
La rinnovata attenzione al caso del vescovo-martire cecoslovacco Štěpán Trochta è giustificata dalla decisione del tribunale di Litoměřice (Repubblica Ceca) di riaprire il caso per la carcerazione da lui subita prima della condanna, un internamento illegale fra luglio 1950 e gennaio 1953. In seguito, egli fu condannato a sette anni. La sentenza del processo-farsa è stata ribaltata dalla Corte suprema cecoslovacca durante la «primavera di Praga», nel 1968. L’attuale istanza riguarda il periodo di internamento. Il procedimento è stato avviato da Jan Kratochvil, direttore del Museo degli Esuli Cechi e Slovacchi del XX secolo, insieme all’avvocato Lubomir Müller. L’Amministratore apostolico di Litoměřice, l’Arcivescovo Stanislav Pribyl, l’ha definita un passo importante verso il pieno ripristino della giustizia per il suo predecessore
Štěpán Trochta è giustamente ritenuto una delle figure più importanti della vita della Chiesa nella ex Cecoslovacchia. Nel 2024 si sono tenute varie celebrazioni e significativi eventi per festeggiare i 50 anni della sua morte (1974) nel suo paese natale, Francova Lhota, dove nacque il 26 marzo 1905.
Biografia di un grande vescovo
Fin da adolescente mostrò un talento straordinario e un chiaro desiderio di stare con i giovani come sacerdote. Entrò tra i salesiani, molto attivi in quel periodo nei Paesi dell’Est. Fu mandato in Italia, dove si laureò a Torino nell’Istituto Crocetta. Fu ordinato sacerdote nella basilica di Maria Ausiliatrice nel 1932.
Partecipò attivamente e con grande successo alla formazione dei giovani cechi, futuri salesiani e fu molto impegnato all’arrivo dei primi salesiani cechi a Fryšták e in altre località del Paese. Diresse la costruzione della Casa dei salesiani e lavorò instancabilmente con i giovani.
Durante la seconda guerra mondiale fu preso e deportato nei campi di concentramento di Terezín, già fortezza austriaca e prigione di stato, Mauthausen e Dachau.
Dopo la guerra si dedicò al rinnovamento delle strutture della Chiesa e del suo Paese.
Nel 1947 fu nominato vescovo di Litoměřice, oltre 150 mila cattolici, nella regione della Boemia settentrionale, città nota per i suoi frutteti e vigneti e per i suoi movimenti storici.
Significativo il suo motto episcopale: Lavoro-Sacrificio-Amore, programma del suo ministero e caratteristica di tutta la sua vita.
Affrontò con coraggio la situazione degli abitanti, molti dei quali erano di origine tedesca Durante il regime comunista fu più volte imprigionato e perseguitato per la sua strenua difesa della Chiesa e della sua attività pastorale. Uscito di prigione, esercitò alcune attività civili per diversi anni, prima che il regime comunista gli concedesse la libertà di occuparsi del lavoro pastorale. Durante quel tempo ordinò segretamente 30 sacerdoti.
Nel 1969 fu creato cardinale «in pectore». La nomina fu tenuta segreta per molto tempo e il popolo lo venne a sapere solo nel 1973. Il regime comunista adoperò ogni mezzo per impedirne la diffusione e limitarne l’attività pastorale. Erano tempi di persecuzione.
Morì nel 1974, dopo sei ore di interrogatorio estenuante e umiliante. Il regime fede di tutto per impedire il funerale pubblico. L’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, partecipò al funerale e chiamò pubblicamente Štěpán Trochta martire. A 50 anni della sua morte, l’appello di Trochta continua ad essere valido e urgente per la Chiesa della Repubblica Ceca.
L’Ostpolitik vaticana
Štěpán Trochta, in qualità di vescovo di Litoměřice, si trovò a fare i conti con l’Ostpolitik vaticana quando, nella prima metà del mese di maggio del 1963, incominciarono le trattative tra la Santa Sede e la Repubblica cecoslovacca.
Mons. Casaroli entrò in contatto prima con l’Ungheria e dopo, il 12-14 maggio, incontrò Karel Hruza a Praga. Con quelle due visite iniziava ufficialmente la cosiddetta Ostpolitik del Vaticano. Secondo le parole di Paolo VI, non si trattava della politica in senso stretto, ma piuttosto di una sollecitudine pastorale del papa verso la Chiesa nei Paesi sotto il regime comunista.
