzionare esplicitamente, per ragioni diplomatiche, né il nome né l’incarico dell’ambasciatore.
L’editoriale è stato pubblicato in risposta a un articolo del New York Times del 9 luglio, basato su due interviste rilasciate dall’ambasciatore Burch nell’arco di due settimane. Secondo il quotidiano, Burch avrebbe sostenuto che quando il Papa si pronuncia contro una guerra non lo fa in quanto capo della Chiesa cattolica o vicario di Cristo, ma solo come sovrano politico dello Stato Città del Vaticano. Inoltre, viene citata la sua affermazione secondo la quale: «Quando il Papa agisce come sovrano della Santa Sede è sullo stesso piano degli altri leader mondiali».
L’articolo, pubblicato nell’edizione cartacea dell’11 luglio con il titolo «Trump e papa Leone sono molto allineati», firmato da Elizabeth Dias e Motoko Rich, riferiva anche che Burch aveva dichiarato come il Papa non possa definire ingiusta la guerra contro l’Iran, poiché dispone soltanto di «un insieme limitato di fatti». Il quotidiano aggiungeva inoltre che, «anche se il Papa dichiarasse ingiusta quella guerra, non intenderebbe realmente questo».
L’editoriale di Vatican News spiega invece che «il fatto che il Vescovo di Roma, in virtù dei Patti Lateranensi del 1929, sia anche il sovrano del più piccolo Stato del mondo — meno di mezzo chilometro quadrato nel cuore della capitale italiana — non significa che egli agisca o parli come un politico quando affronta questioni riguardanti il destino dell’umanità».
A sostegno di questa affermazione viene richiamato il celebre discorso pronunciato da Paolo VI all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965. In quell’occasione il Pontefice affermò:
«Voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo».
Paolo VI spiegò inoltre che il Papa «non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi», ma desidera soltanto «potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore».
L’editoriale di Tornielli ricorda che, «per garantire l’assoluta libertà del Vicario di Cristo, quasi cent’anni fa venne stabilito che vi fosse un minuscolo fazzoletto di terra dove il Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale fosse anche sovrano, dunque capo di Stato. Ma si trattò e si tratta di una convenzione per riconoscere proprio questa necessità di indipendenza da qualsiasi altro Stato e non l’affermazione di una doppia missione».
Il testo sottolinea inoltre che «ogni esaltazione o sovradimensionamento del ruolo del Pontefice quale capo di Stato, ogni sottolineatura dell’importanza di questo ruolo risulta dunque fuorviante perché va a scapito della sua unica vera missione di Pastore universale. Un Pastore che parla ai cattolici, ai cristiani, ai credenti e a tutti gli uomini di buona volontà con l’unico intento di annunciare il Vangelo, il suo messaggio di amore, di fratellanza e di pace “disarmata e disarmante”».
L’editoriale si conclude offrendo ulteriori criteri per comprendere correttamente gli interventi del Pontefice sulle grandi questioni del nostro tempo ed evitare futuri equivoci sul suo ruolo:
«Quando chiede che la vita umana sia sempre rispettata e tutelata in ogni fase della sua esistenza, quando parla di pace pensando al bene dei popoli e chiede di porre fine alla folle corsa al riarmo anche superando il concetto di “guerra giusta”, quando invita al dialogo e al negoziato richiamando il Magistero della Dottrina sociale, quando chiede di considerare i migranti come persone da accogliere senza mai dimenticare la loro dignità umana, quando ci ricorda che i poveri sono al centro del Vangelo e che dobbiamo costruire società più giuste ed eque, quando difende il diritto alla libertà religiosa, quando sottolinea l’importanza di custodire il Creato per trasmetterlo ai nostri figli e nipoti, il Successore di Pietro non sta parlando da capo di Stato. Sta semplicemente annunciando il Vangelo».
Un alto prelato della Chiesa, con una lunga esperienza diplomatica e che ha preferito rimanere anonimo, ha dichiarato ad America, subito dopo la pubblicazione dell’articolo del New York Times: «Credo che l’ambasciatore non abbia pienamente compreso presso chi è stato accreditato. Dovrebbe sapere che il Papa non è mai “soltanto il sovrano politico dello Stato della Città del Vaticano” e che gli ambasciatori sono accreditati presso la Santa Sede, non presso lo Stato della Città del Vaticano».
America ha inoltre appreso che l’intervista del New York Times all’ambasciatore Burch ha suscitato interrogativi sia tra i diplomatici sia tra numerosi responsabili ecclesiali a Roma. Molti ritengono infatti improbabile che l’ambasciatore si sia spinto a proporre una simile interpretazione del ruolo del Pontefice senza ritenere di avere l’appoggio dei livelli più alti dell’amministrazione Trump.






Gentile Sig.ra Angela, veramente, Brian Burch è l’ambasciatore americano non “a Roma”, ma presso la Santa Sede. Infatti, l’ambasciata americana, come le altre ambasciate presso la Santa Sede, si trova a Roma solo per motivi logistici. Ma ciò che ora interessa è che il Papa è un capo di Stato. Ad esempio, quando è in visita all’estero, viene accolto dal capo di stato ospitante, da un picchetto d’onore, militari schierati, dispiegamento di bandiere, inni nazionali etc. etc. Come si fa a dire, allora, che -quando parla di un altro stato- non lo fa anche come capo di stato? L’ambiguità è di fondo e sino a che il Papa sarà un capo di stato non basteranno i distinguo di Tornielli a scioglierla. Immaginiamo che a un certo punto Khamenei dica che le donne italiane sono delle poco di buono, perché vanno in giro mezze nude, hanno rapporti sessuali liberi e non se ne stanno tappate in casa. Le autorità italiane a chi dovrebbero rispondere? Al capo di stato dell’Iran? Al leader religioso, che ha espresso la propria visione islamica?
Senta secondo lei gli Stati Uniti e l’Iran sono uguali? O Israele? No, e quindi anche laicamente il Papa sarà capo di Stato nei termini esatti dello Stato Vaticano e non dell’Iran. Proprio perché è capo di Stato l’ambasciatore dovrebbe conoscerlo bene.
Attualmente, vi sono solo 3 stati al mondo in cui il capo di stato è anche capo religioso. La Città del Vaticano, La Gran Bretagna e… l’Iran. In tutti gli altri stati, il capo di stato non è capo religioso e tutti gli altri capi religiosi non sono capi di stato. Calcolando la funzione prettamente simbolica di Re Carlo III come capo di stato e capo religioso, resta la constatazione che Papa Leone condivide questo strano primato di comunione tra potere politico e potere religioso solo con Khamenei. Vi è da stupirsi se, quando parla di politica internazionale, qualcuno lo ascolti come capo politico (più o meno competente) piuttosto che come capo religioso?
Mi pare che l’ambasciatore a Roma dovrebbe conoscere la distinzione no? Se non lo sa lui .. Peccato questa coda polemica perchè era stato un gesto molto carino da parte di Leone condividere il 4 Luglio con dei suoi connazionali (dopo gli screzi dei mesi scorsi..)