La politica dell’Ostpolitik fu iniziata, infatti, da Giovanni XXIII e si sviluppò sotto i pontificati di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Con il cardinale Casaroli gli esecutori diretti furono i segretari per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana: Achille Silvestrini, Angelo Sodano, Jean-Louis Tauran, i nunzi Luigi Poggi e Francesco Colasuonno. Encomiabile l’opera, discreta e lungimirante, di p. John Bukovsky.
Sull’opportunità dell’Ostpolitik vi furono sempre due opinioni all’interno dello stesso Vaticano, come anche nei Paesi a regime comunista. Approvata dagli uni, veniva rifiutata da altri e i due gruppi continuarono a seguire la propria visione dei regimi comunisti. La questione più profonda riguardava la procedura se continuare a mantenere una presa di posizione dura o tentare di sviluppare un dialogo.
Soprattutto i vescovi della Cecoslovacchia, in prima fila il card. Beran, chiedevano che la Santa Sede facesse qualche tentativo, sia pure timido, altrimenti la pressione atea avrebbe distrutto o paralizzato completamente la vita della Chiesa.
Si giunse alla decisione favorevole alle trattative. Si era nel 1962. I primi contatti iniziarono nel maggio del 1963 e durarono fino al 1990. Furono difficili e duri. Nel corso di quasi trent’anni si tennero diciassette trattative ufficiali, ciascuna delle quali aveva anche due o tre fasi. Il nunzio Poggi parlò due volte con il duro Hruza al funerale del card. Trochta nell’aprile del 1974.
Le trattative non portarono i frutti desiderati. Non si riuscì a completare il collegio episcopale e nemmeno a costituire la Conferenza episcopale, non si riuscì a cambiare le leggi, terribilmente vessatorie nei confronti della Chiesa, dettate unilateralmente dallo Stato, che, in maniera grave, minacciavano le attività libere dei vescovi e dei peri. Non si riuscì a ottenere il diritto all’esistenza dei religiosi e religiose, le cui case erano state incamerate nel 1950. Non si riuscì ad avere la garanzia dell’educazione religiosa libera dei bambini e dei giovani, ad abolire il numero chiuso nei seminari (il seminario di Litoměřice era l’unico aperto in Boemia e Moravia) e ad avere libertà per la stampa religiosa.
Nelle discussioni si poteva percepire che i partner non erano soltanto dei puri e duri atei, ma che erano appesantiti dalla mentalità del passato contro la Chiesa cattolica.
La delegazione cecoslovacca non era favorevole agli incontri regolari. Il tempo tra un incontro e l’altro si prolungava da tre mesi fino a tre anni. Questo appesantiva il lavoro della delegazione vaticana. La delegazione cecoslovacca interruppe due volte le trattative, senza tener conto dell’opinione pubblica mondiale.
Dal 1963 al 1984 capo della delegazione cecoslovacca fu Karel Hruza, di tradizione hussita. Fu sostituito dall’ing. Vladimur Janku, direttore della segreteria del governo della Repubblica cecoslovacca per gli affari ecclesiastici, con il quale ebbi molti incontri cordiali. Pur obbediente alle autorità supreme del regime, aveva una sensibilità religiosa.
Nel 1968 venne la primavera di Praga. Alexander Dubcêk sperava di ristabilire il «socialismo dal volto umano». Il tentativo non ebbe successo. Ben presto fu bloccato dall’occupazione della Cecoslovacchia da parte delle forze del Patto di Varsavia. Anche se lo spirito della democratizzazione non durò a lungo, i vescovi del Paese ebbero contatti scritti o fecero trattative dirette con i rappresentanti del governo e ottennero molto di ciò che prima aveva tentato di ottenere il Vaticano, senza esito. Tutti i preti e i laici imprigionati a motivo della fede furono scarcerati.
Anche il vescovo Trochta fu riabilitato e poté riprendere la guida di Litoměřice. Nei seminari fu abolito il numero chiuso e la sorveglianza dello Stato cessò nelle curie vescovili. La Chiesa greco-cattolica dei fedeli di rito bizantino venne legalizzata. Per la Chiesa arrivò finalmente un periodo di libertà e si procedette alla nomina di vescovi, che da anni il governo di Praga rifiutava.
Insieme con la nomina di vescovi, non si possono dimenticare altri risultati della Ostpolitik. Furono creati tre cardinali: Beran (1965), Trochta (1973) e Tomášek (1977) che, verso la fine di quell’anno, fu elevato alla dignità di arcivescovo di Praga. La «vecchia quercia» – come amava definirsi – si dimostrò più forte delle tempeste. Mi disse, sul finire degli anni Ottanta: «Adesso, Signore, lasciami andare in pace. Ho visto la salvezza del mio popolo».





